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Full text of "La quinta stagione; o, I centauri di Fiume; nota e traduzione dal manoscritto francese di Alberto Luchini"

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LEONE KOCHNITZKY 



LA 

QUINTA STAGIONE 

o 
I CENTAURI DI FIUME 



NOTA E TRADUZIONE DAL MANOSCRITTO FRANCESE 

DI 

ALBERTO LUCHINI 




BOLOGNA 
NICOLA ZANICHELLI 

EDITORE 




-IBRIS 
TOR 




DELLO STESSO AUTORE- 

Le Laraire - Parigi, Crassei 191 L 

L'Adorable Cortège - Leida, Sythoff 1914. 

Les pélerins de U aurore - Parigi, Sansot 1918. 
(Opera coronata dall' Accademia Francese). 

Vingt-quaire Rondeaux - Milano, Pacchi 1921. 



In preparazione : 

Il forestiere - Saggio sugli stranieri in Italia a comin- 
ciare da Enea e San Paolo. 



LEONE KOCHNITZKY 

- ^ 

LA 

QUINTA STAGIONE 

I CENTAURI DI FIUME 

NOTA E TRADUZIONE DAL MANOSCRITTO FRANCESE 
DI ALBERTO LUCHINI 




BOLOGNA 
IMICOLA ZANICHELLI 

EDITORE 



D 



L'EDITORE ADEMPIUTI I DOVERI 
ESERCITERÀ I DIRITTI SANCITI DALIE LEGGI^ 



ft£*é«^*K^ 



A 

LUDOVICO TOEPLITZ DE GRAND RY 

A 

GUIDO KELLER 

TESTIMONIANZA DI UN' AMICIZIA 

NATA QUANDO LOTTAVAMO TUTTI E TRE 

PER LA PIÙ NOBILE FRA LE CAUSE 

.A FIANCO DEL PIÙ PATETICO FRA GLI UOMINI 



NOTA 



Da lettoru o lettricu bizzosi una traduzione 
« dal francese » potrebbe quasi venire presa per 
una mancanza di riguardo; corrie succede di 
quelle attenzioni esagerate sconfinanti nelVindi- 
screzione, che sembrano presumere, in chi ne è 
Voggetto, qualche nascosta e umiliante incomodità 
insufficienza. Ha diritto di cittadinanza nei 
Campi Elisi delle opinioni autorevoli, infatti, il 
<:onvenire, che chi sia fornito di così educate papille 
da gustare la marmellata della traduzione, possieda 
normalmente un palato abile ad assaggiare la 
polpa più saporosa del frutto originale. 

Se la pubblicazione del libro avesse coinciso 
colla prima gioventù di Enrico Ferri, avremmo con 
plauso fatto assolvere il nostro lavoro, adducendo 
V altezza immutabile del cambio belga; ma il de- 
terminismo economico è acqua che ha macinato 
da un pezzo. 



X NOTA 

La traduzione è giustificata dal contenuto tutto 
italiano del libro. Non ci è parso inopportuno 
cercar di vestire aWitaliana una scrittura concepita 
e Venutasi formando tra lo schiudersi e il riaffio- 
rare dei ricordi d*un lungo soggiorno nella Fiume 
d^Annunziana, a uno dei primi posti; percorsa da 
un soffio d'amore non cieco verso la terra umile 
della Vergine Cammilla. 

Giacché fra gli stranieri che tornano in Italia 
e vi soggiornano, Leone Kochnitzky è dei non 
molti che, nelVammirazionie per le antiche case ar- 
moniose o le facciate di marmo dei palazzi, sanno 
arrivare agli uomini che le edificarono è vi abita- 
rono, nonni non remoti degli uomini che ora vi 
passano accanto; per i quali ricercare o compia- 
cersi d'una medaglia del Rinascimento è anche 
un indagine amorosa delle anime, abitate da un 
sogno di bellezza, la cui particola essenziale restò 
fermata per sempre nei profili duri; in cui il 
ricrearsi alla vista d*un paesaggio dolce, d'una 
campagna amorevolmente coltivata, si risolve in un 
pensiero d'affetto verso le popolazioni modellate 
a immagine di quello, gli sforzi taciturni che 
questa hanno resa più bella. 

Quindi la traduzione anche ha, e vuole avere, 
un significato di riconoscenza verso l'autore. 



NOTA X^ 

. Sebbene le opere musicali e poetiche di lui, che 
è ancora giovanissimo (è nato a Bruxelles Ven- 
lotto anni fa, da genitori di nazionalità russa) 
costituiscano un complesso che moltissimi sareb- 
bero lieti di potersi assegnare; sebbene un suo vo- 
lume di liriche sia stato coronato dalV Accademia 
di Francia; non dalla sua sola risonanza come com- 
positore scrittore « stampato » può misurarsi il 
soccorso da lui portato al nome italiano. E* uno dì 
quegli uomini da cui nulla emana che non porti il 
sigillo d* una compatta individualità, venutasi 
modellando traverso infinite esperienze di col- 
tura e di vita; di cui tutte le energie, tutte 
le ricchezzle convergono nella minima tra le 
espressioni, cosicché la loro presenza operante 
sembri quasi far cambiare aspetto alle cose, e 
induca a nuovamente verificare ogni accettato e 
tradizionale ordine di valori. In lui Vaffetto al- 
r Italia non è lo slancio istintivo, incosciente, verso 
quello che non si possiede; anzi è la conseguenza, 
naturale e logica, degli importanti elementi italiani? 
che concorrono alla sua estesissima e varia coltura: 
quasi direi, soprattutto, delVatmosfera d'italianità 
in cui ha saputo immergerla. 

Iscritto air Università di Bruxelles, venne a 
laurearsi in filosofia a Bologna; come il suo' 



XII NOTA 

protettore e amico Ciorgìo Lorrand che, durante 
la guerra, poi, lo scelse a Segretario della Missione 
-Economica istituita dal Governo Belga presso la 
propria legazione in Roma. 

Allevato fin da bambino piuttosto che al 
culto, alVidolatria di Wagner (gli facevano scow.- 
porre e ricostituire in tutti i suoi temi la Tetra- 
logia!); abbagliato presto e vinto, più che dalle 
evanescenze e opalescenze debussiane, dagli 
splendori bizantini dei Balli Diaghilew {atavismo 
russo?...), ammaliato dai balzi prodigiosi di Nijin- 
skij; si orientò dopo poco uerso un'espressione di 
musicalità più schietta e più umana: venne a 
Firenze, e, compagno al genialissimo Mario Ca- 
stelnuovo Tedesco, si mise alla scuola di Ilde- 
brando Pizzetti. {Quanti, in Italia, riconoscono ed 
esaltano il grande emiliano?). 

Crebbe sotto la dittatura letteraria di Emilio 
Verhaeren, e per la qualità del temperamento è 
stato inclinato soprattutto a formarsi sulla grande 
lirica inglese del primo ottocento; ma la sete sua 
di poesia non si è quietata pienamente se non 
sulla Divina Commedia. La sua conoscenza di 
Dante è rara fra gli Italiani non specialisti. 

A Fiume, addetto alla Segreteria Particolare 
del Comandante, prima. Capo delV Ufficio Pela- 



NOTA xm 

zioni Esìeriori^ in progresso di tempo, lo sforzo 
della sua intelligenza e della sua volontà, fu 
essenzialmente rivolto a dare ai Legionari una più 
piena coscienza Je/Z'universalità dell'idea che affer- 
mavano di fronte alV Italia nittiana e al mondo. Il 
Libro violetto è il solco di quest'attività; esercitata 
per mesi e mesi contro infinite forze ostili. Un solco 
nella sabbia? Nulla si perde. Noi italiani non 
dobbiamo scordare che si deve in gran parte a 
Leone Kochnitzky se per qualche momento il 
significato universale racchiuso nella resistenza fiu- 
mana apparve così lucido: durante vari mesi i 
Legionari, stretti attorno al loro Comandante, fu- 
rono la sentinella più avanzata, diedero la voce 
più ferma ai popoli oppressi, a tutti i popoli op- 
pressi. 

Gabriele d'Annunzio gliene rese testimonianza 
quand'egli lasciò Fiume: (( Voi resterete il pia 
onvinto e il più eloquente confessore della nostra 
^ede, tra i primissimi nel credere alla UNIVERSA- 
LITÀ della nostra azione ». ^ 

La sua opera in servizio d'Italia, tuttavia, non 
ù è conclusa con lo zodiaco fiumano. A Bruxelles, 
ìov'è incaricato di un corso all' Institut des hautes 
iitudes de Belgique, ha tenuto l'inverno scorso di- 
verse lezioni sulle tendenze^ estetiche dell'Italia 



:XIV NOTA 

contemporanea, cooperando validamente a far co- 
noscere nelle Fiandre e nel Brabante il movimento 
vociano e suoi addentellati futuristi: Papini^ Sof- 
jici, Palazzeschi; Giosuè Borsi; i poeti crepusco- 
lari: Guido Gozzano, Moretti, Govoni; il cenacolo 
della Ronda : Cecchi, Cardarelli, Montano, Bac- 
chelli. 

(guanto ai criteri con cui la traduzione del Bai 
des Ardents ou les Saisons fiumaines è stata con-* 
dotta, se c'è qualcuno a cui interessino, li saprà- 
riconoscere leggendo il libro. 

Come i rottami dipinti di un galeone, nau- 
fragato, parole straniere vi galleggiano, quasi . 
M ogni pagina; questo non è a a caso posto », 
e non è sciatteria, né scanso di fatiche; è un ri- 
flesso, volontariamente conservato, della perso- 
nalità internazionale delV autore, uomo di razze 
Jiaerse e di svariate colture. 

Chi leggerà vedrà anche che la politica non ne 
è protagonista; il traduttore tiene tuttavia a fis- 
sare che, sebbene in linea generale egli aderisca 
cordialmente al pensiero fiumano di Kochnitzky, 
.non condivide per altro interamente certe sue valu- 
tazioni, o qualche vagheggiata soluzione di prò- 



NOTA XV 

blemi sociali II traduttore aderisce al fascismo e 
segue le direttive di Mussolini. Questo basterà a 
determinare i punti dove le sue opinioni non coin" 
cidano con quelle delVautore. 

Alberto Luchini 



PROLOGO 



Kochnitzky 




Una villa, un giardino, rosai fioriti. Paesaggio 
fcrabanzone. Neil' aria, una dolcezza sparsa : 
Testate; ho sedici anni. Sono stato, or ora, malatis- 
simo ; non si sapeva se sarei più guarito. Sto meglio, 
ora: esco tutte le mattine, respiro la grazia del 
Brabante fiorito. Torno a vivere. 

Ho sedici anni: dolcezza sparsa, nell' aria: 
l'estate. 

Una panchina in mezzo al prato ; un libro sulla 
panchina; sul libro un nome 

GABRIELE D'ANNUNZIO 

La nonna e la zia parlavano ieri di lui; di lui, 
della signora Duse, che chiamano Laduze. 

Il libro s'intitola « Il Fuoco ». Mi metterò a 
leggerlo? 

Sembra così lungo... Ebbene sì, lo leggerò: 
comincio a leggerlo. 



4 PROLOGO 

Estasi, incanto, gioia meravigliosa! Gioia stra- 
ziante di scoprire i tesori destinati a far più bella 
tutta la nostra vita; divina gioia dell'adolescenza 
che in un istante solo s'impossessa del genio, della 
saggezza e della passione degli uomini. Gioia smar- 
rita per sempre. 

Sedici anni: l'estate; leggo... 

Sono passati cinque anni. Sono stato in Italia^ 
ci ho vissuto, non dico più né Laduze né Ledante. 
Ho letto Leopardi, ho letto le « Laudi )). 

Parigi; una sera di giugno, all'Opera; si dà il 
« Gallo d'Oro » di Rimsky-Korsakov ; gran ressa^ 
negli intervalli: il touUParis des premiéres (a quei 
tempi esisteva ancora); mio dovere: andar avanti 
e indietro per i corridoi, affaccendatissimo. A dire 
il vero, conoscevo cinque o sei persone, non di più : 
un banchiere russo, una marchesa italiana, un ac- 
cademico, due critici; tuttavia un provincialetto 
deciso ad andare avanti ha tenuta ben a mente la 
lezione di La Rochefoucauld : Pour séiahlìr dans 
le mondey on fait iout ce qù on peut pour y pa- 
raìtre établi 

La porta di un palco si apre, due signore ne 
escono, e, dietro di loro, un piccolo signore calvo : 
è lui; da tanto tempo ho davanti agli occhi i suoi 



PROLOGO 5 

ritratti, le caricature; riconosco il monocolo, la 
maniera d'indossare il frack, i polsini un po' spor- 
genti, la cravatta irrigidita. Odo il suono della 
sua voce: «... è tutta la Russia... ». Rimango im- 
mobile; porgo l'orecchio; guardo, il resto del 
mondo svanisce. Ecco il mio amico accademico, 
proprio rasente a me; assumo un'aria distratta e 
lascio passare il maitre. Rimango immobile ; porgo 
l'orecchio; guardo. 

D'un tratto, la signora più alta (una bruna slan- 
ciata, con un enorme uccello di paradiso nei capelli) 
si volta verso di me, mi squadra. Io arrossisco, mi 
vergogno, mi allontano ; cerco di pensare ad altro. 

All'intervallo successivo, mi metto di sentinella 
<lavanti al palco. La porta rimane chiusa. Non lo 
vedrò più. 

Passano altri cinque anni; la guerra sulla mia 
giovinezza come un sudario sui capelli biondi d'una 
morta. Poi la vita ricomincia. Maggio risplende. 
Roma trionfa. Il sole avvolge il Pincio in un man- 
tello d'oro liquido. 

Piazza di Spagna ; le fioraie al piedi della scala 
vendono i mazzi enormi di ortensie blu, azzurri pal- 
loncini scivolati lungo gli scalini bianchi : qualcuno 
€ rimbalzato fin sull'orlo della fontana, che ciarla, 
che ciarla. Sono le cinque: il salotto dove siamo 



PROLOGO 



riuniti è convertito nel tempio di un dio atteso: le 
porte e le finestre sono ornate di rose, dinanzi agli 
specchi, in coppe, sono stati disposti gladioli e tube- 
rose, e dappertutto (si aspetta una divinità ghiotta) 
profusione di dolci, di pasticcerìa, di creme e ge- 
lati prodigiosi. La casa è stipata di parenti e 
d'amici. Signori gravi e attempati convenuti a ren- 
dere omaggio al compagno della loro giovinezza,. 
a quegli che è rimasto ardente, impetuoso e ribelle ; 
giovani donne già turbate dall'apparizione pros- 
sima ; anche qualche giovane, inebbriato dall'odore 
penetrante della gloria: accanto a me, il carissimo 
Tullio Carminati, commosso, come me. 

Colei che ci ospita è felice, stasera; sorridente, 
radiosa, bella, indimenticabilmente : degna del suo 
nome: Donna Maria d'Annunzio. 

Un mormorio, un movimento, e subito dopo un: 
gran silenzio. Egli entra. 

Pallidissimo, anche più pallido dell'altro giorno,, 
quando ha parlato all'Augusteo a cinquemila Ko- 
mani, si avanza con un passo rapido ed eguale. 
L'uniforme si attaglia alla membratura esigua, il 
gran colletto bianco dei lancieri di Novara si 
fonde colla bianchezza del viso. Terminate le pre- 
sentazioni, si siede su d'una poltrona, al centro del 



PROLOGO 7 

salotto. Parla, tuttavia assaporando un gelato di 
fragole, poi uno d'ananasso, poi un altro di fragole. 
Col cucchiaio in mano, si rivolge ad Adolfo de 
Bosis, rievoca le loro passeggiate notturne per 
Roma quando, verso le due di mattina, si ferma- 
vano da Aragno per comperare, a prezzo ridotto, 
tutti i gelati e i (( mantecati » rimasti. L'anima squi- 
sitamente lirica del mite poeta, in cui vita, opera, 
sogno sono una fraterna e mirabile (( Imitazione di 
Shelley » si commuove ; egli sorride un po' malin- 
conicamente. Non avevano un cuore solo, non 
erano single-hearted, una volta? 

Ora d'Annunzio parla di politica. Si indigna 
per quel che egli chiama la (( fuga notturna », la 
partenza precipitosa, nottetempo, di Orlando, che 
è tornato or ora a Parigi con la delegazione ita- 
liana. 

Con la sua voce melodiosa e cantatrice, passa 
bruscamente da un soggetto all'altro. Raspoutine 
e il principe Youssoupov, in compagnia del quale 
ha fatto colazione poco prima, i ghepardi e Be- 
nozzo Gozzoli, i sonetti romaneschi di Giovacchino 
Belli e la visita « a tutte le fontane di Roma », che 
dovrebbe aver fatto la notte precedente insieme col 
primogenito Mario. 

Il gesto vivace della mano sottolinea il racconto ; 



8 PROLOGO 

rovescia, a tratti, la testa indietro e fissa l'uno o 
l'altro degli ascoltatori con un mezzo sorriso; una 
pausa, poi un'esclamazione singolare — impossi- 
bile trascriverla — sorta di (( hein » nasale, parte- 
cipante a un tempo del sospiro e della risatina: 
segno di soddisfazione, d'ironia, oppure di benevo- 
lenza? Quel giorno non capii bene. 

Ricomincia con una vena sorprendente: le nar- 
razioni si allacciano, oppure non si allacciano ; una 
domanda accennata a un amico o a uno scono- 
sciuto, un comune ricordo gli bastano come punto 
d'appoggio. Seduti attorno, in semicerchio, noi 
ascoltiamo in silenzio. Giovani e attempati, oscuri 
e potenti, siamo tutti altrettante comparse, un sem- 
plice pretesto a questa conversazione che si nu- 
trisce e vive di sé stessa; quasi avevo detto: per 
sé stessa. 

Un tale monologo appena inframezzato non è 
privo di teatralità. D'Annunzio è volta a volta 
Rodrigo, Ifigenia, Ippolito e Atalia ; quanto a noi, 
siamo una collezione di confidenti senz'importanza : 
Agar, Nabal, Cenone o Pilade. Qualcuno di noi, 
tuttavia, è una sorta di Teramene che, se volesse, 
potrebbe pronunciare anche lui la sua parola. Ma 
chi s'arrischierà mai? E' più opportuno stare ad 
ascoltare e rimanere zitti. 



PROLOGO 9 

Noi stiamo ad ascoltare; rimaniamo zitti. 

Religiosamente. 

Ed ecco, sento crescere in me una sorda irri- 
tazione, un malessere segreto, che si concreta in 
una voglia matta d'interrompere la cerimonia, di 
violare il rito, di commetter qualche enorme sto- 
natura. 

Non ne farò di nulla. 

Sarei stimolato, per caso, da una gelosia non 
confessata? 

Non saprei. 

Ma capisco, ora, il sentimento di dispetto e 
d'irriverenza che provò il giovane Enrico Heine, 
quando lo condussero davanti a Goethe, troneg- 
gicuite e pontificante. 

Le settimane successive ritrovai più d'una volta 
il maestro in casa di Donna Maria. 

Una sera, era il 1 ° luglio, noi desinavamo in- 
sieme nel grazioso appartamento di Piazza di 
Spagna: pochi invitati, sette od otto, nella luce 
attenuata; i paralume rosa o arancione somiglia- 
vano a crinoline. 

Ci aveva raccontato delle storielle deliziose, 
false e vere, passate e presenti; se uno di noi par- 



10 PROLOGO 

lava, Io ascoltava appena, riserbando probabil- 
mente tutte la sua attenzione a ciò che diceva lui. 
Una giovane artista si sede al pianoforte. Allora 
tacque. Giuditta Sartori suonava Bach, Monte- 
verde, Schumann, interpretando con una com- 
pressione perfetta e una finissima sensibilità. 
D'Annunzio ascoltava, trasfigurato, il suo volto 
divenendo immateriale, quasi spettrale, nella pe- 
nombra. Un'espressione di serenità, di riposa 
infinito, si distendeva sui suoi lineamenti; le pal- 
pebre pesanti si abbassavano, le pieghe sulla fronte 
e sulle gote scomparivano, le labbra serrate si 
socchiudevano al respiro regolare di un' anima 
acquietata. 

Nulla mi appare più commovente del « leg- 
gere )) la musica su d'un volto nobile. Gabriele 
D'Annunzio « patisce » la sensazione musicale,, 
violentemente. Io pensavo, in disparte: sa ascol- 
tare, dunque, quando vuole. 

Ora una principessa romana, americana e car-^ 
tomante, sta rivelandogli l'avvenire. Passano venti 
minuti; io sono seduto accanto a Giuditta Sartori: 
il poeta ha posato i guanti sopra un tavolino. Ba- 
lena a tutti e due la stessa brutta idea : mossa ra- 



PROLOGO 1 ? 

pida; m'impossesso del tesoro, ce lo spartiamo, e 
il guanto destro tocca a me. Un successivo esame 
fatto con comodo, mi farà scoprire che è di camo- 
scio morbido, quasi senza cuciture. Sarà un amuleto 
che verrà con me dappertutto. 

Nelle giornate d'irritazione, penserò di farne un 
pulisci-penne. 

C'è appena il tempo di mascherare il ladrocinio. 
« Trionfi, trionfi, trionfi ; le carte sono state stroardi- 
narie! » esclama d'Annunzio, lietissimo. Più tardi 
l'ho saputo : quella sera decise di marciar su Fiume. 

•X- -Jf 

Nella notte sul 12 settembre 1919 il coman- 
dante Gabriele d'Annunzio, alla testa di circa ot- 
tocento uomini, lasciò Ronchi; alle 1 1 i primi 
autocarri entravano a Fiume. 

E' difficile rendersi immediatamente conto della 
portata di un avvenimento storico. In avvenire si 
apprezzerà secondo il suo valore giusto quest'al- 
tissimo gesto di ribellione. 

Il 12 settembre 1919 il mostruoso edificio in- 
nalzato dai fantocci di Versailles sopra quindici 
milioni di cadaveri fu squassato nelle sue fonda- 
menta. Spetta agli uomini ricordarsene. 

Ero in una villa di Toscana, ospite d'un caro 



I 2 PROLOGO 

amico, in mezzo a un bel giardino, quando sorse 
in me (verso la fine di settembre) l'idea d'andare a 
Fiume. 

Spirito d'avventura? Curiosità? Desiderio di 
servire una causa nobile? o di vedere qualcosa di 
poco comune? o di provare la mia ammirazione 
all'eroe che aveva saputo dar vita al suo sogno? 
C'era in me un poco di tutto questo. 

Per arrivare sul Carnaro ci voleva un pretesto. 

Scrissi alV Indépendance Belge offrendomi d'in- 
viarle corrispondenze da Fiume e un' intervista 
col Comandante; la mia proposta fu accolta. Mi 
fornii delle lettere necessarie e, qualche giorno 
dopo, partii. 

La vita era da cinque anni una notte dolorosa, 
in Occidente. 

Non altro v'era ormai, nel mondo, fuorché oro, 
ferro e sangue. 

Tutto si poteva comperare e vendere, negoziare 
e barattare : i corpi e le anime, le città e i popoli, la 
vittoria dei morti e la fiacchezza dei vivi. 

Ali thìrgs are sold: the very Ughi of heaven 
Is venal. 

Ed ecco, un faro si accendeva in fondo al- 
l'Adiiatico. 



IL PELLEGRINO DEL CARNARO 



A Roma mi avevano detto : « Il blocco di 
Fiume?.... Ma non esiste! Immaginazioni sovrec- 
citate, romanticismo che fa perder di vista la realtà : 
per Fiume ci sono due treni al giorno, che ci por- 
tano tutti quelli che ci vogliono andare ». 

Mi avevano detto, a Roma : (( Volete andare a 
Fiume : state attento ; potreste arrivar troppo tardi ; 
i poeti sono volubili e diAnnunzio cambia ogni 
giorno: correte il rischio di non trovarci più nes- 
suno )). 

Mi avevano detto... che cosa non mi avevano 
detto mai?... I nemici di Fiume non indietreggiano 
di Ironte a nessuna di quelle piccole calunnie, but- 
tate là sorridendo, e che dovrebbero — loro s'im- 
maginano — far sprofondare nel ridicolo il 
Comandante e i suoi legionari. 

Soprattutto sul (( forestiero », sullo straniero 
esercitano la propaganda abile. Artista o diploma- 



1 6 IL PELLEGRINO DEL CARNARO 

tico, turista o uomo d'affari, nessuno è abbandonato 
a sé stesso : (( avventura letteraria, cabotinage, don- 
chisciottismo... )); non si sente dir altro nei Tea- 
rooms e nei Wagons-restauranls, da Sorrento al 
Lido. Sono i Sancio-Pancia della politica, della 
finanza, del quieto vivere. 

Sono le prefiche della Burocrazia: funzionari 
spauriti; ufficiali di Stato Maggiore (fra gli uni e 
fra gli altri quante pecore smelensite dalla disci- 
plina e dalla routine!). 

Trovano quasi sempre un terreno preparato. La 
Miss sessagenaria, presbiteriana e sentimentale, 
lettrice di Marion Crawford e smaniosa di pittura 
preraffaellita, non vuole bene a d'Annunzio che 
proclama a most wicked man indeed. Il gran si- 
gnore moscovita che da una ventina d'anni viene 
in Italia a fare il porco, dichiara con un sorriso 
elegante quon ne sauraii les prendre au sérieux. 
E' anche il parere del Francese « in viaggio di 
studi)) il quale chiosa: Ysont énormes; Yndouf 
de rien; quels fiumistes! Un contrappunto fiorito 
risponde alla canzone; i ratés, tutti i falliti della 
terra, gli scarti della letteratura e dell'arte, della 
politica, del giornalismo, perfino quelli dell'amore, 
che non possono perdonare al genio il fatto che 
vive e che trionfi. La loro ringhiosa impotenza 



IL PELLEGRINO DEL CARNARO I 7 

riconosce il talento nelle sole statue, né tollera am- 
mirazione che non converga sui marmi funerari. 

Si trattasse ancora d'un povero diavolo, d*un 
poeta di soffitta, disperato e digiunatore! Ma un 
uomo che da tanti anni possiede tanta gloria, tante 
donne, e tante sorgenti di felicità ! Anatema sopra 
il suo capo! 

La stampa dà il « la » a tutto questo baccano. 

Articoli velenosi, a base di bugìe, notizie in- 
ventate, calunnie, ricatti, diffamazioni: ora d'An- 
nunzio, rimbambito, è tenuto in sequestro dai suoi 
ufficiali, ora è scappato a bordo di un veliero greco, 
ora è pronto a lasciare Fiume dietro pagamento 
di cinquanta milioni. 

Gli amici di Fiume, imbavagliati dalla censura, 
non hanno neppure la possibilità di smentire. Tal- 
volta un fuoruscito della città spande la sua bile 
o il rancore sulle colonne ospitalissime del (( Cor- 
riere della Sera » , del « Tempo » o del (( Lavo- 
ratore )) : è il malcontento che si vuol vendicare, 
colui che — ieri ancora — si professava servitore 
zelante della causa fiumana. 

Nitti-Cagoia non ha a disdegno di partecipare 
a queste esercitazioni senza rischi. Molte storielle 
sensazionali concernenti il Comandante e i Le- 
gionari furono fabbricate di sana pianta a Palazzo 

\ Kochnitzky 2 



1 8 ÌL PELLEGRINO DEL CARNARO 

Braschi d'ordine espresso del Presidente del Con- 
siglio ; non per nulla egli ha battezzato il suo cane : 
Fiume. 

La stampa straniera gongola di queste favole, e 
le condisce. Non appena uno di questi (( canards » 
piglia il volo, il (( Times », il (( Journal des Dé- 
bats )), r (( Homme libre » e la « Chigaco Tri- 
bune )) non stanno più nei loro panni. 

Nella tina dell'odio il vino della menzogna fer- 
menta. 

Mi son turato le orecchie con un po' di cera e 
son partito. 

Il treno per Fiume parte due volte al giorno: 
trenino in miniatura, con le vetture piccine di tren- 
t'anni fa e una locomotiva a camino altissimo, che 
sbuffa come un signore attempato. Negli scompar- 
timenti, i viaggiatori si scrutano a vicenda; bisbi- 
gli, arie di mistero. Alle 10 di sera arriviamo alia 
stazione di Mattuglie- Abbazia ; solo qualche fiu- 
mano munito di tutti i suoi documenti è autorizzato 
a rimanere in vettura. Gli altri viaggiatori sono co- 
stretti a scendere, qualcuno è sottoposto a un 
interrogatorio : che cosa vanno a fare ad Abbazia ? 
Quanto tempo ci rimarranno? Quattro o cinque 
compagni di viaggio che non hanno saputo giu- 
stificare abbastanza la loro presenza sono arrestati 



IL PELLEGRINO DEL CARNARO 1 9 

^■e vanno via in mezzo ai carabinieri. Oscurità pro- 
fonda: d'un tratto il fascio d'un riflettore solca la 
notte. Sbirri di tutte le specie si danno attorno : fru- 
gano nel treno, smontano a destra risalgono da 
sinistra, spariscono dietro le siepi, si cacciano sotto 
i carri : i centogambe quando si smuove il sasso che 
li protegge, scappano qua e là con precipitazione 
analoga. 

Lascio la stazione colla mia guida, un boy- 
^cout in borghese, volontario istriano, praticissimo 
del paese; dei miei bagagli ha cura un ferroviere 
avvisato in precedenza. Si cammina furtivamente; 
la campagna è nera: di quando in quando una 
pattuglia in perlustrazione che schiviamo; ci si 
ferma, a momenti, porgendo l' orecchio al più 
tenue rumore, messi in guardia da un' ombra. 

Come in una caligine grigia, immagini d'una lu- 
cidità dolorosa sorgono e si vanno precisando : una 
sera d'autunno, i boschi cedui, i campi ; la Cam- 
pine: 1914. Gli ulani lungo le strade, la fuga 
silenziosa. Baar-le-Nassau. Il confine Olandese. 
Chi ci s'è trovato m'avrà compreso. 

Una voltata, qui il treno deve rallentare ; si tratta 
di saltare sul convoglio in marcia. Rumore lontano. 
L'occhio di bragia della locomotiva ci fissa, s'in- 



20 IL PELLEGRINO DEL CARNARO 

grandisce. Mi tornano a mente i romanzi di Verne^ 
Phileas Fogg, Passepartout, i Sioux dello Chà- 
telet. Il Carso notturno deve somigliare alle Mon- 
tagne Rocciose. Fracasso di ferramenti, il momento 
s'avvicina; questa è la prima volta che mi cimento 
in un'esperienza del genere dopo il tapis roulant 
dell'Esposizione (nel 1900 avevo sette anni); 
quanto al Boy-Scout è rotto al giuoco: un co- 
mando, un gesto, e siamo al sicuro. 

Gli sportelli s'aprono, la luce ci abbaglia, che 
chiasso! Cantano, ridono, falsi ferrovieri si libe- 
rano del loro travestimento, uniformi escono dalle 
valigie; dal tender, neri di sugna, sbucano dei gio- 
vani; altri, issati sul tetto della vettura, battono i 
piedi furiosamente: per la prima volta, un grido 
m'arriva: « Per il Comandante d'Annunzio, Eia» 
Eia, Eia, Alala! ». 

Cinque minuti dopo sono a Fiume. 

Traverso la città già addormentata; quando ar- 
rivo al ((Comando)) è quasi il tocco. Qui tutto 
è illuminato ; sinfonia del lavoro : macchine da scri- 
vere, sonerìe, telefoni, telegrammi trasmessi, ordini: 
dati e ricevuti, andirivieni: ci si crederebbe di 
giorno pieno. Si lavora, si lavora; febbrilmente, 
instancabilmente; in una stanza del secondo piano 
il Comandante scrive ancora; i suoi compagni 



IL PELLEGRINO DEL CARNARO 2 1 

prodigano se stessi come lui si prodiga : (( indefi- 
cienter » ; è il motto di Fiume. Lo spettacolo di 
questo lavoro notturno è impressionante. In che 
ministero, in quale burocrazia militare o civile si 
troverebbe mai un'organizzazione paragonabile? 
In questa (( pena liberamente accettata », in questa 
(( fatica volontaria » c'è qualcosa che è ammire- 
vole, che è meraviglioso, che è quasi monacale. 

Non è un asceta colui che mi accoglie? In pro- 
gresso di tempo avrò agio di apprezzare la dirit- 
tura d'animo, il coraggio e le qualità d'intelletto 
del maggiore Giovanni Giuriati. Le nostre con- 
cezioni politiche sono profondamente differenti, né 
potrò sempre approvare i suoi metodi di governo; 
mi rammenterò tuttavia in ogni tempo con un senso 
di commozione di quest'austera figura incontrata 
«ul limitare della mia vita fiumana. Mediante il 
suo interessamento quella sera trovai da dormire, 
cosa, allora, tutt'altro che facile. 

La sera seguente ero invitato al banchetto dei 
bersaglieri. Là rividi Gabriele d'Annunzio ; là, per 
la prima volta, mi mescolai coi legionari. 

Il loro cameratismo un po' rumoroso, le canzoni, 
le grida, la giovinezza traboccante mi sorprendono 
im poco, sul principio. Tutti questi ufficiali giovani 
hanno fatto la guerra; molti sono stati feriti, qual- 



22 IL PELLEGRINO DEL CARNARO 

cuno ha provato la prigionia: la contentezza che 
mostrano d'essere al mondo, la loro fiducia, 
l'animo risoluto mi stupiscono. Di dove hanno 
attinto l'energìa necessaria a ridere e a parlar 
forte, questa sicurezza di sé stessi? Mi paragono, 
e penso : 

(( La Guerra ammazza soprattutto coloro che 
non la fanno ». 

Ma il Comandante s'avvicina a me, mi accoglie 
con i segni d'un'estrema cordialità, s'informa degli 
amici comuni, mi domanda: « Ma come siete ve- 
nuto? Siete potuto passare facilmente? Rimarrete 
qualche giorno, non è vero? Io spero di vedervi 
spesso )). 

Mi rammenta la sera del ì° luglio, in casa di 
Donna Maria. 

(( Vedete che le carte erano veritiere » ; e sorride 
gravemente. 

Un'accoglienza così lusinghiera mi confonder 
non so proprio come esprimergli la mia ricono- 
scenza. • 

Allora non sapevo che queste parole tanto ama- 
bili le indirizza a tutti coloro che vanno a fargli 
visita, senza eccezioni. 

Finge di interessarsi profondamente a quello 
che dicono e fait des frais lui stesso per tutti quanti ; 



IL PELLEGRINO DEL CARNARO 23 

consiste in questo uno fra i segreti del suo prodi- 
gioso don de plaire. 

Costantemente rievoca gli incontri precedenti 
con l'interlocutore: siano essi avvenuti in guerra o 
in un salotto, sul palcoscenico d'un teatro oppure 
in una locanda di campagna. Tiene a mente i più 
tenui dettagli atti a (( far piacere )) ; la sua memoria 
fantastica conserva i nomi delle persone e delle 
località, la fisonomia fugace d'un breve momento : 
quali fiori fossero stati messi in fresco in un vaso, 
che grido risuonò nella strada, il sapore d'un frutto, 
il colore che aveva il cielo. Mediante questi espe- 
dienti semplici fa la conquista di coloro che gli si 
accostano ; ha scorto appena una fisonomia non inte- 
ramente sconosciuta, e già il suo volto si rallegra; 
accomoda il monocolo e le esclamazioni di lieta 
sorpresa che si susseguono preparano le parole del 
benvenuto. 

Si ha l'impressione che egli stia per dire: 

Ah puisqae je retrouve un ami si fidale... 

In realtà, se ne infischia! 

Alla fine del pranzo, egli prende la parola: 
espone ai compagni la situazione internazionale: 
bisogna tener duro, bisogna resistere a tutti i costi, 
la vittoria è certa; la Conferenza è impotente, il 



24 IL PELLEGRINO DEL CARNARO 

Governo Italiano esita, probabilmente disponendosi 
a rinunciare ai suoi diritti; bisogna esser pronti a 
respingere con la forza un intervento delle Potenze 
o della pseudo-Società delle Nazioni; Fiume non 
deve far assegnamento se non sopra sé stessa e sui 
suoi legionari: sarà salvata o perirà. 

Acclamazioni senza fine coprono la sua voce. 

Altri oratori parlano dopo di lui. Per la prima 
volta sono travolto da torrenti di eloquenza : bravi 
ragazzi che sono soldati meravigliosi, capi illustri 
e coraggiosi, enunciano il loro «credo» politico 
secondo il modo lirico. L'imitazione della prosa 
d'annunziana produce effetti assai curiosi. Con- 
stato, in seguito, quanto un tale stato d'animo che 
si potrebbe chiamare « l'intensità oratoria » sia 
contagioso; passati i primi minuti di stupefazione, 
le espressioni più pompose, le frasi più esaltate ap- 
paiono naturali; 1' evocazione, 1' antonomasia, 
l'ipotiposi, divengono i tropi d'ogni discorso, in- 
vadono perfino la conversazione familiare. Non 
mi sorpresi un giorno — io, educato nell' (( orrore 
dell'enfasi » — mentre stavo dicendo (( per cento- 
venti giorni e centoventi notti », volendo significare 
<( da quattro mesi » ? 



IL PELLEGRINO DEL CARNARO 25 






II Comandante mi aveva promesso che mi 
avrebbe ricevuto il giorno dopo e m'avrebbe con- 
cessa l'intervista domandatagli poco prima. L'an- 
ticamera durò tutta la giornata e non fui ricevuto; 
le cose andarono nello stesso modo il giorno succes- 
sivo: mi si fece dire che il momento politico era 
grave, che d'Annunzio aveva tutti i suoi minuti 
contati, che lavorava sedici ore su ventiquattro: 
avessi pazientato ancora due giorni e sarei stato 
ricevuto certamente. Passò così una settimana, ma 
intanto non sciupavo il tempo. Avevo spedito varie 
corrispondenze all' (( Indépendance Belge » ; esal- 
tavo l'impresa e il gesto splendido che aveva sal- 
vata per sempre la città, descrivevo le sofferenze 
senza fine della popolazione, il blocco iniquo e 
inumano, l'indifferenza criminale delle potenze. 
Alla fine ottenni l'intervista: per primo potei an- 
nunciare l'orientamento nuovo della politica fiu- 
mana. (( Ora incomincia il bello », mi disse d'An- 
nunzio accomiatandomi. 

Il giorno seguente mi arrivò una lettera della 
(( Indépendance Belge » che mi rimandava in- 
dietro gli articoli: sans discuter sur les idées, la 
forme de vote article ri est pas compatible avec la 



ZO IL PELLEGRINO DEL CARNARO 

tenue habituelle de notre journal. Questa Topi- 
nione del Redattore capo; egli aveva nondimeno 
la bontà di comunicarmi che avrebbe pubblicato 
con piacere l'intervista col Comandante. Mais 
noubliez pas que V Indépendance est CHAUDE- 
MENT PARTISAN de la Societé des Nations. La 
raccomandazione mi divertì; la mediocrità di co- 
desto modo di pensare era solamente eguagliata 
dalla sciatterìa dello stile. Proprio la tenue habi- 
tuelle de lem journal non mi conveniva. Mi rim- 
proverai d'aver spedito il testo dell'intervista, e 
giurai a me stesso che mai più, per tutto il corso 
della mia vita mortale, avrei dato un rigo all' « In- 
dépendance )). 

I miei articoli, per altro, erano stati letti. Dal 
giorno dell'arrivo avevo rivolto le mie cure, non 
senza un po' d'inquietudine, alla maniera di cor- 
rispondere, che il blocco postale era rigoroso e la 
censura stava all'erta. Mi avevano presentato un 
lenente di cavalleria addetto alla (( Segreteria spe- 
ciale )), Ludovico Toeplitz de Grand Ry, il quale 
possedeva, a quanto appariva, speciali mezzi per 
far arrivare le lettere: sarebbe bastato che ogni 
sera, prima delle sei, gli avessi consegnata la mia 
posta. Obbedii docilmente. 



IL PELLEGRINO DEL CARNARO 27 

Ludovico 

(« ... la faccia sua era faccia d' uom giusto »). 

Fho ancora davanti agli occhi, elegante, nell'atto 
di ricevere i pieghi che coscienziosamente gli rimet- 
tevo: con un gesto rassicurante della sinistra e uno 
sguardo franco che voleva dire : « Con me voi non 
avete nulla da teniere; io sono la Discrezione in 
persona » . Si sarebbe detto la statua del Segreto. 

Apriva tutto, invece. Leggeva tutto. Se avve- 
niva, anzi, che la lettura lo avesse interessato, ne 
metteva altri a parte : seppero così che io ero un 
sincero amico. La diffidenza nei rispetti dei giorna- 
listi stranieri era una necessità dopo le esperienze 
spiacevoli dei giorni precedenti; i corrispondenti 
della (( Chicago Tribune » e del (( Journal )) , dopo 
aver dato corso al loro entusiasmo per d'Annunzio 
e i Legionari, una volta lasciata la città avevano- 
scritto articoli ringhiosi, ricchi di bugie e d'inven- 
zioni. Il rifiuto dell' « Indépendance » di pubbli- 
care le mie impressioni fiumane, il maestro lo ri- 
seppe il giorno stesso. 

Pensavo già a partire, quando il capitano Co- 
selschi, segretario particolare di d'Annunzio, mi 
partecipò d'incarico del Comandante che qualora 
avessi desiderato rendermi utile alla causa, sarei 



.28 IL PELLEGRINO DEL CARNARO 

potuto rimanere (( un po' di tempo » a Fiume : 
in questo caso mi verrebbero affidati compiti vari. 

Acconsentii. 

Due giorni dopo m'insediai al (( Comando », 
in qualità di addetto alla Segreteria Particolare. 
D'Annunzio era a Fiume da cinque settimane. 

Sul Carnaro soffiava la prima bora. 



IL 
LA CITTÀ DI VITA 



La città : una città come quelle che si vedono 
nelle figure del metodo Berlitz. Contiene tutto 
quello che una città deve contenere : una stazione, 
dei viali, le lampade ad arco, i tramways, i caffè, 
gli alberghi, le banche, gli agenti di polizia, un 
porto con le navi ormeggiate e gli scaricatori che 
si riposano; e il dedalo delle strade vecchie dove 
non mancano le bische e le case « di malaffare ». 

I monumenti?... Se si possono chiamare così. Le 
chiese sono brutte, gli edifici governativi orribili ; le 
facciate esitano fra il Louis XVI ungherese e il 
gotico austriaco. 

C'è una torre, è vero ; una torre col suo orologio 
e sormontata da un'aquila bicipite; in mancanza 
di meglio hanno messa la torre sui francobolli: 
«bistro», «carminio», «lilla», ed «aran- 
ciato »... e la torre se ne va per il mondo più famosa 



32 LA CITTÀ DI VITA 

dei torrioni di San Gimignano, più celebrata che 
non la Carisenda. 

Tutto quello che una città contiene : una piazza, 
un teatro, i giornali che si strillano alle cinque. 
Qualcosa tuttavia manca : un giardino. Veramente, 
in un quartiere fuori mano, dietro alla stazione, 
e' è un parco : umido, d* accesso scomodo ; più 
roveti che prati, più cespugli che alberi, e poi sassi, 
sassi. Un pezzo di macchia lasciato lì, tale e 
quale; non un giardino. Un bel parco attornia la 
villa arciducale, posata sulla collina, dietro il Pa- 
lazzo del Comando. Ma un giardino, per esser 
gradevole, deve essere (( un giardino » e nient' altro. 
La villa, ora, è occupata dalle autorità militari, e 
nei viali senz'ombra e senza silenzio non s'incon- 
trano più se non automobili e uniformi chiassose. 

in un angolo di Fiume si possono rintracciare 
aiuole fiorite, boschetti deliziosi, cespugli con ombre 
dense; giardino segreto che conoscerò troppo tardi. 

Dallo sbarramento di Cantrida al ponte di 
Sussak un tramv^ay traversa gli Stati del Poeta 
in tutta la loro estensione. Cantrida, che la sua 
continuità con Abbazia rendeva cara ai Viennesi; 
che abbandono, che silenzio! Viali di tigli. Villa 
Rodolfo, Villa Elisabetta, Villa Stefania, nomi 
evocatori di fantasmi. Finestre chiuse, porte che 



LA CITTÀ DI VITA 33 

certo da mesi e mesi non s'aprono più, verande 
senza mobilia, con grandi vetrate. Si ritrova il 
lusso e la gioia di una volta, un lusso nello stile 
austriaco di venti o trent'anni fa; s'indovina il 
dolore di oggi. Lungo le facciate coperte dalle 
piante rampicanti si sfogliano le rose rosse che le 
mani delle Viennesine aggraziate non verranno 
più a cogliere ; le pasticcerìe sono chiuse, quelle 
— bei tempi ! — dove si servivano le (( torte » sa- 
porose e gli impareggiabili eiskaffee, in grazia dei 
quali unicamente l'impero di Francesco Giuseppe 
si itierita di vivere nella memoria degli uomini. 
Al termine del villaggio una garetta : è il « po- 
sto di blocco )), la frontiera fra le truppe fedeli e 
le ribelli. Gli Arditi hanno costruito attraverso la 
strada sbarramenti in muratura. Sul margine è stato 
eretto un cenotafio bizzarro: sulla lapide e sulla 
croce di legno si leggono parole non gentili all'indi- 
rizzo di Nitti il cui nome è inciso a lettere cubitali : 
è la (( tomba di Cagoia ». La strada si tiene a una 
cresta rocciosa. Cinquanta metri più in giù, sulla 
spiaggia, un anfiteatro naturale; meraviglioso sce- 
nario e col Carnaro per sfondo, e che si presta 
in modo mirabile ai giuochi equestri o nautici, gin- 
nici o guerrieri, che il poeta e i Legionari vengono 
spesso a celebrarvi. 

Kochnitzky 3 



34 LA CITTÀ DI VITA 

All'estremità opposta di Fiume il ti amway — ■ 
questa transiberiana della nostra repubblica — si 
ferma un pò* dopo il ponte di Sussak. Questo 
fiume piccolo, di corso rapido, è la Fiumara — 
detta anche Eneo — che dà il nome alla città; 
infatti lo stemma di Fiume porta un'aquila a due 
teste, gli artigli su d'un'urna riversa; la Fiumara 
è il torrente che ne scaturisce. 

Un ponte : garetta, « posto di blocco » ; sul- 
f altra sponda l'Oriente, la Schiavonia, quasi non 
siamo più in Europa. Una semplice passerella, 
quindici metri scarsi, separa due mondi, né sono 
le insegne in croato quelle che ce ne danno la 
convinzione: bensì la forma delle case, il modo 
di camminare della gente, questo mercato all'aria 
aperta e, più in là, quella lunga costruzione a bot- 
teghe sovrapposte che richiama a un tempo i bazar 
turchi e il Costinny Dvor di Pietrogrado. I dodici 
mila abitanti di Sussak sono quasi tutti croati. Una 
buona ragione, questa, per sacrificar loro i trentot- 
tomila italiani di Fiume ? 



* ^ 



Rientriamo in Fiume : * il porto è deserto, le 
gru, i semafori, protendono disperatamente le 
braccia al cielo: e, di notte, il faro scruta vana- 



LA CITTÀ Di VITA 35 

anente il golfo col suo occhio scarlatto; non una 
vela, non un piroscafo ; i pochi vaporetti che stanno 
a- sonnecchiare hanno i fuochi spenti; sempre. 
Sole, le navi da guerra allineate; laggiù, prossima 
al molo, la massa smisurata della Dante Ali- 
ghieri e Tincrociatore Mirabello; più vicini, lungo 
la banchina — di fronte alla piazza Dante che è 
lo stesso cuore, l'agora della città — tre caccia- 
torpediniere, le torpediniere, e i minuscoli ma 
temibili (( mas » ; tutta questa flottiglia riconosce 
come suo capo Gabriele d'Annunzio, sebbene sia 
probabile che qualche ufficiale di marina, gallo- 
nato vieux jeu, la pensi differentemente. 

Fiume viveva unicamente del suo porto. lì 
blocco paralizza la città, l'anemia la fa morir di 
morte lenta. Magazzini senza traffico, mediatori 
sènza occupazione, marinai senza imbarco, arma- 
tori rovinati, dappertutto il lavoro fermato, la pe- 
nuria: la fame, la malattia all'uscio del povero, 
diventano alla soglia del ricco la tentazione; 
l'adito agli affari loschi e ai mercati non confessa- 
gli è aperto: si comincia collo speculare, poi 
s'inganna, si baratta, si truffa. Si deve pur vivere; 
€ si diventa (( incettatori », o meglio pescicani. 

Non ne mancano davvero, sulla riva del Car- 
naro. 



35 LA CITTÀ DI VITA 






Fiume viveva unicamente del suo porto ; Fiume 
è essenzialmente marinara. Anche se lasciamo le 
strade prossime alla rada e saliamo in collina, versa 
i sobborghi di Zamet, Podmurvitza e Cosala, la 
presenza del mare ci accompagna; le piccole case 
a mare che guardano con tutte le finestre il golfo 
e l'arcipelago, le reti da pescatori e i pescivendoli 
che offrono sopra un letto d'alghe le triglie argen- 
tate e gli (( scampi », quel molleggiar delle anche, 
perfino, che hanno nel camminare i ragazzi adde- 
strati ad arrampicarsi per i cordami ; tutto richiama 
il mare, tutto è impregnato d'aria marina. Ci si 
può spingere nell'interno, salire per la costa sino 
alle falde delle Dinariche; ancora, sempre, colui 
che non si vede più rimane presente. L'Alpe sola 
oppone una muraglia insorpassabile al vento del 
mare, allo spirito marino. 

Fenomeno, questo, schiettamente italiano. 

Appena ci s'allontana da un porto europeo qua- 
lunque, Anversa o Marsiglia, Liverpool o Rot- 
terdam, Valenza oppure Danzica, e s'è persa di 
vista la rada col suo tumulto e i sobborghi tutti 
cantieri, lo scenario cambia : il mare lo scordiamo i- 
campi fertili o lande monotone, orti, o praterie. 



LA CITTÀ DI VITA 37 

colline, montagne o fiumi scorrenti tra sponde 
fiorite, ciascun aspetto fa pensare a tutt' altro. 
Come se subito si sia trasportati a cento miglia dalla 
spiaggia. In Italia, mai ci si scorda del mare: ca- 
rezza perpetuamente la vita, è il compagno delle 
opere e dei giorni. Non v'ha cima dalla quale non 
si possa discernerlo, come da codesto teatro di Se- 
gesta che la saggezza antica innalzò sul punto 
più alto dell'Acropoli, come da questo vulcano 
spento di Radicoiani che con la sua fortezza 
smantellata sovrasta le crete di Siena e il contado 
di Viterbo; non c'è vallata dalla quale non lo si 
indovini né laguna dove non lo si senta vicino. 
Eccettuate Milano e Torino, e qualche città al- 
pina, lombarda o forse umbra, tutte le città ita- 
liane sono altrettante Venezie che il mare serra da 
ogni parte; ci si aspetterebbe di discernere il largo 
da Mantova, arenata nelle sue paludi, da Ravenna, 
di sotto la luminosa cupola della pineta, da Bo- 
logna dove le torri somigliano fari senza luce ; da 
Firenze e da Siena, che non mandano più sul- 
l'Oceano le galere fiorite d'un giglio scarlatto od 
ornate della balzana nera e bianca; ci si aspette- 
rebbe, negli infiammati pomeriggi romani, quando 
la brezza porta d'un tratto la sua freschezza in 
Piazza Colonna o in Piazza di Spagna, ci si aspet- 



38 LA CITTÀ DI VITA 

terebbe di sentire il rompere del mare, quando iE 
suo soffio avvolge la città intera. 

Mai ci si scorda del mare, in Italia. 

Fiume non è solamente un porto; è la creatura 
stessa del mare. Una tra le ragioni per le quali è» 
veramente, « Fiume d'Italia ». 



* 
* * 



E' il momento, ora, di far appello alle cifre, alle 
statistiche, alla logica formale, ai tropi tutti del- 
l'arte oratoria, per dimostrare che Fiume è ita- 
liana? Superfluo in tutto l'argomentare, il perorare... 
il ragionare affin di risolvere un problema essenzial- 
mente sentimentale, nel quale i dati si chiamano: 
finezza d'intuizione, sensibilità, passione; peggio 
per voi che vi baloccate colle experiises, ì plebi- 
sciti, le formule aritmetiche, sociologiche; peggio 
per voi. A che serve ripetere ancora che trentot- 
tomila fiumani sono di nazionalità italiana? Una 
passeggiata per la città ci istruisce assai meglio che 
non la lettura di dieci volumi. E a nessuno venga 
in mente di consultare i famosi documenti ufficiali; 
sono talmente imprevisti, talmente colmi di con- 
traddizioni, che è preferibile di molto rinunciare 
a capirne una linea sola. Come va, a esempio, che: 



LA CITTÀ DI VITA 39 

quando un'occhiata basta a stimar la città grande 
quanto Ancona, Spezia o Tolone, i libri ci inse- 
gnano come sulla faccia della terra non vivano se 
non dodicimila fiumani? Arcani dell'antica ammi- 
nistrazione ungherese. 

I fiumani si sforzarono costantemente di salva- 
guardare i loro privilegi, assicurati dal « Corpus 
separatum » e dalla « Carta di Maria Teresa », 
e minacciati dall'emigrazione allogena sempre cre- 
scente. E si mantennero severissimi quanto alla 
concessione del diritto di cittadinanza o « perti- 
nenza )). Questo problema della pertinenza è uno 
tra i più difficili a sciogliersi, nella matassa adria- 
tica; tale legge singolare che destituisce d'ogni 
diritto politico il 75 % della popolazione è come 
una cerchia murata, residuo d'un'età più antica, 
che — necessaria una volta alla sicurezza dei 
cittadini — altro non è ormai fuorché un inceppo 
all'espansione della città. Sta di fatto che quindi- 
cimila soli abitanti posseggono la (( pertinenza » ; 
costoro e non altri, in conformità con lo Statuto 
Teresiano, hanno eletto il Consiglio Nazionale 
nel novembre del 1919. Si comprende con faci- 
lità quanto i nemici di Fiume e del nome italiano 
abbiano sfruttato una situazione così paradossale; 
a dar loro ascolto i quindicimila italiani possessori 



40 LA CITTÀ DI VITA 

della pertinenza costituirebbero una minoranza 
che farebbe pesare un giogo intollerabile sul resto 
. della popolazione composta di croati e ungheresi. 
Nulla di più bugiardo. 

' I fiumani privi della pertinenza, coloro che non 
sono (( borghesi di Fiume », sono italiani anche 
più degli altri, se questo è possibile! Si tratta 
nella quasi totalità di contadini istriani — di 
Pisino, di Pirano, di Parenzo — di operai di Pola 
o di Trieste; anche di oriundi della Dalmazia. 
Questo significa forse che a Fiume non ci siano 
croati ? 

Ce n*è. Ma non ci se n'accorge. Ho passato 
quasi un anno nella città, sono penetrato in svaria- 
tissimi interni; perfino dove i Legionari non anda- 
vano mai. Qualche volta, assai di rado, ho sentito 
parlare lo slavo; mai ho sentito alcuno che si 
lamentasse del regime italiano. I croati tutti, anzi, 
così quelli di Sussak come i contadini dei dintorni, 
harmo pochissima simpatia per i Serbi. Si può 
asserire che un anno di permanenza a Fiume ci 
lascia scoprire traccie meno appariscenti di infil- 
trazioni o consuetudini slave, che la visita d'un'ora 
a Bruxelles non ci faccia riconoscere di testimo- 
nianze colturali fiamminghe. 

La dominazione ungherese ha lasciato di sé 



LA CITTÀ DI VITA 41 

assai poco : qualche edificio, gli impianti portuali, 
due o tre iscrizioni in codesta lingua strana che si 
direbbe fondata sulle due ultime lettere dell'al- 
fabeto ; soltanto qualche funzionario timido e ligio 
sa ancora leggerle. A Fiume non sussiste risenti- 
mento contro i magiari. Ben diversa influenza si 
nota, che non quella del governo ungherese o di 
questi croati ipotetici. 

Questo Corso ampio e lavato, queste vetrine 
luccicanti, quest'ammassamento di maioliche, ni- 
chelature e generi alimentari, le delikatessen d'ogni 
colore, le cornici e i posacenere ornati con iscrizioni 
sentimentali... : non sono vecchie conoscenze queste 
che ho ritrovato? Questi signori gravi che 
indossano cappotti così lunghi e si scambiano 

scappellate così profonde, cerimoniosamente? 

Parlano tuttavia l'Italiano col più puro accento 
fiumano: una buona varietà di veneziano striato 
appena, qua e là, di venature triestine; come mai 
allora una tale andatura germanica; come mai 
certe cose sembrano essere arrivate diritte diritte 
da Amburgo, Monaco o Danzica?... Si può dire 
che a Fiume non ci siano tedeschi; qualche alber- 
gatore, due o tre medici, i camerieri di caffè, pochi 
commercianti; nondimeno, mentre indarno cerche- 
resti, neir (( Italianissima », la più impercettibile 



42 



LA CITTA DI VITA 



molecola di Ungheria o di Jugoslavia, non manca 
di meravigliarci il fatto che ci si imbatta — come 
nei frantumi innumerevoli di una torre di porcel- 
lana andata in pezzi — nei minuscoli residui d'una 
coltura germanica, d'uno spirito tedesco. Osservate 
la pulizia meticolosa dei magazzini, entrate in co- 
desta pasticceria; l'aspetto stesso delle paste non 
vi suggerisce nulla? Ecco i sandìvich imbur- 
rati ripieni di prosciutto cotto; sentite cosa suona 
l'orchestrina del caffè Budai: 




Markenbazar e baumkuchen, panna montata» 
valtzer viennesi, figurine di falsa Sassonia e cri- 
stalli (( secessione » ; come viene di lontano, tutta 
questo..; 



^ 



* 



E nelle nottate invernali, talvolta, fiocchi di 
melodìe Schubertiane nevicano dalle finestre più 
alte... 



■^ 

% ¥: 



Mi piace indugiarmi lungo la strada ferrata che 
traversa la città, la ferrovia Fiume-Agram-Bu- 



LA CITTA DI VITA 43 

dapest. Mesi e mesi sono passati da quando Fultìmo 
treno è sparito, portandosi via gli ultimi funzionari 
di Carlo IV. Da allora, rotaie, posti di segnala- 
zione, dischi, passaggi a livello, tutto casca a pezzi, 
affondando nel passato, il colore si perde, le^scritte 
non si possono più leggere, le traversine imporri- 
. scono ; rottami d'ogni sorta ingombrano la strada ; 
a poco a poco la natura sorniona e taciturna ri- 
copre col suo sudario vivo il lavoro effimero degli 
uomini. Dovunque una vegetazione vigoreggia: 
la vitalba e il convolvolo s'attorcigliano ai pali, 
le pietre si foderano di borraccina, cardi, trifogli 
e botton d'oro coloriscono le scarpate; il casello 
d'un cantoniere scompare sotto una vigna salvatica, 
e sulle tegole i rondoni hanno fatto il nido: lungo 
le rotaie che luccicano, le lucertole vengono a pi- 
gliare il sole. 

Sorniona, taciturna, tirionfale, la natura esce 
dalla terra, come una regina prigioniera cui si ri- 
doni la libertà. 

Città-vecchia : un isolotto di Venezia, un set- 
timo sestiere che un giorno si fosse staccato e che 
il maestro, il fratello della bora, avrebbe spinto 
in fondo al Carnaro; sotto la torre municipale 



-44 LA CITTA DI VITA 

s'apre una porta: per essa si entra nella parte an- 
tica della città. 

Strade strettissime, ciottoli minuti e acuti, tetti 
che quasi si toccano, case assai antiche ma senza 
stile, oggetti e mercanzie esposti ai quattro venti, 
madonne ai crocevia, chiassuoli, vicoli ciechi, illu- 
minazione precaria...; qui niente Ungheria, niente 
Germania; la dominazione straniera non è potuta 
mai penetrare in questo ridotto; tutto respira l'aria 
d' !talia : l' anima italiana è dappertutto, nel- 
l'aspetto stesso delle particolarità meno importanti. 

Tutte le mattine, ai piedi della torre municipale, 
fiorisce un mercato d'erbe. 

Non basta veder le cose; bisogna dar ascolto 
alla loro sinfonìa perpetua ; la vita di tutti i giorni 
ha la sua melodia come il mare ha la sua: qui 
codesta melodia è più italiana deìV ouverture della 
« Semiramide » . 

Scoppi di voce, sagrati e bestemmie, lembi di 
canzoni, colpi secchi di zoccoli che scalpicciano 
sui ciottoli; contrattazioni e chiacchiericci di co- 
mari; sonagli e chitarre: tutto su d'uno sfondo 
del Piranese. Sotto i massi d'un arco romano, air 
l'estremità d'una calle sinuosa, passano le capre; 
sui davanzali hanno messo ad asciugare la bian- 
cherìa; un maniscalco — forse è venuto dal 



LA CITTÀ DI VITA 45 

teatro di Marcello? — ha piantato la sua incu- 
dine davanti all'uscio. 

Qualche venditore ambulante spaccia mele, 
aranci, fiori, cartoline illustrate e frutti di mare; 
centinaia di ragazzi si rincorrono e scantonano da 
tutte le parti; alcuni giovinotti di bella presenza, 
occhi neri capelli lisciati, stuzzicano una ragazza 
che se ne va in fretta, modellata dallo sciallo a 
frange di Rialto ; ecco che tre frati compaiono : la 
ragazza fa le corna e i giovanotti si accertano della 
loro virilità. 

Dall'osteria esce un gruppo di marinai a brac- 
cetto : fluttua per l'aria un odore di vino, di fritto 
e d'amore. 

In verità, il presidente Wilson avrebbe dovuto 
mandare qui, a Città vecchia, i suoi experts. Ma 
avrebbero capito ? 

Una fanfara squilla : (( ecco, passa la banda » ; 
è una musica militare che traversa la città, fatto 
ricorrente almeno tre o quattrovolte al giorno, in 
Fiume. E ogni volta, tutti si precipitano, fanno 
ressa intorno ai musicanti, si accompagnano con 
loro ; un corteo si forma ; in breve la folla segue la 
musica sul Corso, verso la piazza Dante; quando la 
fanfara si ferma, senza più fiato, gli epigoni ripi- 
gliano il ritornello, mescolando le acclamazioni al 



46 LA CITTÀ DI VITA 

canto, picchiando i piedi in terra : spessissimo arri- 
vano davanti al palazzo, né consentono a disper- 
dersi se non dopo aver visto il loro idolo, d'An- 
nunzio, e lanciato in suo onore frenetici (( alala ». 
In piazza Dante, a tutte le ore, ma soprattutto 
;a mezzogiorno e verso sera, s'indugiano, discutono, 
passeggiano crocchi di gente: i fiumani difficil- 
mente andando al caffè, nel corso della giornata. 
Preferiscono trovarsi fuori; le discussioni sono 
spesso vivacissime, violente anche, talora: gli uffi- 
ciali e i soldati si mescolano con cittadini, notizie 
false o vere circolano, (( segreti di stato » si divul- 
gano, non di rado, anche, qualche calunnia è 
propagata ; è il (( forum » antico che i passeggia- 
tori traversano in lungo e in largo: passano, ri- 
passano ancora. Gran parte della vita privata e 
pubblica dei fiumani si svolge là; ed è questa 
un'altra abitudine italiana, italianissima ((( schiet- 
tamente italiana », direbbe d'Annunzio). In tutte 
le città r Italia, amori, capolavori, rivoluzioni, na- 
scono fra la « piazza » e il (( corso » . 

Si chiacchiera molto, in piazza: si sparla di 
questo, di quello, e del Consiglio Nazionale; spe- 
cialmente del Consiglio Nazionale. 

L' (( alto consesso » non è, in verità, popolare. 
.1 consiglieri sono quasi tutti gente stimabilissima; 



LA CITTÀ DI VITA 47 

taluno anzi, come il venerando presidente Gros- 
sich, il sindaco Gigante, il capitano Host Venturi, 
ammirevoli figure di cittadini, non indegne delle 
tradizioni municipali più schiette. Se non che, due 
o tre pescicani si sono insinuati fra gli eletti : nuovi 
ricchi di maniera, le gaffes dei quali vanno di 
bocca in bocca, parenti alla zente refada di tutti 
i paesi, il popolo, i soldati — si sa — sono incli- 
nati alle generalizzazioni facili: questi due o tre 
personaggi antipatici sono per loro tutto il 
Governo. 

A dire il vero il Consiglio non ha mai 
goduto d'una grande riputazione, ma per ben altra 
ragione : i quindicimila elettori fruenti delia <( per- 
tinenza )) sono quasi tutti borghesi che a rap- 
presentarli hanno designato altri borghesi, grossi 
e piccoli: il proletariato fiumano non ha parte né 
voce neir amministrazione. Risultato immediato, 
l'impopolarità del Consiglio fra la classe lavora- 
trice. Ma il fenomeno politico porta dietro di sé 
conseguenze ben altrimenti gravi: i dirigenti re- 
cheranno nella valutazione dei problemi d'ogni 
ordine, morale, economico o sociale, quella ristret- 
tezza di visione che è particolare alla classe bor- 
ghese; nelle congiunture gravi assisteremo allo 
spettacolo di uomini istruiti che perdono compie- 



48 LA CITTÀ DI VITA 

tamente la testa, di capitalisti che si dimenticana 
di tutto quello che non s'identifica coi loro capitali ; 
li vedremo aggrappati ai loro privilegi di classe, 
disperatamente, questi che non dovrebbero aver 
nel cuore se non la salvezza del Comune e la cura 
d* interpretar fedelmente la volontà cittadina^ 
Nelle giornate del pericolo, la voce patetica di 
Host Venturi, di Gigante, l'appello stesso di Ga- 
briele d'Annunzio non varranno a sottrarre i farisei 
alla loro angoscia senza grandezza. Rinchiusi nella 
loro aula ben riscaldata, accuratamente garantita 
dai rumori esterni, non avendo a testimoni delle 
loro deliberazioni se non i ritratti dei magnati 
ungheresi; troppo volentieri si lascieranno coman- 
dare dai loro pregiudizi e dalle abitudini invec- 
chiate. 

Colei che è assente nelle loro radunate è la 
voce maschia del popolo: del popolo generoso, 
, schietto, impulsivo e temerario, che alla loro sofi- 
stica capziosa possa opporre il suo lirismo ingenuo. 
Per i contadini dalle spalle quadrate, per gli 
operai dalle mani pure, per i marinai dallo sguardo 
chiaro non c'è posto in tale cenacolo. 

Tuttavia sono meravigliosi, questi. ' 

La storia, la città, l'aspetto delle strade, le co- 
stituzioni, l'antica Tarsatica posta sotto la giurisdi- 



LA CITTÀ DI VITA 49 

zione del patriarca d'Aquileia, il corpus separatum, 
Carlo Magno e Maria Teresa: quanti argomenti 
in favore dell'italianità ! Ma tutto questo non è 
nulla, tutto questo non conta nulla. Un argomento 
solo: (( il popolo di Fiume ». 

Bisogna vederlo per capirlo, per comprenderlo, 
per amarlo. 

L'armistizio non altro è stato fuorché una sta- 
zione del suo Calvario. Dopo poco sbarcavano gli 
Annamiti ; le truppe italiane erano (( ammesse » 
a partecipare all'occupazione interalleata. Una 
volta di più il francese doveva far la figura del 
Monsieur qui ignare la géographie; ai fiumani che 
accoglievano le truppe alleate al grido di Vive la 
France! gli ufficiali francesi rispondevano gri- 
dando: Vive la Yougoslavie! 

A mezzo di plebisciti e dichiarazioni solenni la 
popolazione affermava la sua volontà d'annessione 
all'Italia, come già aveva fatto il 30 ottobre 1918, 
pur essendo in piedi l'impero austro-ungarico. Le 
truppe d'occupazione facevano soffrire ai fiumani 
mille angherie, ma gli Indocinesi dichiaravano 
d'esser venuti a portare la civilisation. 

Un giorno di maggio, nel 1919, scoppiarono 
tumulti, provocati dall'arroganza degli occupanti. 



I 

I 



Kochnitzky 



50 LA CITTÀ DI VITA 

Fiume oltraggiata si abbandonò a eccessi riprove- 
voli; il sangue colò. 

Chi sono, storicamente, i responsabili della 
strage? Che cosa fece sì che il sanguigno « rosario 
fiimiano )) fosse sgranato, apparizione moderna 
delle Matines Brugeoises e dei Vespri, suscitata 
dal fondo delle età antiche? La Commissione d'in- 
chiesta nominata dalla Conferenza non arrivò a 
stabilirlo; ma il modo col quale tale commissione 
tenne le sue sedute, gli imbrogli determinati dalla 
questione delle precedenze dalla confusione delle 
lingue, dall'incompetenza degli experts, le vio- 
lenze verbali alle quali gli « istruttori » non si ver- 
gognarono d'abbandonarsi verso i testimoni; ba- 
sterebbero, soli, a posare una perpetua aureola 
di ridicolo sul capo dei pacificatori di Versailles. 
Le conclusioni dell'inchiesta sono conosciute: le 
truppe italiane dovevano sgombrare la città e la 
polizia britannica avrebbe mantenuto l'ordine. 

Si sapeva il valore della frase; sono già pa- 
recchi anni, infatti, che le forze inglesi (( manten- 
gono l'ordine » in Cipro, al Cairo, a Gibilterra, a 
Hong-Kong, a Zanzibar. 

La partenza delle truppe italiane — vi erano, 
fra le altre, i granatieri del maggiore Reina — 
ebbe un colore drammatico. Le donne strapparono 



LA CITTÀ DI VITA 51 

le bandiere ai soldati e le gettarono a terra: « Se 
Te n'andate da Fiume, mettetevi le bandiere sotto 
i piedi!)). Scena che il Guicciardini avrebbe vo- 
lentieri narrata. 

Il 12 settembre 1919 un trasporto inglese, col 
primo contingente di poliziotti maltesi, gettava 
l'ancora nel Carnaro, nel momento medesimo in 
cui Gabriele d'Annunzio entrava a Fiume. Nes- 
suno all'infuori di coloro che erano presenti potrà 
ridire quello che fu tale entrata, la (( santa en- 
trata )). Miracoloso è il fatto che l'entusiasmo 
travolgente di codesta ora trionfale si sia potuto 
mantenere, in tutta la sua intensità, per mesi, per 
anni. E se Fiume soffre, è felice di soffrire per 
(( l'amore che non è amato )). 

Con l'isolamento, l'esaltazione si fa più pro- 
fonda: la vita senza sicurezza si colora d'un quo- 
tidiano eroismo che la presenza animatrice del 
Comandante illumina. 

E' impossibile esser sublimi per tanti mesi senza 
pericolo. 

Si crea così, a poco a poco, quest'atmosfera di 
perpetuo quatorze juillet che avvolge il nuovo 
venuto a Fiume. Cortei e fiaccolate, fanfare e 
canti, danze, razzi, fuochi di gioia, discorsi, elo- 
quenza, eloquenza, eloquenza... 



52 LA CITTÀ DI VITA 

Mai scorderò la festa di San Vito, patrono di 
Fiume, il 15 giugno 1920; la piazza illuminata, 
le bandiere, le grandi scritte, le barche coi lam- 
pioncini fioriti (anche il mare aveva la sua parte 
di festa) e le danze...: si danzava dappertutto: in 
piazza, ai crocevia, sul molo; di giorno, di notte, 
sempre si ballava, si cantava : né era la mollezza 
voluttuosa delle barcarole veneziane; piuttosto un 
baccanale sfrenato. Sul ritmo delle fanfare marziali 
si vedevano turbinare, in scapigliati allacciamenti, 
soldati, marinai, donne, cittadini, ritrovanti la tri- 
plice diversità delle coppie primitive che Aristo- 
fane vantò. Lo sguardo, dovunque si fosse fer- 
mato, vedeva una danza: di lampioni, di fiaccole^ 
di stelle; affamata, rovinata, angosciata, forse alla 
vigilia di morire nell'incendio o sotto le granate. 
Fiume, squassando una torcia, danzava davanti al 
mare. 

Nelle povere casupole della Città-vecchia le 
donne hanno tolto inmiagini sante. Le lampade 
piccole ardono di fronte al ritratto di Gabriele 
d'Annunzio. 

Altri chiamino questo isterismo. E' le Bai des 
Ardents. 

Al cospetto del mondo ostile e vigliacco, sfi- 



LA CITTÀ DI VITA ' 53 

dando il riso stridulo delle folle, Fiume danza 
davanti alla morte. 

E' ormai un cuore, una torcia. 

E' un Arca. 



Ili, 

IL TIASO 



Sono completamente « fiumanizzato », come 
dicono. Vivo ormai la vita ardente dei Legionari; 
mi sforzo di somigliarli quanto più m'è possibile. 

Le opere e i giorni si susseguono, il resto del 
mondo ci appare come una cosa grigia e mal certa 
che quasi svanisca in un (( aer perso ». Respiro 
nel chiarore che s'irraggia da Gabriele d'Annunzio, 
e di questa luce vivo : ormai non altro sono fuorché 
uno strumento senza volontà, un e utensile che non 
sente e non vede fra le mani dell'artefice mera- 
viglioso. Mi piace di non essere altro. Un tale 
deferente epigonismo nulla ha in sé che possa ab- 
bassarmi e rimpicciolirmi; attore o spettatore, com- 
pagno od osservatore, seguace o testimone spre- 
giudicato, gioisco infinitamente di vedere questo 
che vedo, d'ascoltare questo che ascolto, d'essere 
ciò che sono. Ringrazio Dio che mi ha messo in 
contatto diretto e quotidiano con la più compiuta 



58 IL TIASO 

fra le sue creature, e contemplo con attenzione 
questo vivo miracolo, nelle sue grandezze e nelle 
sue piccolezze, nella sua potenza e nella sua debo- 
lezza. La netta e precisa visione delle cose 
è in lui quello che più sorprende; d'Annunzio 
grandeggia per il pensiero, per Fazione, per la 
mole enorme dell'opera compiuta. Cervantes non 
capiva nulla di diplomazìa, Lamartine non sapeva 
comandar un esercito. Napoleone non ha scritto . 
le (( Laudi » . Il Comandante di Fiume, il mag- 
gior poeta dell'età nostra, è al tempo stesso un 
uomo di guerra e un uomo di stato. 

I Legionari non sono immeritevoli di un capo 
cosiffatto. 

I Legionari....... Un esercito che non è un eser- 
cito, una guarnigione che non somiglia a nessuna 
guarnigione, insorti che forse sono vandeani, 
guardie bianche che hanno molto delle guardie 
rosse, ribelli che sono poi soldati disciplinatissimi, 
corsari che non predano se non per dar da man- 
giare agli affamati. 

I Legionari Veterani in cui quattro anni 

di guerra non hanno consumata la fiamma del 
primo giorno, ancora puri e disposti al sacrificio 
estremo: volontari adolescenti scappati di scuola 
per venire ad arruolarsi: interi battaglioni che. 



IL TIASO 59' 

stanchi di vegetare in una vita senza colore nella 
zona d'armistizio hanno seguito nell' « impresa » i 
tenenti quasi ragazzi, lontano dalle corvée^ 
degradanti e dai colonnelli bizzosi. 

I Legionari Ufficiali Superiori un pò stu- 
pefatti di trovarsi là in mezzo, e che tuttavia hanno 
accettato la stranezza della situazione... e silurati 
che sono accorsi a sciami, e altri che non hanno 
voluto lasciare Fiume, e altri che hanno voluto 
seguire d'Annunzio ; e poi gli ufficiali di vent'anni, 
buttatisi neir avventura con Y impeto medesima 
col quale andavano all'assalto, una volta: e gli 
aviatori che si sono posati coi velivoli in montagna, 
nel nido d'avvoltoio di Grobniko ; e gli ufficiali di 
marina che a sera tornano nella casa angusta d'ac- 
ciaio lucente ; e tutti questi che si sono riuniti e 
hanno formato tale bizzarra e turbolenta coorte, 
il (( battaglione ufficiali », passando poi le giornate 
intere nei caffè con o senza orchestrina... e questi, 
anche, che non vengono mai in città, che rimangono- 
agli avamposti coi loro soldati: modesti, rudi, 
sacrificati; i più entusiasti, forse. 

I Legionari singolare radunata d' uomini 

d'ogni età, d'ogni strato sociale, di tutte le regioni: 
italiane. Il dodici settembre erano settecento: fu- 
rono mille il giorno dopo, poi duemila, cinquemila,,. 



60 IL TIASO 

ottomila. Venivano da tutte le parti: dal mare, 
dalla terra, dal cielo; presto furono troppi per la 
città bloccata e affamata, e il Comando fece sa- 
pere che non si accettavano ulteriormente volon- 
tari: Fiume, isolata dal resto del mondo, richiu- 
deva alla sua volta le porte sulla propria sofferenza. 
Potevamo ormai contarci, osservarci a vicenda. 

Siamo i pellegrini d'un medesimo santuario, i 
passeggeri d'una stessa nave. Dove andiamo?... 
Nessuno saprebbe dirlo. Quali sono i nostri « scopi 
di guerra»? Difficile precisarlo... Allora... 

Sopra di noi sta Gabriele d'Annunzio che ci 
guida. 

Sopra Gabriele d'Annunzio, l' IGNOTO e il de- 
stino che lo sospinge. 

Con che partito politico i Legionari sono impa- 
rentati? Credo che lo siano con tutti i partiti. Na- 
zionalisti e internazionalisti, monarchici e repubbli- 
cani, conservatori e sindacalisti, clericali e 
anarchici, imperialisti e comunisti...: fra di noi 
c'è un pò di tutto. 

Fiume è un magico crogiuolo nel quale la ma- 
teria in fusione ribolle. Verrà colato il metallo 
più puro? 



IL TIASO 61 

« 

Fiume è una nebulosa in cui le genesi nuove 
s'elaborano. Scintillerà la stella promessa? 

Un'idea comune tiene stretti intorno a un capo^ 
liberamente scelto questi uomini di tendenze così 
divergenti. Una volontà sola li lega in un fascio 
più compatto di quello che il blocco non crei. Un 
immenso desiderio di giustizia solleva tutti i cuori. 
I Legionari di Fiume sono gli assetati di giustizia. 

Va detto e ridetto. Fiume è il doloroso simbolo 
di tutte le ingiustizie d'un periodo esecrabile. 
Consegnata con un trattato segreto, abbandonata 
da quelli stessi per cui difenderla sarebbe stato 
il dovere, tradita da negoziatori d'una criminale 
incompetenza; i suoi carnefici fanno ogni sforzo 
per strozzarne il grido d'angoscia. I Legionari 
di Fiume sono gli assetati di giustizia. E questo 
solo già spiega molte contraddizioni. Per i com- 
pagni di Gabriele d'Annunzio l'iniquità ha qua- 
ranta facce; si chiama, volta a volta, Wilson,. 
Clémenceau, Lord Curzon, Lloyd George, Or- 
lando, Sonnino, Tittoni, Nitti: Cagoia, anzi, se 
s'incarni in questa grassoccia maschera. La forza 
nostra è generata dalla coscienza d'essere rimasti 
in piedi in così pochi contro la potenza congiurata 
delle nazioni, dei partiti, delle caste. 

Quis CONTRA NOS? Codesti personaggi uffi- 



62 IL TIASO 

ciali che vi servono in un francese educato e banale 
frasi lambiccate, frasi che sarebbero soltanto 
grottesche o sceme, se non si prestassero a masche- 
rare l'arbitrio, l'odio, la più cinica e vigliacca ri- 
cerca del lucro. 

QuiS CONTRA NOS? La Società delle Nazioni, 
quest'accademia buffa e senza forze, colle sue 
sinecure lautamente pagate. Questi ministri d'Ita- 
lia, questi politicanti da sottoprefettura che quando 
posta al giuoco sarà il destino della Dalmazia 
percorreranno colle dita tozze la carta — distesa 
sotto l'occhio feroce della (( Tigre » — cercando, 
fra Trieste e Durazzo: ((Spalato? Spalato?... 
Spalato!... Ecco!! ». 

QuiS CONTRA NOS? L' (( Avanti )) e gli pseu- 
dosocialisti del Pus, che alle angoscie delle rivo- 
luzioni preferiscono la collaborazione fatta sperare 
da Nitti, miraggio giocondo di portafogli e di 
borghesi delizie. Al Congresso della 3 ^ Interna- 
zionale, in Mosca, un onorevole socialista s'em- 
piva la bocca coli' (( imminente rivoluzione sociale 
Italiana », gonfiando la gran potenza del Partito 
Socialista, quando Lenin, tagliandogli la frase a 
mezzo : (( In Italia c'è un rivoluzionario solo : 
Gabriele d'Annunzio ». 

Quis CONTRA NOS? Il mastodontico macchi- 



IL TIASO 63 

nario burocratico « intralciato nel suo normale an- 
damento )) : questa superfetazione temibile, sotto 
la quale, da cinquant'anni, un governo esagerata- 
mente accentratore si sforza di far scomparire la 
fisonomia sincera del paese. E le falangi innume- 
revoli degli impiegati: dagli uscieri ai commenda- 
tori e alle loro pance che si commuovono e hanno 
sussulti d'indignazione. 

E. la traballante baracca militarista! I sergenti 
— lessico del casino sempre pronto in punta di 
lingua — ■ maltrattano la loro squadra e se la 
rifanno con d'Annunzio; troppe volte, purtroppo, 
certi generali, buffe marionette equestri, non si ver- 
gognano a far altrettanto, tanta presa hanno sui 
loro cuori l'invidia, l'odio, la rabbia impotente. 
E che bizza sciocca anche nelle invettive di Ric- 
cardo Zanella, tipo prettamente italiano, non am- 
missibile se non in una città Italiana. Il capo degli 
(( autonomisti » vuol salvar Fiume anche lui, ma 
dev'esser lui quello che la salva; e accorgendosi 
che d'Annunzio non gli fa posto abbastanza, se ne 
va furibondo, sbatacchiando gli usci. Fuoruscito 
di maniera, piacevole parodia di Farinata degli 
liberti, codesto Zanella che in fondo non è cat- 
tivo, diventa il nemico più accanito dei suoi con- 
cittadini, e spande la sua bile nel girone di Cagoia, 



64 IL TIASO 

gongolante all'idea d'aver dalla sua un pesce così 
grosso. 

L'attività svolta da questo politicante fu nefasta 
per r (( Impresa » . Grosso sbaglio fu, non ho scru- 
poli a dichiararlo, ij lasciare che se n'andasse r 
sarebbe stato facile utilizzarlo, senza troppo di- 
spendio; sarebbe bastato procurare alle sue ambi- 
zioni qualche soddisfazioncella non difficile: con- 
servargli, piuttosto che una responsabilità vera e 
propria, l' illusione dell' importanza. Ma Niccolà 
Machiavelli restò sempre fuori dalla « città di 
vita )) ; e io temo molto che il comandante di Fiume 
non anteponga al Segretario Fiorentino Baldas- 
sare Castiglione o il Cardinale Bembo. 



* 
* ^ 



(( Vorrei che un reggimento di Legionari fiu- 
mani sfilasse davanti a un colonnello inglese ))^ 
scrisse, un giorno, il corrispondente della « Morning. 
Post )) . Certo, il bravo colonnello britannico sa- 
rebbe rimasto assai sorpreso, come, nei suoi piedi,, 
qualunque altro colonnello di qualunque altra 
esercito del mondo. Gli arditi, piuttosto che È 
difensori d'una città bloccata somigliano 

Les sombres séraphins d'une autre Jlpocal^pse. 



IL TIASO 65 

Gli arditi sono una minoranza; ma a mano a 
mano che la vita fiumana si viene organizzando, gli 
altri corpi subiscono 1* influenza di questo stile spa- 
valdo. Cavalleggeri e fanti, colonnelli e caporali, 
artiglieri e aviatori, e perfino il buon poeta ameri- 
cano Henry Furst, non c'è più nessuno che non 
voglia essere ardito, che non voglia portar ricamata 
sulla manica sinistra la spada colla ghirlanda di 
quercia. In poco volger di tempo i Legionari acqui- 
stano una sagoma che li individua ; inafferabili sfu- 
mature, da principio : i bersaglieri abbandonano al 
vento le stesse piume e corrono alla maniera di 
prima ; gli ufficiali del « Piemonte Reale » con- 
servano la loro grazia altiera ; i granatieri Tele- 
ganza sobria... eppure c'è in tutti qualche cosa 
di cambiato: uno spirito nuovo li anima; e, un 
poco per volta, con quella delle anime, la meta- 
morfosi delle uniformi si compie. Un giorno i 
fanti spaccano la giubba, il colletto s'apre, e ne 
sorge il collo nudo che al vento del mare si farà 
di bronzo: tutti vorranno, in seguito, portare il 
pugnale alla cintura. In estate, il comando di 
Fiume si impossesserà dei depositi abbandonati 
degli alleati : nelle tende fulve dell' « Armée 
d'Orient » ci taglieremo fantasiose tenute da pa- 
rata. Gli stessi arditi varieranno il loro tema: pa- 

Kochnitzky 5 



66 IL TIASO 

recchi ufficiali semineranno di stelle argentee il fez 
spavaldo, e a più riprese cingeranno il petto d'ala- 
mari neri: uno spinto nuovo li anima. Volon- 
tari non se ne accettano più, ma i sottufficiali si 
moltiplicano, giacché il comando crea caporali, 
sergenti, aiutanti di battaglia. Bisogna piure rico- 
noscerlo: è bizzarro l'aspetto di questi personaggi 
rabescati di galloni, con un arcobaleno di nastrini 
policromi sul petto: decorazioni di guerra, testi- 
monianze d'un valore messo alla prova, nastrino 
di Fiume azzurro giallo e amaranto, nastrino nero 
degli arditi, scarlatto nastrino di Zara! E' vero: 
andature, grida, canzoni, pugnali, capigliature, 
tutto è assai insolito. Davvero un colonnello in- 
glese si scandalizzerebbe di ssoldati cosiffatti. Ma 
Gabriele d'Annunzio non è un colonnello inglese; 
per fortuna. 

* 

Dove Fiume finisce, sul delta dell' Eneo — 
questo famoso Porto Baros sul quale si farà tanto 
chiasso in seguito — , si sono accantonati gli arditi 
fra gli arditi, i bravi fra i bravi : la « Compagnia 
d'Annunzio », la « disperata )) ! Che vita di lieto 
affratellamento, di disciplinati giuochi, nelle ba- 



IL TIASO 67 

Tacche isolate davanti al mare o su per i poggi 
cui danno, di corsa, la scalata I Eccoli a torso 
nudo, neir arena di Cantrida; s' addestrano al 
lancio delle granate, al salto in altezza: con un 
fischio il capo. Rossi Passavanti, li aduna o li 
disperde. Sfilano davanti al Comandante; con 
un gesto solo duecento mani irte di pugnale si ten- 
dono verso di lui; la bandiera nera s'inchina, e il 
grido fatidico, rompendo da duecento petti, ri- 
suona davanti al mare: 

A noi! 

Fra gli arditi della d'Annunzio c'è una donna 
— colonnello si pari la faccia ! — una donna che 
sopra una succinta gonna grigio-verde porta la 
giacca coi risvolti neri. Ha il grado di tenente; 
prende parte alle marcie, alle esercitazioni ; con una 
virile grazia quest'anima ben temprata si piega 
alle necessità rudi del blocco, vigilando alla sa- 
lute morale e alla disciplina delle (( sue » truppe, 
perorando la causa loro presso il Comandante: 
costantemente la si vede a fianco di Rossi Fassa- 
vanti. Spunta il romanzo. Accadrà un giorno che 
il capo della Disperata sposi la marchesa Incisa 
di Camerana; a Igliori, il mutilato glorioso, pas- 
serà il comando della Compagnia d'Annunzio. 



68 IL TIASO 



* 
* * 



Libero di protestare, il colonnello inglese; maf 
un artista non renderà grazie alla (( Compagnia 
d'Annunzio )). Per Tincanto degli occhi e degli 
orecchi, essa ha ricostituito le falangi delle « bande 
nere » , ligie al loro capo ambizioso e crudele, Gio- 
vanni dei Medici. 



* 

^ * 



In primavera il Comandante accompagna le 
truppe nelle lunghe corse per i dintorni della città. 
Le sette di mattina. Il reggimento di turno è 
incolonnato in Piazza Roma, davanti al Palazzo. 
Tre squilli di tromba. Eccolo, Fautore delle 
(( Laudi )), in gambali e speroni, il busto serrato 
nella stretta giacca da ardito. Che passo rapido, 
che snellezza di andatura, quale vivacità nello 
sguardo! E' il coetaneo dei suoi soldati, ha ven- 
t'anni come loro... 

Vanno via cantando, verso la spiaggia o verso 
la montagna. Verso mezzogiorno li vedrò tornare. 
Metamorfosi seducente... sole d'aprile... magia... 
Questa non è la Foresta di Birman che s'avanza 
verso il palazzo di Fiume; anzi è un miracoloso 



IL TIASO 69 

verziere, una ghirlanda infinita, rosa e bianca... 
1 Legionari hanno spogHato gli arbusti in fiore. 

Ordine, gerarchia, passo cadenzato della par- 
tenza sono dimenticati. E' una teoria frenetica, 
un tiaso selvaggio che ascende la scarpata ripida 
fra mare e palazzo. Squassano i ramoscelli fioriti... 
. furore dionisiaco .... 

Perfino, il Lunedì di Pasqua il corteo fa sosta 
in riva al mare. Rustici roghi si drizzano, gli ar- 
diti arrostiscono gli agnelli, e il Comandante divide 
il pasto delle truppe. Un'altra volta tornano di 
notte, al chiarore delle torce. E sempre, dapper- 
tutto, sulle labbra fioriscono le canzoni. 

Una sera al teatro Verdi si dava la (( Fiaccola 
sotto il moggio )) : spettacolo per i Legionari. Spet- 
tacolo strano, in verità. L' immenso Opernhdus 
alla tedesca pieno di militari; gli ufficiali in pol- 
trona e nei palchi, in galleria e in loggione la 
truppa. In un palchetto di proscenio, il Coman- 
dante col suo Stato maggiore. Applausi immuta- 
bilmente scroscianti : V entusiasmo è di rigore. 
Proviamo per qualche istante la sensazione un pò 
inquietante d'esser gli spettatori di Nerone; quelli 
che si rifiutano d'ammirare periranno fra i tormenti. 



70 IL TIASO 

Cala il sipario sul secondo atto ; mentre gli Atridi 
di Aquila ricompaiono a ringraziare — hanno 
recitato malissimo, d'altra parte — una voce si 
leva, qualcuno protesta: lui! 

(( Interrompiamo questa noiosissima tragedia, e 
cantiamo le nostre canzoni! ». 

Acclamazioni. Alala. E si canta 1* Inno di Ma- 
meli, l'Inno di Garibaldi, Giovinezza. Ma i sol- 
dati reclamano na tazza é cafè, na tazza è cafè. 

D'Annunzio non ha detto (( le nostre canzoni » > 
Gli ufficiali si guardano in faccia, impacciati. Ma 
non c'è nulla da fare. Leggera dapprima, scin- 
tillante, poi violenta, impetuosa, la canzone napo-- 
letana s'innalza. Le terzine della tarantella, urlate 
da un migliaio di voci calde, rombano come la 
tempesta. Elettra e il suo sacco empito di serpenti, 
i galloni e i gradi, la pompa dei canti ufficiali.^, 
tutti gli accessori — teatro e realtà — d'una vita 
luccicante e fittizia, turbinano come le foglie secche 
al vento dell'uragano. La canzoncina da nulla 
colle sue parole insulse, si gonfia e s'ingrossa, di- 
venta la più spaventevole fra le carmagnole. I 
miei compagni si fanno dei segni; trovano l'episodia 
bufflssimo. 

Io osservo d'Annunzio. S'è fatto pallido d'un 
tratto. Ha capito, lui. Anche ieri s'affaticava a far 



IL TIASO 71 

imparare ai: soldati una melopea patriottica di 
Mario Castelnuovo-Tedesco, composta secondo 
un modo greco : vagamente ipo-misolidiano, credo. 
Ed ecco, il popolo gli insegna la sua canzone : 
brutale, spietata, trionfale. Egli ha compreso. 



* 
* * 



Ai posti di sbarramento la consegna è severa. 
Accade qualche volta, nei settori più lontani, 
che una pattuglia di Legionari oltrepassi la linea 
e si spinga fino all'Osteria, distante dalle nostre 
posizioni non più di cento metri. L'osteria è il NO 
man's land. 

Una sera d'inverno succede che i Cagoiani vi 
sorprendano qualche soldato di Fiume. Vogliono 
(( far dei prigionieri » : quelli resistono, i regolari 
fanrio fuoco, e i fiumani rientrano nella linea por- 
tando indietro uno dei loro ferito a morte. 

Su d'un letto di spedale, il soldatino agonizza- 
si cerca d'interrogarlo; d'Annunzio vuol ve- 
derlo : egli non risponde altro che (( morto sì )> 
(( vivo no )) . Delirando ripeteva senza posa queste 
quattro parole; e in queste quattro parole c'è tutta 
l'eroismo del mondo. 



72 IL TIASO 



■5^ 



I borghesi egoisti e i demagoghi imbecilli non 
capiranno mai il popolo ; appartiene solo agli spiriti 
più alti, alle anime nobili e grandi, saper ricono- 
scere i tesori nascosti nei cuori semplici, valutare 
là vastità del loro sacrificio. 

Ai piedi del lettuccio sul quale stava disteso 
Luigi Siviero, il soldato di Fiume ammazzato da 
una pallottola italiana, l'autore delle « Laudi » 
s'inginocchiò e pianse. Venne anche una donna, 
che era stata chiamata a Fiume dal suo dovere 
d'ispettrice della Croce Rossa; austera sotto le 
bende d'infermiera. 

Si vide un puro profilo che s'inclinava. Minuto 
straziante, vivo per sempre nella memoria di chi 
l'ha vissuto, la pronipote di Philippe-Egalité, 
Elena di Francia, pregava in ginocchio davanti 
al giovine morto. 



4t 



I Legionari mal sopportano le mille prepotenze 
dei regolari e delle autorità. Presto la vendetta 
assume una forma, ed ecco le (( beffe » indimenti- 
cabili, i (( colpi di mano » famosi, gioia immensa 
degli arditi, rabbia pazza di burocrati e di sbirri. 



IL TIASO 73 

Parchi automobilistici svaligiati, camions volatiliz- 
zati, treni fatti deviare... Un giorno, pattuglie sbar- 
cate a Volosca s'impadroniscono di quarantasei 
giganteschi cavalli da traino e li portano a Fiume 
en trois bateaux. Un altro giorno, a pochi chilo- 
metri dalla città, un'imboscata d'arditi ferma l'au- 
tomobile del generale Nigra che è condotto a 
Palazzo fra buona scorta. E' trattenuto tre giorni, 
fatto oggetto al trattamento più ossequioso, onde 
si persuada che noi siamo qualcos'altro di quei 
<( manigoldi » dei quali tanto ha detto male. 






La Croce Rossa Italiana vettovaglia la popo- 
lazione civile. Ma i Legionari di che cosa debbono 
sussistere? Nonostante le sottoscrizioni aperte — 
il solo (( Popolo d'Italia » ha raccolto vari milioni; 
anche dalle colonie Italiane all'Argentina e al 
Brasile son arrivati fondi di soccorso — ci man- 
cano i viveri, ci mancano i vestiti. Che fare? 
« Colpi di mano » . Pirateria. Per secoli gli Uscoc- 
chi, i pirati del Carnaro, hanno taglieggiato le 
galere della Serenissima: i Legionari han ripreso 
questa sana tradizione. Se no, a che servirebbe 
aver una flotta e i « mas » graziosi e veloci? Ta- 



74 IL TIASO 

lora i nostri marinai spengono un faro all'ingresso 
del Quarnerolo. Nella notte senza luna, dietro le 
rocce di Cherso, il veltro del mare sta in agguato. 
Pochi momenti bastano ad arraisonner la nave e 
imporgli la strada di Fiume. A noi il cargo ripieno 
di grano! A noi il trasporto carico di munizioni! 
A noi il transatlantico colmo di ricchezze ! Si trovò 
un pò di tutto a bordo del (( Persia » che faceva 
rotta verso l'Estremo Oriente: marmellate, muni- 
zioni e sciampagna destinata allo Stato maggiore 
dell' anmiiraglio Koitchak, pneumatici, stivaletti» 
e perfino un ambasciatore abbastanza stupefatto 
dell'avventura, e che il giorno stesso fu lasciato 
andare. 

Una sera, grande agitazione a Palazzo: mor- 
morio lontano, un rumore che va crescendo; cla- 
more, ombre in marcia, luci danzanti, suono di 
passi affrettati. Una coorte tumultuosa fa impeto 
nell'atrio, si slancia su per le ampie scalinate: 
costoro non sono i Djins, anzi sono gli Uscocchi. 
Portano al chiarore delle torce il bottino prezioso, 
due cofani pesanti di cui or ora si sono imposses- 
sati a bordo d'un piroscafo in rotta verso l'Albania. 
Le serrature sono solide, resistono. Alla fine sono 
sforzate : risdalleri e dobloni ne escono d'un tratto, 
e biglietti di banca, a pacchetti. 



IL TIASO 75 

Romantico ritardarlo, provo un'ebbrezza au- 
tentica contemplando questo Delacroix della mi- 
glior maniera. I cassieri della spedizione fanno 
portar via il tesoro — tre milioni circa. Nulla 
v'ha da temere, d'altronde; non una di queste 
mani che si induriscono sul ferro saprebbe richiu- 
dersi sulla più sudicia lira di carta. Le tórcie fu- 
mano, ci si crederebbe nella (( hall » di un viking 
nordico. Ed ecco, il Comandante. 
Un canto si leva, il trionfale canto degli Arditi i 

« Giovinezza, giovinezza 
Primavera di bellezza ». 

Canto sublime, scaturito nelle ore tragiche del 
Piave dallo stesso cuore della razza, canto che 
nessun poeta ha scritto mai, canto che Goethe 
avrebbe invidiato a Dante! 

La giovinezza, la primavera, la bellezza? Non 
è forse lo stesso canto che un tempo, sulla collina 
vaga di Fiesole, fioriva alle labbra del Magni-^ 
fico?... 

« Quant'è bella giovinezza 
che ci fugge tuttavia! ». 

Eterni luoghi comuni, lamento senza fine del- 
l' (( um'ane posse », foglie d'autunno che il vento> 



76 IL TIASO 

disperde, singhiozzi d'Omero e d'Antigone, o 
dolore 

« ch'uom morto non risurge a primavera ». 

D'Annunzio ha detto un giorno^ in Fiume : 

(( La sorte mi ha fatto principe della giovinezza 
sulla fine della mia vita ». 



IV. 
A PALAZZO 



Vasto, comodo; un palazzo, quanto al resto, 
come tutti gli altri palazzi. 

Eccolo, bell'è descritto, il Palazzo di Fiume. 

Quelconque. L'aggettivo indeterminato lo de- 
finisce meglio di tutti i qualificativi. Quelconque, 
spaventosamente quelconque. 

Ce ne sont que festons, e d'un cattivo gusto 
insuperabile. Una doppia scala di marmo conduce 
al grande atrio con tettoia a vetrata, che vorreb- 
Vessere nello stile del Rinascimento e fa pensare, 
invece, all'ingresso d'uno stabilimento idroterapico. 
Vi fo grazia della sala da pranzo, salone bianco, 
tre logge di marmo giallo, al primo piano, che 
danno sull'atrio. 

Ce ne sont qu astragales.^. C è qualche bel 
tappeto, e due brucia-profumi cinesi, di bronzo 
cesellato, ai piedi della scala: ma scompariranno 
irerso gli ultimi di novembre. 



80 A PALAZZO 

Quanto al resto... a ciascuna parete di ciascuna 
sala ci sono magnati appesi: enormi, paffuti, bar- 
buti, disdegnosi, arcigni; tutti i governatori di 
Fiume a cominciare dal secolo XVII ! Ne vedono 
e ne sentono delle belle, poveri magnati. 






In palazzo non ci s'entra a piacere; (( a Pa- 
lazzo )), come dicono i Legionari, c'è un corpo di 
guardia con sentinella a ogni accesso. E' forza, 
sorpassarne parecchi ordini avanti di poter arri- 
vare al primo piano, dove il Comandante risiede, 
dove egli riceve i visitatori : cui nessuno, all'inf uori 
degli ufficiali d'ordinanza e dei segretari, può es- 
sere introdotto senza preventivo annuncio. 

Nel palazzo si ricoverano una ventina d'uffici: 
il Generale comandante della divisione, il Capo di 
Stato maggiore della marina, il Capo gabinetto del 
Comandante, l'ufficiale di collegamento: uffici» 
uffici, uffici. Il vettovagliamento, la stampa, la 
legione fiumana, i carabinieri, il servizio informa- 
zioni : uffici, uffici, uffici. La « segreteria speciale » 
si merita una menzione : vi si cucinano i più audaci 
colpi di mano, vi convengono a rapporto gli emis- 
sari sguinzagliati per tutte le regioni d'Italia. Ai 



A PALAZZO 81 

primi di novembre del 1919 la (( segreteria spe- 
ciale )) era l'organo più vitale del Comando. Ho 
detto (( ai primi di novembre » , giacché per quanto 
tempo durò 1* « Impresa » non si smise di creare, 
sopprimere, permutare o invertire cariche e fun- 
zioni. 

« Legge moneta e ufficio e costume ». 

tutto, al Palazzo di Fiume, era ondeggiante e 
vario. 

(( Ardisco non ordisco » si legge sulla carta da 
lettere, sui proclami. 

(( Ardisco non ordisco » ripetono gli articoli dei 
giornali. 

Purtroppo, il motto fiero finisce d'esser vero ai 
piedi della scala gialla. Cinquanta, sessanta uf- 
ficiali, giovanissimi nella quasi totalità, hanno assa- 
porato da un giorno all'altro l'ebbrezza del potere, 
la gioia orgogliosa d'esser diventati di colpo (( pic- 
coli personaggi » . Si formano dei clans. Clans 
che si fanno la guerra, si calunniano a vicenda; 
ognuno di noi ha suoi protettori e i suoi protetti 
i suoi piaggiatori e i suoi invidiosi. I più vicini al 
Comandante — e i più giovani in modo partico- 

Kochnitzky (f 



82 A PALAZZO 

lare — son fatti bersaglio agli attacchi sotterranei 
o dichiarati di tutti quelli che vorrebbero stare al 
loro posto. Ne sapete qualcosa voialtri, cari amici : 
Ludovico Toeplitz, Eugenio Coselschi, Guido 
Keller, Antonio Masperi, Alberto Cais di Pierlas! 

Non sono andati a dire che avevamo fondato 
una corte, la corte bizantina del nostro Basileus? 
Il (( Tempo )) non stampò, una volta, al posto im- 
portante delle rivelazioni gravi, la notizia che si 
era sequestrato il Porfirogenito ? 

No; davvero non sarebbe il caso di pensare a 
Bisanzio... Un'occhiata alla mensa basta a stabi- 
lirlo. Al Comando ci sono tre sale da pranzo: io 
appartengo alla mensa n. 1 , quella stessa del Co- 
mandante. 

La tavola è frugale, il pane quasi nero, il caffè 
scadente. Spesso il Comandante fa colazione o 
cena in camera sua, é il suo posto rimane vuoto. 
La mensa n. 1 è piuttosto tetra. I soli capi-servizio 
hanno il diritto d'appartenervi: maggiori e colon- 
nelli abbondano. 

Fra i giovani, Coselschi, Cais e Bracco, bersa- 
gliere ciclista : da Arcangelo a Fiume la bicicletta 
fatata è venuta d'un balzo solo. Il valoroso capi- 
tano, che è al tempo stesso un uomo sagace e « del 
mondo esperto », porta con sé una ventata d'aria 



A PALAZZO 83 

Tussa: aria brillante e limpida, ben altra di quella 
che si respira sul mar Bianco, per gli Stati maggiori 
<( interalleati » o fra i baroni baltici in esilio. 

Intorno a me tutto ha un'impronta militare, 
tutto (( porta le stellette » : convitati, servitori : fino 
ad Alessandra Porro, gentile e dolorosa, che un 
'eroico fantasma accompagna. Ella ha costituito 
la casa del soldato, ella, con le stesse sue mani, 
distribuisce viveri e soccorsi alla popolazione civile ; 
a ogni ora si vede andare e ritornare, mai vinta 
dalla stanchezza, nei crespi neri del suo lutto. 






In mezzo a tanto sfolgorio d'uniformi la mia 
giacca è uno screzio. 

Mi si propone a più riprese il grado di sottote- 
nente nella « Legione dalmata », corpo irregolare 
del quale fa parte il collega americano Furst ! Ri- 
cuso. L'abito borghese mi conferisce un'indipen- 
denza piena, e anche un tal quale prestigio. 

Piti volte, durante la settimana, l'aspetto della 
mensa cambia: cristalli, fiori; siamo in trenta, in 
<juaranta, talora. Ci sono visite, visite venute di 
lontano, né il Comandante lascia mai di convi- 
tarle alla sua tavola. Si completa allora il prò- 



84 A PALAZZO 

gramma con qualche numero eccezionale ; si fanno 
venire le paste da Piva, il pasticcere brevettato; 
ha ricevuto, questi, lettere patenti di pugno dei- 
Comandante, abbellite d'un motto latino: ETIAM 
EX AMARO DULCEDO. Avremo lo sciampagna o 
qualche surrogato più o meno equipollente (il 
(( Persia )) !) e perfino i cioccolatini. Si invitano 
due o tre fiumani importanti, talora anche le loro 
mogli. 

Il tocco: gli invitati passeggiano in su e in giit 
per l'atrio come se aspettassero il treno. Ecco che 
reiterati colpi di gong echeggiano: lo scompiglio 
è ai colmo — e da una porticina sbuca a un tratto 
un corteggio, come quando mezzogiorno suona 
all'orologio della Cattedrale di Strasburgo : d'An- 
nunzio, i suoi ufficiali d'ordinanza, i segretaria 
Presentazioni : i convenuti, ammutoliti di botto, 
sono tutti stupefatti di trovarselo davanti semplice, 
sorridente, ospitale; si aspettavano, chissà, di ve- 
derlo apparire portato in trionfo sopra una sedia 
gestatoria. 

Il Comitato pro-Fiume di Bologna, Napoli o 
Venezia. Un deputato rimasto a terra nelle elezioni 
ultime, un giornalista di Chicago, kodak alla mano ; 
un poeta giapponese, uno scrittore francese voya- 
geur èslettres oppure una propagandista belga.> 



A PALAZZO 85 

Per ognuno la parola che ci vuole, il sorriso che 
incanta... e senza mai sbagliare; non gli succede 
di esaltare 1' « eroico Belgio » col giapponese o 
<Ji ricordar Hokuzai con l'uomo di stato rumeno: 
né la piacevolezza del dottor Balanzon oppure il 
suo parere in merito al problema del B anato sa- 
ranno mai per l'avvocato napoletano. 

A tavola, di che cosa si parla? « Si » parla?... 
non me ne rammento più, in verità! Lui! Ciò che 
lui ha detto, lo ricordo tutto o quasi tutto. Per 
fissarlo nella memoria, ricorro a un taccuino blu 
che non mi lascia mai; a tavola lo poso, aperto, 
sulle ginocchia, sotto il tovagliolo: ogni tanto ap- 
punto col lapis una parola, senza guardare. Un 
bel giorno i miei maneggi sono scoperti : i commen- 
sali si divertono alle mie spalle; il Comandante 
ride: in fondo non è punto scontento. Non tutti i 
suoi detti sono memorabili, ma non ci si scorda di 
neppur una fra le sue parole! 

E' giunta l'ora dei discorsi. Egli si alza. Tutti 
si alzano. Vocativi infiammati: «... o voi che ve- 
nite da... )) ed ecco davanti a noi sfilano (( la rossa 
Bologna )), la « dolce Venezia », la (( Firenze di 
Dante », a seconda dei casi. Non raramente un 
aggettivo possessivo s'accoppia col nome della 
città: (( la dolce mia Venezia », « mia Firenze ))^ 



86 A PALAZZO 

Egli ringrazia i suoi ospiti d*esser venuti e 
confida loro il messaggio orale: voi direte ai 
vostri concittadini che Fiume... che i Legionari... 
che il mondo...; gli stranieri si sentono ricordare le 
glorie nazionali: Shakespeare e Milton, Abramo 
Lincoln, Victor Hugo e il Re Alberto; ce n'è 
per tutte le campane e per tutte le patrie. Al mo- 
mento dell' (( alala » finale, lanciato a una voce 
da tutti i commensali, su molti occhi spuntano le 
lacrime. Gli oratori rispondono con più o mena 
elevata eloquenza. Accadde una volta che Ha- 
rukishi Shimoi recitasse dei versi giapponesi. 

Questa scena, stavo per dire questa Cena, si 
rinnova più volte nel corso della settimana. E tut- 
tavia, in queste improvvisazioni sopra un tema che 
è sempre il medesimo, in questo mottetto sopra un 
(( continuo » senza fine, quanta felicità d'inven- 
zione, quale fiorire di espressioni, fresche come 
lamponi, sonore come campane! In quali incanti 
siamo noi presi? Dove la sorgente arcana da cui 
Gabriele d'Annunzio attinge tanto tesoro? Indefi- 
cìenier. L'urna inesausta. 

Egli ha detto, un giorno: 

« Il segreto di Fiume è la verità del mondo ». 



A PALAZZO 87 

Alla mensa talora il vecchio spirito guerresco 
torna a comparire. Assai di rado. Quasi sempre la 
scintilla è determinata dalla presenza d'un bor- 
ghese : qualche fiumano eminente, un deputato (( in 
visita )), una donna. Una lunga favilla, in questi 
momenti, che s'alza, rosseggia un attimo, ricasca 
e muore. I combattenti, i fanti non hanno il vecchio 
spirito guerresco : lo spirito « superato » della 
guerra « superata ». 

Si presenti un imbottitore di crani: eccolo che 
agita frasi incendiarie, che agita le braccia, le 
gambe, e talvolta anche le anime di questi che lo 
ascoltano, tanto è facile chiamare l'Odio che non 
domanda se non di mostrarsi. Ecco; si posa sulla 
faccia scarlatta d'un silurato, ha bagliori nelle 
pupille del giornalista, nazionalista per professione ; 
trionfa nel cachinno della dicitrice di poesie pa- 
triottiche. Ma non ha presa sulla maggioranza. I 
vecchi troppo hanno sofferto per odiare, e per loro il 
dovere non può consistere in una rettorica sangui- 
naria. Quanto ai giovani, hanno tanto entusiasmo, 
tanta fede, tanta indulgenza per gli uomini e per 
le cose... : questo linguaggio da Sparafucile li lascia 
impassibili. x 



88 A PALAZZO 

Una lunga favilla che s'alza, rosseggia un at- 
timo, ricasca e muore. 

D'Annunzio ascolta con pazienza il recitativo 
di luoghi comuni a cui lo si sottopone. Ha un sor- 
riso per la cavatina imbecille, poi il suo sguardo 
diviene vago; pensa a qualcos'altro. E l'imbot- 
titore di crani, commensale sfortunato, ricade sini- 
stramente sul piatto e disprezza la tristizia di questo 
tempo nostro. 

O begli anni passati, tempi benedetti; missioni 
magnifiche al retrofronte ; o colazioni del Comando 
supremo! E i servizi di propaganda! Sleeping 
fornito da Pantalone. Piacevole dimestichezza coi 
diplomatici, gli uomini di stato, i principi del 
sangue; visite ufficiali agli eserciti alleati, esposi- 
zione delle atrocità. 

Una lunga favilla che s'alza, rosseggia, un at- 
timo, ricasca e muore. 



* 
* ^ 



Dopo colazione, si fa una passeggiatina pel 
giardino ; è l'ora del fotografo. Ognuno accarezza 
la speranza segreta di portarsi via una testimo- 
nianza tangibile della visita a Fiume : la fotografia 
dove si fa bella figura ai fianchi di Gabriele d'An- 



A PALAZZO 89 

nunzio con la disinvoltura graziosa che l'istantanea 
autorizza. 

Molti fra i Legionari, e non dei minimi, hanno 
anche caro di vedersi a destra o a sinistra del 
grande uomo : (( documenti » per la storia dell'av- 
venire, (( prova )) inconfutabile, incancellabile : IO 
c'ero. 

Appena vedono all'orizzonte il bravo Anselmi 
col suo apparecchio, ufficiali, soldati, invitati, tutti 
sì precipitano come tanti polli sul becchime. Va- 
nità, vanità. Il mio compagno Guido Marchesani, 
capitano degli arditi, spirito elegante e raffinato, 
ha chiamato questa manovra « la caccia all'ob- 
biettivo )). 






Pellegrino che vieni da Roma... 

Le visite se ne vanno, portandosi via cartoline 
firmate, nastrini e medaglie. Noi si ritorna al la- 
voro : una piccola scala, illuminata male, porta al 
primo piano. Il Comandante rientra nella sua 
stanza. 

Ed ecco la « Segreteria particolare ». Povero, 
povero Eugenio Coselschi! Mutilato di guerra, 
decorato con parecchie medaglie, io credo che il 



90 A PALAZZO 

delicato poeta fiorentino abbia dovuto far prova 
d'una più grande abnegazione, d'un più grande 
eroismo, d'una rassegnazione maggiore per le an- 
ticamere di Fiume che non nelle trincee del Carso. 
Per tre mesi io fui il testimone del suo martirio, 
lo spettatore compassionevole della sua sofferenza 
che non finiva mai. Che cosa fa il Segretario parti- 
colare? Che cosa (( non » fa? Deve regolare le 
udienze, fissare il programma della giornata, spo- 
gliare il corriere, rimettere al Comandante gli 
estratti della stampa italiana e straniera, e ricevere 
i visitatori. I VISITATORI.-^ Gli uomini politici, le 
personalità dell'esercito: anche del clero; i gior- 
nalisti, gli amici personali, gli emissari, i solleci- 
tatori, gli ammiratori e le « ammiratrici » ! Ma 
non finiscono qui. I rompiscatole, gli scrocconi, 
i ricattatori, gli avventurieri e « le avventuriere ». 
Come distinguere il frumento dal loglio? Come 
tener testa a questa folla implacabile che non 
lascia un istante di respiro, che dalle cinque 
parti del mondo affluisce sulla soglia di questa 
porta e vi s' accampa, disposta a un assedio 
in piena regola ? Ognuno ha un piego da 
rimettere, un messaggio urgente da consegnare; 
bisogna che veda d'Annunzio in tutti i modi, fosse 
pure per un minuto solo. E si tratta quasi invaria- 



...j 



A PALAZZO 91 

bilmente di futilità. Come rifiutare senza urtare, 
promettere coll'intenzione di non mantenere, far 
pazientare senza scoraggiare, trovar sempre pretesti 
più o meno plausibili? Simulare sortite che poi 
non avvengono, inventare emicranie inesistenti? 
Coselschi si cava d'impaccio con una bravura pro- 
digiosa. Non è mai colpa del Comandante che non 
domanderebbe di meglio, che vorrebbe, che sa- 
rebbe felice se... Conciliante e cortese il « segre- 
tario particolare » non è parco né di parole conso- 
latrici né di gesti d'affettuosa esortazione: la sua 
voce trova sempre gli accenti dell'afflizione sincera, 
della simpatìa accorata, allorché si tratta di mandar 
via con bella maniera. 

(( Il Comandante ha promesso ». Il Coman- 
dante promette sempre. E venendosi poi a trovare, 
com'è naturale, nell' impossibilità materiale di 
mantenere le miriadi d'impegni assunti, tutto pro- 
cede come se unico colpevole fosse Coselschi. Po- 
vero, povero Coselschi! Risentimenti e rancori 
s'ammonticchiano sul suo capo. Un altro al posto 
suo non avrebbe resistito tre giorni. Coselschi, 
temporeggiando e procrastinando, appoggiandosi 
ora all'uno ora all'altro, e talvolta agli uni e agli 
altri contemporaneamente, riuscì a mantenersi per 
quasi nove mesi. 



92 A PALAZZO 

Volgendo una giornata di malumore, Gabriele 
d'Annunzio lo silurerà in un modo crudele: pur 
non facendolo cucire in un sacco di cuoio e preci- 
pitare nel Carnaro, come i nemici di lui avevano 
minacciato di fare colle loro stesse mani qualora la 
<( segreteria » non fosse stata abolita e il segretario 
eliminato. Qualche settimana dopo il Comandante 
sarà anche troppo lieto di ritrovar Eugenio più 
devoto, più attaccato, più fedele di prima: mili- 
tare e tuttavia umano, avvocato sagace e noncji- 
jneno poeta melodioso. 



* 



Il segretario particolare non è solo a fronteg- 
giare la marea che viene a rompersi alla soglia. 
Igliori e Cais di Pierlas, i due ufficiali d'ordinanza, 
hanno anche loro molto da fare. Quanto a me, 
sono con Henry Furst alle dipendenze d'Eugenio 
Coselschi. Mi occupo dei giornali e del corriere 
francese ; è mio dovere, anche, ricevere e (( spu- 
pazzare )) per Fiume i giornalisti e gli altri ospiti 
stranieri dei quali lingua materna o da viaggio sia 
la francese. Agli Anglo-Americani pensa Furst. 
Non appena un (( cliente » si presenta, comincio 
dal somministrargli l'imbottimento di cranio più 



A PALAZZO 93^ 

efficace. Prendiamo quindi l'automobile e... visita 
della città; tutto quello che il gentile lettore o la 
gentile lettrice hanno visto sfilarsi sotto gli occhi 
al secondo capitolo. 

Siamo inesorabili. Solo quando il nostro pen- 
sionante per la sincerità dei sentimenti e l'intelli- 
genza delle risposte ci sembra « dignus intrare » ; 
allora appena si comincia a parlare di presentarlo 
al Comandante. Indispensabili precauzioni; una 
signora settentrionale, corrispondente d'un grande 
giornale del Nord non esitò a chiedermi, un giorno, 
quale fra le isole che si scorgevano in fondo al 
Carnaro fosse la Corsica. (( Certo lei vuol' dire 
Cherso, signora »? X( Ma no, ma no, », precisò 
codesta donna di lettere : (( la Corsica^ dov'è nato 
Napoleone ». Un'altra volta un giornalista an- 
glosassone raccomandatoci da pezzi grossissimi 
doveva esser presentato a d'Annunzio, durante lo 
svolgimento d'una festa militare, a Cantrida. Io e 
Furst ci scomodiamo per cercarlo all'albergo; lo 
troviamo a tavola, seduto di fronte a un vassoio 
sul quale sette bicchieri di Sherry Brandy in fila 
facevano bella mostra di sé : riteniamo conveniente 
offrire le nostre scuse, ma una voce impastata ci 
risponde: Oh F m noi in company! V m just 
having a little fan by my self. Non c'era nulla da 



-94 A PALAZZO 



obbiettare, e lasciammo l'ubriaco alle delizie della 
^ua solitudine. 

Ci sfilano davanti personaggi imprevedibili e 
assurdi. Un piemontese che viene a presentarci 
certo sistema politico-filosofico, destinato a ridar 
la felicità agli uomini : si tratta di creare una magi- 
stratura universale e imperiale, una sorta di Se- 
nato Romano, Un poeta che ha scritto un'ode di 
almeno 500 versi in onore del Comandante. Pre- 
tende di leggergli il risultato delle sue fatiche, 
arriva lungo lungo, emaciato, intirizzito nel sopra- 
bito nero, col rotolo di carta nella mano guantata 
di nero: si direbbe la statua d'un uomo di stato 
vsul piazzale d'una stazione. Insiste, si dispera, viene 
di così lontano... Coselschi si lascia intenerire... 
vedrà d'Annunzio purché rinunci a recitargli il 
panegirico e s'accontenti di offrirgliene il mano- 
scritto. Il poeta è introdotto nell'anticamera. La 
porta si socchiude, ospitale come sempre il Coman- 
dante si avanza... ma una voce cavernosa si eleva: 
solenne, profetica 

« O vate che dal ciel.... ». 

Sciagura ! Aveva imparato a mente l'ode ! Non 
fu più possibile fermarlo. 



A PALAZZO 95 



* 
* * 



Un'altra volta, una deputazione di sottufficiali 
presenta un indirizzo in latino : comincia così 

NOS LEGIONARES 

L'autore delle Elegie Romane lascia passare il 
gigantesco marrone senza mover collo né piegar 
sua costa : a lettura terminata offre con dedica un 
volume suo all' (( eccellentissimo umanista ». 

Ma in generale i visitatori sono assai meno 
pittoreschi. Gabriele d'Annunzio è più che altro 
popolare fra le classi medie: strano destino del 
genio ; l'autore delle (( Laudi » è profeta in patria, 
ma è, soprattutto, un profeta borghese. Si capisce. 
A preferenza dei versi, i suoi romanzi sono fami- 
liari: milioni di lettori li leggono e rileggono 
appassionatamente. Il (( Piacere » e il (( Fuoco » 
esaltano specialmente le immaginazioni borghesi: 
il popolo ignora i misteri del lusso e dell'eleganza 
cosmopolita, né prova il desiderio di esserne 
messo al corrente; le aspirazioni d'un campagnolo 
<Ianaroso non differiscono gran che da quelle d'un 



96 A PALAZZO 

garzone di stalla. Il marinaio e l'armatore, come 
l'operaio e l'industriale, se lealmente consacrano sé 
stessi alle loro opere diverse, tendono in realtà a 
uno scopo unico, oltrepassante di gran lunga il 
loro benessere materiale : (( la prosperità dell'im- 
presa comune ». Questa teoria di Walther Ra- 
thenau, germinata da un'esperienza sociale che 
non ha precedenti, è, mi sembra, assai persuasiva. 

L'esistenza di godimenti e d'ozio che conducono 
i personaggi del « Piacere » non avrà mai sedu- 
zioni per colui che è convinto d'aver un'opera da 
compiere, per colui che nella vita ha tracciato a sé 
stesso una strada, e pretende che sia quella del 
dovere e della virtù perché è quella in cui trova 
la felicità. D'altronde le gens du monde che 
non sempre si vedono riprodotte con troppa pre- 
cisione nelle cromolitografie dannunziane, diffi- 
cilmente si lasciano abbagliare da quelle cascate 
di brillanti, da quelle collane di rubini, di berilli 
o di turchesi che incantavano Stelio Effrena. 

A un uomo non basta l'andar a letto con una 
contessa perché di colpo diventi interessante. Che 
se una coppa di cristallo è bella, il fatto che abbia 
appartenuto a Isabella d'Este o Lucrezia Borgia 
nulla aggiunge alla sua bellezza. E la campagna 
romana non muta ancorché la si percorra al ga- 



A PALAZZO 97 

loppo sopra un puro sangue, dando la caccia alla 
volpe con una comitiva d' aristocratici annoiati 
che in un francese discutibile snocciolano educate 
corbellerie. 

Lo snobismo e suoi vari surrogati, intenerimento 
storico, esaltazione estetica, non hanno presa ormai 
se non sulla frazione più ritardataria della genera- 
zione nostra, che Laforgue e Gide hanno avvez- 
zato a più terrestre nutrimento. Un giorno, chissà, 
torneremo noialtri a essere i ritardatari: forse le 
nuove falangi riporranno in onore il preraffaelli- 
tismo, l'arte per l'arte, i princes of life. 

Quel giorno, fra tutto ciò che costituì la gloria 
d'un'età, il mondo di forme in cui la stilizzata 
Europa del 1890 trovò la sua espressione, il cri- 
tico nulla rinverrà che sia più armonioso, più 
bello plasticamente, di codesta lunga teoria d'im- 
magini e di quadri, di stoffe e pietre scintillanti, 
in mezzo alle quali l'uomo e la donna svaniscono, 
vinti dallo splendore delle cose. 

Per ora, il commesso che a mezzogiorno scende 
per Via delle Quattro Fontane si indugia fanta- 
sticando lungo le cancellate del Palazzo Barbe- 
rini; Gabriele d'Annunzio gli ha dato la chiave 
del soggiorno principesco. Sulle orme d'Andrea 
Sperelli — mentre con un pò d'affettato e un caffè 

Kochnitzky ^ 7 



98 A PALAZZO 

e latte fa colazione in una latterìa di Via Frat- 
tina — penetra nelle sale sontuose dove Elena 
Muti, bella com'era nel 1889, aspetta.... 

Alla maestrina di Milano cosa importa più del 
salario insufficiente, del quotidiano lavoro senza 
gioia nella città fornace! Mentre il tramway la 
squassa, Stelio Eff rena la conduce in gondola a 
visitare fastose dimore patrìzie; con un gesto illan- 
guidito sfoglia sulla sua fronte rose gialle... 

Quegli che ha a piene mani donato ai piccoli 
borghesi, a questi iloti tenuti in catene dalla so- 
cietà borghese, che baciano le mani ai propri car- 
nefici, tanta consolazione, tanta illusione, tanta 
gioia: quegli può, a buon diritto, andar fiero del- 
l'opera sua. E, una volta tanto, la sartina ha 
ragione contro i poeti. 

Sta di fatto insomma, che i visitatori italiani del 
Comandante escono a preferenza dalle file della 
piccola borghesia: maestrine, impiegati, funzio- 
nari, commercianti; sono piuttosto i lettori del 
(( Piacere », in una parola, che non quelli delle 
(( Laudi )) o delle (( Elegie Romane ». 



* 



Ma i suoi corrispondenti! Ogni giorno gli arri- 
vano lettere a centinaia, e noi siamo i soli che le 



A PALAZZO 99 

leggiamo. « Donne ch'avete intelletto d'amore »... 
non scrivete al Poeta., è inutile... 

Le più bizzarre ammirazioni vengono alla luce : 
un profumiere invia dodici tubetti di pasta denti- 
fricia, un operaio del Canada acclude un dollaro, 
scusandosi di non poter mandar di più...; un bam- 
bino giapponese chiede francobolli e chiama il 
Comandante: zio. 

Un Italiano stabilito a Buenos- Ayres scrive: 
a Da venti anni leggo e ammiro le vostre opere che 
conservo al posto d'onore, fra i libri di Matilde 
Serao e quelli di Carolina Invernizio » . Una si- 
gnora fa sapere che è afflitta da una malattia agli 
occhi e si rivolge per consiglio — perché no per un 
rimedio? — a d'Annunzio. 

Di tutti i generi epistolari conosciuti c'è qualche 
campione: dalla lettera appassionata alla Werther 
lino alla dichiarazione in stile Pillole Pink, leggi- 
bile fra le inserzioni a pagamento del Nuovo Gior- 
nale, Una povera alienata, levatrice nel Fini- 
stère, ci bombarda di missive sconnesse. Succede 
anche che eminenti personalità ci scrivano, a volte, 
lettere cretine: la discrezione, però, s'impone. 



100 A PALAZZO 



■5t * 



Una mattina trovo una lettera proveniente da 
Parigi: bollo deirufficio postale n. 72, Avenue 
Friedland: scrittura nervosa, minuta... sulla grande 
pagina bianca, un periodo solo: 

(( Je voiidrais au moins un Botany-Bay, une 
(( espèce d' infirmerie destinée aux petits Lord 
<( Byron qui, après avoir chiffonné la vie conmie 
(( une serviette après diner n'ont plus rien à faire 
(( qu'à incendier leur pays, se brùler la cervelle, 
(( conspirer contre la république, ou demander 
« la guerre. 

« H. de B. ». 

H. de B. ? L'ufficio postale dell' Avenue Fried- 
land? Assunte informazioni, sapremo che si 
tratta d'un letterato in bolletta, domiciliato in quei 
paraggi... 

Ciò nondimeno, la (( Segreteria particolare » 
prende un'importanza sempre maggiore di giorna 
in giorno, tende sempre più a passare dal partico- 
lare al generale. Ecco che si dà a redigere e pub- 
blicare comunicati, non senza ire per parte degli 



A PALAZZO 101 

ufficiali che dirigono V (( Ufficio Politico Estero ». 
Andrà a finire in un conflitto, e il disgraziato 
<( Ufficio Politico Estero » lascierà la vita nella 
zuffa. 

Nella circostanza della spedizione a Zara stesi 
il mio primo comunicato. Non ho partecipato a 
c|uesta passeggiata marinara che fu occasione a 
un giuramento famoso e determinò un memorabile 
ritorno : trionfo navale, corteggio di navi infiorate 
e pavesate... 

Non ci presi parte... e non essendo io uno storico, 
non ne parlerò. 

Il Comandante è soddisfatto dell'opera mia: 
il 28 novembre ricevo V « Encomio Solenne ». 
Le opere e i giorni si susseguono. 

Le tre di mattina: ho prolungato il mio lavoro 
fino a questo momento in compagnia del collabo- 
ratore più affezionato. Henry Furst; piglio la 
chiave dell'ufficio, e scendiamo insieme per le 
scale sonore. Nelle anticamere spaziose, ancora 
ufficiali che lavorano, sotto lo sguardo altezzoso 
dei magnati appesi. 



102 A PALAZZO 

Nell'atrio, illuminato fiocamente, le sentinelle 
vigilano fra la pesante mobilia di quercia; i tap- 
peti smirnioti ne ammorzano i passi: più in basso 
nel sottoscala, alcuni arditi dormono alla rinfusa^ 
rinvoltati nelle mantelline. 

Non avevano un aspetto simile 

« Ces palais d' Italie où dormait VEmptreur? ». 



V. 
« L'AMITIÉ D'UN GRAND HOMME... 



Un tenue rumore, regolare e dolce: una lima 
d'orefice. La penna graffia Y ampio foglio col 
motto istoriato; la penna veloce e capricciosa che 
a tratti si ferma, poi riprende immediatamente la 
sua corsa: bulino, punteruolo, stiletto. In pochi 
istanti la larga pagina bianca è fregiata d'un ara- 
besco; poi un' altra pagina bianca, una terza, 
quindi — mai d'Annunzio scrive sul rovescio del 
foglio. La mano pallidissima su cui rilucono 
due smeraldi cabochon s'indurisce sullo stru- 
mento del lavoro, quasi lo scrittore si sforzasse di 
far passare le energie dei suoi nervi in codesto 
pezzetto di legno insensibile, in codesto acciaio 
minuscolo e tremendo. Crescendo leggero: una 
linea diritta e pesante è zoccolo alla firma autori- 
taria, frastagliata come il Dent du midi 

Attimo di silenzio: egli rilegge raramente e 
non cancella mai; ima parola breve, e poi, di 



106 « l' amitié d' un grand homme » 

nuovo, un foglio bianco un tenue rumore, rego- 
lare e dolce... 

Mi basta chiudere gli occhi perché io torni a 
udirla, la limetta dell'orefice; mi basta chiuder 
gli occhi perché io riveda V ampio foglio col 
motto: Hic manebimus opiime o Cosa fatta capo 
ha o Ardisco non ordisco e perché lo riveda, lui, 
Gabriele d'Annunzio, seduto al suo tavolino, pro- 
teso al laminatoio. 

Come ima melodia interiore di cui 

« la dolcezza ancor dentro mi suona », 

gli accenti della sua voce non li scorderò mai: 
della voce armoniosa a un tempo e dolce, d'un 
metallo che è esclusivamente suo. Come ammalia 
la misura di queste inflessioni melodiose e tuttavia 
articolate nettamente: sillabe cesellate, consoncinti 
doppie pronunciate entrambe, vocali vibrate: 
come ammalia tale voce misteriosa e lenta che 
qualche volta digrada in un (( pianissimo », s'ac- 
queta in un mormorio appena percettibile, lasciando 
che la frase cada nelle caligini d'un punto coronato, 
per riprenderla e ravvivarla a un tratto: scintil- 
lante, svelta, tagliente come un pugnale sfoderato 
che luccichi sotto la luna. Coloro che l'hanno 
udita una volta non la dimenticheranno mai più. 



(( l' amitié d' un grand homme » 107 

Non diversamente le conchiglie lasciate sulla 
spiaggia dal riflusso trattengono nelle volute il 
suono marino. 






(( Mio caro amico, grazie. Ho ricevuto le let- 
(( tere. Guarite presto. Qui si passa di miseria in 
(( miseria, e tutto gli uomini rimpiccioliscona- 
(( mentre tutto ingrandiscono i fati! Serbatevi cJ- 
(( l'amicizia pura. 

« // vostro 

(( Gabriele d'Annunzio ». 

Poche righe... un biglietto frettoloso... nella mia. 
camera di malato ho udito il grido d'angoscia 
d'un'anima grande. 

Gli si rimproverano senza tregua le infedeltà^ 
lo scarso attaccamento agli uomini, alle idee, alle, 
donne. 

Nessuno più di lui inclinato alla confidenza, 
nessuno più lieto quando gli avvenga di scoprire 
un volto nobile, un'anima pura, un generoso stile 
di pensiero; col gioioso abbandono d'un adole- 
scente rimette ambe le chiavi del suo cuore, si af- 
fida al biscione sottomesso che gli strisciava ai 
piedi. Ma le disillusioni non tardano; coloro che 



108 « l' AMITIÉ d'un grand HOMME. 



per un punto l'hanno vinto tentano di sfruttare il 
suo genio: si fanno giuoco della sua buona fede, 
ingannano tutto il suo essere offerto in uno slancio: 
è loro mira aggiogarsi al carro il rapitore del 
fuoco; e la spada fiammeggiante della sua parola 
tramutarla in un arnese utile e lucroso, oppure in 
un dilettevole ornamento che faccia far bella, 
figura alla loro vanità. 

Allora, o^eso nella carne e nel sangue, si ri- 
bella. La causa profanata, le idee tradite, i sorrisi 
ipocriti, la bellezza prostituita... tutto ha davanti 
agli occhi, e nel suo cuore s'insedia il disprezzo: 
rimanendo, dopo, insensibile alle lacrime, alle 
strida, alle contumelie o alle minacce dei singoli 
è delle folle. Né per questo il suo pensiero sosta, 
costantemente rivolto a nuovi ideali. Sogni non 
prima balenati occupano la sua anima; e arric- 
chito di dolori nuovi e di nuove gioie, persegue un 
destino sempre più alto. 

(( E tutto rimpiccioliscono gli uomini mentre 
« tutto ingrandiscono i fati ». 

Ho abbandonato anch'io l'eroe nel pericolo, 
ho rinnegato il maestro? 

Sono stato sul punto di farlo. 



« l' AMITIÉ d' un grand HOMME )) 109 

A mezzo dicembre 1919 le acque fiumane 
s'erano fatte assai torbide. Le trattative intavolate 
col Governo di Nitti stavano per arrivare in porto ; 
il generale Badoglio, in nome del Governo Ita- 
liano, aveva presentato uno schema di modus vi- 
vendi che il Consiglio Nazionale, ottenuta qualche 
piccola modificazione, si affrettò ad approvare. 

Il Comandante d'Annunzio, che il Consiglio 
aveva investito dell'autorità suprema, aveva dato 
incombenza al maggiore Giuriati e al comandante 
Luigi Rizzo di rappresentarlo per tutto il corso dei 
negoziati. 

Trascorsi pochi giorni a Roma — dove il Conte 
Sforza, allora sottosegretario agli Esteri li aveva 
fatti chiamare — ai due ambasciatori sembrò che 
le proposte governative fossero accettabili. 

Il succo ne era che il Governo prendeva atto 
della volontà espressa dalla città libera di Fiume 
il 30 ottobre 1918, e s'impegnava: a non ricono- 
scere alcuna soluzione del problema diversa da 
quella voluta dalla città, a sonmiinistrare a Fiume 
tutti i mezzi necessari alla rinascita della sua vita 
economica, a rispettare la milizia locale (legione 
fiumana); a far infine occupare la città da truppe 
esclusivamente italiane e garantire l'integrità di 
tutto il territorio del corpus separatum. 



110 « l' amitié d' un grand homme. 



Per l'astuto Gagoia il più tangibile risultato di 
tale modus vivendi era l'eliminazione in forma 
elegante di Gabriele d'Annunzio. Sapevano bene 
che il Comandante non sarebbe restato mai a 
Fiume a fare il « maggiore dei pompieri », (( alla 
testa della milizia locale » . Se ne sarebbe andato : 
a Tokio, a Venezia, in capo al mondo; e questo 
•era quel che premeva. 

Ma il popolo di Fiume da quest'orecchio non 
ci sentiva. Non appena la verità fu saputa: che 
T accettazione del modus vivendi, cioè por- 
tava come corollario la partenza del Comandante, 
i Fiumani scesero in piazza. E per vari giorni 
scene singolari si susseguirono: centinaia di donne 
e di bambini facevano ressa contro la cancellata 
del palazzo, invocando d'Annunzio, implorando 
il suo intervento contro il Consiglio Nazionale; 
quando usciva, la folla lo attorniava, lo serrava 
da tutte le parti, s'attaccava ai suoi abiti, piangeva. 

(( Una folla in lacrime... » ; ho riso a suo tempo, 
quando leggevo il Boris CodounoTV pensando a 
tutto l'assurdo di uno spettacolo siffatto... L'ho 
visto, codesto spettacolo, l'ho visto coi miei occhi, 
e non ne sono rimasto commosso ! Allora non com- 



(( l' amitié d' un grand homme » 111 

prendevo la lirica violenza di quella folla, riso- 
luta a tutto pur di conservare il suo salvatore, pur 
di non abbandonarlo nell'ora del cimento. Non 
comprendevo la lezione di quella folla. 

Il sospetto continuo, le esagerazioni verbali, la 
brutalità di taluni gesti m'ispiravano orrore. Il 
Comandante aveva fatto appello al plebiscito. Gli 
elettori — sempre gli stessi, quelli della perti- 
nenza! — erano chicimati a pronunciarsi prò o 
contro l'accordo col Governo. Si sapeva come sa- 
rebbe andata a finire. Gli elettori rispondevano 
(( sì )) quando la città intera urlava (( no )) . Tu- 
multi ed episodi selvaggi si succedevano. 

Le Bai des Ardents, una volta ancora; ma 
danzato a bordo della Naus Stultitiae. 

I Legionari andavano esasperandosi sempre più : 
correva la voce, tra loro, del prossimo arrivo di 
contingenti francesi i quali non altro aspettavano 
fuorché la firma dell'accordo per prender possesso 
della città in nome della conferenza. 

In queste congiunture, il maggiore Reina, colui 
che nella notte di Ronchi primo si pose a fianco 
di Gabriele d'Annunzio, veniva arrestato in se- 
guito a una balorda accusa di «tradimento». 
Veramente Reina, in cui il diplomatico era vinto 
dal soldato, mai aveva dimenticato nel corso dei 



112 « l' amitié d' un grand homme. 



negoziati col generale Badoglio che parlava con 
un superiore e non con un « plenipotenziario ». 
Certo non aveva fatto prova di tutta la fermezza 
necessaria, né, indubbiamente, era in the right 
place nella veste di Capo di Stato Maggiore del 
Comandante: nulla, nel suo passato di combat- 
tente valoroso e di ufficiale effettivo, lo designava 
come portavoce di d'Annunzio, in ribellione di- 
chiarata contro quanto nell'universo fosse stato 
costrizione, gerarchia, consuetudine invalsa. 

Tuttavia l'arresto di lui, imposto da una folla 
tumultuante di ufficiali giovanissimi, mi sorprese 
dolorosamente. Rinchiuso nella propria stanza al 
Comando, attigua all'ufficio mio, Reina attendeva 
le decisioni dei suoi occasionali « giudici » . Non 
potevo adattarmi all'idea che al Palazzo di Fiume 
ci fosse un Bonnivard: di qualunque natura 
fossero stati i suoi errori, Tex-Capo di Stato Mag- 
giore non si meritava d'essere trattato così. 

Talché, il 19 dicembre portai a conoscenza di 
d'Annunzio come avessi stabilito di lasciar Fiume. 
Egli non fece nulla per trattenermi. « Eravate », 
mi disse (( il testimone ; sareste potuto diventare 
lo storiografo dell'a impresa » ; non avete voluto ». 
Gli espressi le mie lagnanze. « Io non permetto 
a chicchessia di criticare l'operato dei miei ufiì- 



« L' AMITIÉ d' un grand HOMME )) 113 

ciali )), rispose seccamente; quindi mi ripete che 
il cacciatorpediniere francese Tonar eg aveva get- 
tato l'ancora nelle acque di Abbazia: non era 
vero, ma egli era in buona fede, i suoi informatori 
avendolo - — intenzionalmente, forse — informato 
male. « Non mi piace dire cose sgradevoli a nes- 
suno )), terminò; « coloro che sono stati compagni 
miei lo saranno sempre; ma si discemeranno i 
buoni fiumani dai cattivi». 



* * 

Il giorno successivo un vaporetto mi sbarcò a 
Volosca, di dove senza incontrar ostacoli mi tra- 
sferii a Venezia. 

Contatto brusco con la realtà; ricaduta nella 
vita mediocre e abitudinaria; doloroso lamento 
dell' Europa ingannata. Venezia, indifferente e 
languida, mi apparve la più pettegola fra le città 
di provincia: se si parlava di Fiume, a mezzo- 
giorno, in Piazza — dalla parte del sole, fra il 
Quadri e il Lavena — era soltanto per comunicarsi 
storielle ridicole di orgie neroniane: banchetti in 
cui l'autore delle « Laudi » reincarnava volta a 
volta Baldassare o Trimalcione, e i suoi compagni i 
Cavalieri di Dio sa quale Tavola Rotonda. 

Kochnitzky 8 



114 « l' amìtié d' un grand homme » 

Vaniloquio cosmopolita; incontro un francese 
autorevole: ammira molto Danon-Ciaux, ma mi 
fa rilevare che il poeta eccede. Inveisce contro 
la Conferenza, ha l'audacia di ribellarsi a Cle- 
menceau... e est intolérablef... 

L'eloquio pomposo e irreprensibile del mio in- 
terlocutore mi sorprende e mi diverte in una volta ; 
con un'intonazione di voce cortese e funebre costui 
pronuncia quelle frasi importanti di cui dovevano 
abbondare gli articoli di fondo del Constitu- 
iionnel. 

A bordo del Pittsburgh le fanfare americane 
squillano. I marinai scesi a terra comperano Ri- 
cordi di Venezia. L'amano, la Venere dell'Adria- 
tico ! .11 loro capo non è risoluto a portarsi via una 
pianta dettagliata della città per farsene edificare 
un'altra esattamente eguale, in California? Sono 
parole sue: sarà a fine Job, 

Al Danieli ballano; in Piazza, le coppie in 
viaggio di nozze girano intorno ai piccioni ; nessuno 
porge ascolto al lamento dell' (( Adriatico senza 
pace )) : Fiume bloccata, l'Istria scempiata dalla 
((linea Wilson», la Dalmazia sacrificata: fari 
millenari di civiltà latina vanno spengendosi; il 
Montenegro assassinato, nonostante la protesta co- 
raggiosa dei parlamentari inglesi, nonostante il rap- 



« l' amitié d' un grand homme » 115 

porto spaventevole del Conte di Salis, intorno al 
quale è stato organizzata con ogni cura la cospira- 
zione del silenzio; l'Albania, tradita da Nitti e 
che già leva le orde per la calata su Vallona... 
al Danieli ballano e il vento marino non porta se 
non i ritornelli grotteschi d'una musica negra a 
bordo d'una corazzata Yankee. 

Uniergang des Abendlandes ? 

Non rimarrò qui; neppure andrò a Roma. Mi 
ci vuole la solitudine, la lontananza, l'oblio : andrò 
a finire l'inverno a Siracusa, in quella villa Politi 
dove il fantasma fraterno della mia adolescenza 
ancora sogna. 

La mattina dopo, un corriere di Fiume con let- 
tere per me ; subito riconosco la (( sua » . 

(( Mio caro amico, 

(( qui tutto è tornato nella tranquillità; e il Con- 

<( siglio nazionale mi ha dichiarato per la terza 

(( volta Salvatore di Fiume. Le dichiarazioni del 

<( Governo dimostrano che io solo ùedevo chiaro. 

<( Le borgne est roy enire aveugles. La vostra as- 

<( senza ci è penosa, e la vostra opera ci manca. 
(( Non disperiamo di rivedervi qui. II buon 

<( Furst voleva partire stasera per venire a pren- 

<( dervi. E' desolato di non poter lavorare con 



116 « L' AMITIÉ D* UN GRAND HOMME )) 

(( VOI. E anche noi ce ne rammarichiamo profon- 
« damente. 

« Ridiamo delle innumerevoli favole che cor- 
(( rono per il regno. 

(( Qui le belle ore si alternano con le tristi. 
« L'altra sera avemmo un meraviglioso convegno 
(( notturno sopra un colle marino, al chiarore delle 
<( fiaccole. Consegnai il gagliardetto agli auto- 
(( blindo. 

« Tornate se potete. 

« Soltanto qui è la luce, e la vita. 

« // vostro 

(( Gabriele d'Annunzia 

« 28-XII-1919 ». 

Ho ritrovato la vita e la luce; vorrei gridar di 
gioia, urlare davanti al mare, urlare così alto che 
il mio grido d'allegrezza giungesse fino in fondo al 
Camaro. 

Mi contenterò di telegrafargli: so un mezzo si- 
curo di fargli arrivare i telegrammi. Ma che cosa 
si può telegrafare a Gabriele d'Annunzio? La 
Scrittura mi soccorre: 

Beatus populus qui scit jubilationem. Quia me-- 
lior est dies una in airiis tuis super millia. 

L'impiegata mi guarda con una faccia insospet- 



« l' AMITIÉ d' un grand HOMME )) 117 

tita: (( che lingua sarà mai? » Rispondo senza 
esitazioni : <( inglese » . 



<( Vi aspettavamo, vi aspettavamo ». 

Esclamazioni, saluti, tumulto lieto; la pecora 
smarrita è tornata all'ovile. 

Insieme con Ludovico Toeplitz de Grand Ry 
assumo la direzione dell'Ufficio Relazioni Este- 
riori, istituito stabilmente il 12 gennaio 1920. 

Una manna d'acido sapore — ormai m'è toc- 
cata in retaggio: 

ramìtié d'un grand homme. 

E' veramente un bienfaii des dieux? Nell'atmo- 
sfera estremamente riscaldata del Palazzo di 
Fiume per me non esistono consegne: a ciascuna 
ora del giorno e della notte m'è lecito sorpassare 
il triplice ordine di guardie, penetrare fino al sancta 
[^anciortim, alla stanza tappezzata di bandiere 
dove il poeta veglia. 

Su d'una coppa di bronzo lacrime d'incenso 
bruciano: due rose si sfogliano in una coppa 
di cristallo: squisitezze di cioccolata giacciono 
sopra una coppa d'argento che in giugno di- 
verrà piedistallo a un trionfo di fragole. Tutto 



118 « l' amitié d' un grand homme. 



questo è meglio ignorarlo. La leggenda s'alimenta 
di questi particolari inespressivi. Omettiamoli. 

(( Dite che vi sono armi, trofei.. ». 

Su d'un tavolino, rarità bibliografiche, rilega- 
ture cinquecentesche. Sul pianoforte, lo spartito di 
Pelléas et Mélìsande, aperto 

Ridano le nature grossolane di tali attribuiti 
estetici che mai lasciano di circuire il nostro Cesare 
poetico, dovunque vada, qualunque cosa faccia. 
In questa stanza del palazzo di Fiume egli ha con- 
cepito ed elaborato quella sua costituzione meravi- 
gliosa in cui la misura latina, l'equità medioevale 
e l'audacia riformatrice dei moderni s'equilibrana 
in perfetto e sapiente accordo. In questa camera la 
morte sotto le specie d'una granata italiana lo 
sfiorò; or sono pochi mesi. 



* * 



Quanti sguardi fissi su questa stessa stanza ! 

(( Tutto quello che si dica o si faccia nella mia 
stanza è conosciuto cinque minuti dopo da Can- 
trida a Sussak; cinque giorni dopo da Milano a 
Palermo ». 

Realmente il segreto di Fiume è la verità del 
mondo... 



« l' amitié d' un grand homme » 119 

La menzogna del mondo, anche, ed assai spesso. 
Quanto infierisca per l'Italia nei generi forestieri 
estetizzanti, provinciali spostati, si balocca ad as- 
segnare non si sa bene qual misterioso senso orgia- 
stico al minimo fra i gesti di quest'uomo, che prima 
ancora d'essere un artista o un soldato è un lavo- 
ratore : e che lavoratore ! Il più tenace, il più 
probo fra gli artigiani. 

Un giorno Toeplitz fa la scoperta d' una 
vecchia trattoria fiumana, il (( Cervo d'Oro ». Vi 
si mangia un certo « risotto con gli scampi » che 
giustifica la passeggiata. Ci facciamo riservare 
una stanzetta al primo piano. Il Comandante 
viene a desinarci con sei o sette compagni, sottraen- 
dosi COSI alla sfera d'azione dei rompiscatole. 
L'ambiente lo diverte; ci torna. Tappezziamo la 
stanza con qualche metro di cotonina rossa, priva 
d'ogni rapporto coi paramenti bizantini, e masche- 
riamo i crepacci dell'intonaco a forza di frasche 
d'alloro. I desinari del « Cervo d'Oro » assurgono 
alla dignità d'un'istituzione. Talora Eugenio Ca- 
sagrande viene con sua moglie. Donna Ninetta; 
anche Alessandra Porro, qualche volta, è con 
noi. Un bel giorno il Comandante sbattezza il 
«Cervo d'Oro», che ormai sarà 1' « Ornito- 
rinco ». 



120 ((L*AMITIÉ d'un grand HOMME. 



Air (( Ornitorinco » il (( Sangue di Morlacco » 
riceve la sua denominazione. Innocuo Sherry 
Brandy, discretamente appiccicoso, estremamente 
discutibile, sotto nessun aspetto il liquore si merita 
tanto nome; senonché un giorno un quotidiano 
britannico rese di pubblica ragione come d'An- 
nunzio fosse (( un tiranno barbaro, che succhiava 
il sangue dei Morlacchi ». La trovata ci tenne 
allegri, e il Comandante impose il nuovo nome al 
falso Sherry Brandy. Nulla, dunque, più simpa- 
tico, più semplice dei desinari all' (( Ornitorinco » ; 
pochi amici di piacevole compagnia riuniti attorno 
al Comandante. 

E molto tempo non passa, e leggende da far 
inorridire si propagano verso i quattro punti 
cardinali. 

C'era una cantina, tutta addobbata con pellicce 
d'orso bianco; laggiù, tra i fumi dell'incenso, si 
perpetravano orgie innominabili inframmezzate da 
libazioni sataniche: né i paradisi artificiali erano 
esclusi dal quadro. La cocaina, a botti, nevicava 
sul cenacolo, in teschi umani si suggeva il sangue 
fumante... Gli spacciatori di queste buffe fandonie 
pescavano a casaccio fra i loro ricordi: Han 
d'Islanda ed Eliogabalo, Alboino e Rosmunda, 



« L' AMITIÉ d' un grand HOMME )) 121 

il Pare aux Cerfsy e le feste all'amica del Vi- 
sconte di Adelsward : centone. 

Ci sono care queste serate all' « Ornitorinco ». 

Per qualche breve momento il triplice e grave 
casco del potere, della vigilanza, della responsa- 
bilità, s'apriva e si slentava sulla vasta fronte pen- 
sosa. In quegli attimi e durante certe rare passeg- 
giate o qualche morire di pomeriggio a Palazzo, 
un Gabriele d'Annunzio raccolto, intimo, semplice 
ci si rivelava; potevamo indovinare l'acqua sot- 
terranea del suo pensiero, seguirne il corso che i 
suoi ricordi, le meditazioni indicavano. 

I suoi ricordi...; socchiudo il taccuino azzurro. 
Istantanee già sbiadite, le preferisco tuttavia alle 
cromolitografie discutibili : per quanto non possano 
offrire se non un riflesso affievolito dell'affresco 
grandioso. 

II Cicognini, a Prato. I convittori ridevano del 
suo accento abruzzese, dei modi provinciali. Stu- 



ì 22 « l' amitié d' un grand homme. 



diava, passava le nottate intere a studiare. Quando 
Folio della sua lucerna era tutto consumato, ne 
prendeva dalle lucerne dei convittori meno labo- 
riosi e lo versava nella propria. Una sera, per 
guardar le costellazioni, si nascose sul tetto e ci 
restò tutta la notte. 

Quand'ebbe finiti quindici anni, il padre fece 
stampare a proprie spese i suoi primi versi. Al 
Collegio diedero scandalo. « Primo vere » : non 
si parlava che di mammelle ignude, di bocche 
umide, di corpi palpitanti... « ... la mia immagina- 
zione si compiaceva in descrivere voluttà che io 
peranco ignorava » ; confessione preziosa del- 
l'eterno Cherubino! Poco tempo dopo la morale 
ebbe la sua riscossa. Il giovanetto Gabriele mandò 
una novella a Ferdinando Martini che la pub- 
blicò nella sua rivista e gliela pagò cinquanta lire. 
I professori annunciarono il lieto evento in refet- 
torio a tutti i convittori riuniti, e uno tra loro brandì 
trionfalmente il biglietto di banca; prova da toc- 
carsi con mano dei vantaggi che il talento e le 
buone lettere procurano. (( Per parecchi mesi », 
racconta Fautore delle «Laudi», «serbai sul 
mio cuore il biglietto prezioso. Un giorno di bol- 
letta, poi, dovetti separarmene. Mai più, da quel 



«L^AMITIÉ d'un grand HOMME )) 123 

tempo, ho saputo conservare il denaro così a 
lungo )). 

Gli piace rievocare un viaggio in Sardegna che 
fece quando aveva vent'anni, credo. Gli presen- 
tarono un collega montanino, un bardo improvvi- 
satore che in quattro e quattr'otto compose un'ode 
in onore del giovane aedo. Gli augurava mille 
fortune, e il ritornello suonava : 




E Um-ber-to Ra-ni-e-ri, te faz-za ca - va - lie - ri I 

Ranieri era, infatti, il secondo nome di Re 
Umberto. 

Gabriele d'Annunzio canticchia il ritornello con 
voce un pò rauca ma non sgradevole. 



•5t 



Spesso parla dei compagni di giovinezza^ 
Tosti, di cui gli aggrada raccontare le non racconta- 
bili facezie, estremamente napoletane, alla corte 
della Regina Vittoria, e Francesco Paolo Mi- 
chetti. Era in viaggio, una volta, coi due amici. Il 
treno si fermò alla stazioncina di Porto S. Giorgio^ 



124 « l' àmitié d' un grand homme. 



che riuscì loro simpatica. Scendono: visitano il 
paese ; il sindaco, secondo il costume della regione, 
offre loro l'ospitalità più larga. Quel primo citta- 
dino aveva tre figliuole bellocce, un pianoforte, 
vino schietto in cantina. E i tre viaggiatori gli 
s'installarono in casa. 

Tosti si sedeva al pianoforte, Michetti buttava 
giù bozzetti, Gabriele fantasticava. I parenti li 
credevano morti, volatilizzati ; erano in pianti, che 
i tre non si erano fatti più vivi con nessuno. Un 
tei giorno, per altro, sulla tavola sindacale com- 
parve una frittata. La frittata! Infallibile segno, 
simbolo veritiero che nella terra prossima al- 
l'Abruzzo annuncia la fine dell'ospitalità. 

A frittata servita non c'è da appigliarsi ad altro 
-che ringraziare l'anfitrione e far fagotto. 

I tre amici fecero fagotto. 



* 
* * 



Anche De Bosis ricorre spesso nelle remini- 
scenze del poeta. Su d'una navicella, nella laguna 
veneziana, i due giovani avevano drizzato il loro 
gagliardetto collo stemma di Shelley — le tre 
conchiglie d'argento — , e per giornate intere se 
n'andavano, se n'andavano... 

Ma dove sono gli amici della giovinezza? Come 



« l' amitié d' un grand homme » I2S 

mai non li vediamo qui, in questa che è l'ora dei- 
Fazione e del pericolo? Me lo domando assai 
spesso. Migliaia di giovani si farebbero anmiazzare 
per il Comandante: senza un attimo solo d'esita- 
zione. Ma ha degli AMICI?, un AMICO? Ci sono, 
questo è vero, i fedeli; la loro devozione, più forte 
d'ogni prova, dura da venti, da trent'anni: Anni- 
bale Teneroni, anche Tom Antongini. Ha un 
amico ? Dove sono i compagni delle ore nere, i con- 
fessori dei pensieri segreti, i custodi della gioia e del 
piacere, quelli che possono consigliar con dolcezza,, 
quelli che non s'accostano né per ammirazione, né 
per calcolo, né per curiosità, neppure per amore: 
per affetto, semplicemente; quelli che seguono il 
genio, avvinti dalla catena degli anni, dalla ghir- 
landa delle reminiscenze comuni? Coloro che non^ 
si chiamano eppure sono presenti, che non s'in- 
vocano eppure accorrono, che non s'implorano 
eppure consolano, dove sono mai? 

I più altieri, i più fieri, i più cupi, i cuori più 
ribelli hanno intravisto questa luce soave che ri- 
schiara la vita intera: Goethe, Byron, Leopardi, 
Nietzsche. Gabriele d'Annunzio ha i suoi parti- 
giani, i fedeli, i fanatici : non ha amici, o, almeno,, 
non ha più amici. Forse Dio ha voluto percuoterlo 
così, sul fastigio più alto della gloria umana?' 



] 26 « l' amitié d' un grand homme. 



Oppure questa creatura innumerevole, capace di 
tanta bellezza, di tanta grandezza e anche di tanta 
carità, amore, sacrificio, non ha saputo scoprire 
in un angolo del suo cuore questa segreta sorgente, 
così fresca e così pura, che rampolla nei cuori degli 
artigiani, dei soldati, dei convittori, degli studenti, 
dei monaci e dei viaggiatori: tutti questi sem- 
plici che il destino avvicina, fosse pure per un 
istante solo, sulla strada arida e tortuosa? 
Non lo so. 






Una sera, al ponte di Sussak, il Comandante, 
scortato dalla compagnia d'Annunzio, venne a 
parlamentare col generale Sailer relativamente a 
un (( incidente di confine ». Diffidenti come sempre, 
i soldati fanno di sé stessi un baluardo intorno ai 
loro capo. ((Ma insomma d'Annunzio non è la 
Tostra amante ! » esclamò il generale, perdendo 
la pazienza. 

(( Peggio che un' amante! » gridò una voce 
fremente d'ardito. 

Un' altra volta, un mio scritturale trovò sui 
tavolino un grosso Shakespeare; esaminò il vo- 
lume: 



« l' amitié d' un grand homme » 127 

<( E' francese, questo )) ? 

(( No, inglese. E* un grande poeta inglese ». 

(( Più grande del Comandante » ? 

Perché dargli un dispiacere? E che cosa rispon- 
dere, d'altronde? 

(( Per lo meno altrettanto ». 

Il soldatino mi guarda con un'aria incredula; 
si direbbe che gli fo compassione. 

Ma da quel momento fulmina d'occhiate furi- 
bonde il libro inquietante, lo sballotta, lo mal- 
tratta, e, se l'occasione si presenta lo interpella: 
« Ehi, Scarapardi! ». 



Gabriele d'Annunzio è o non è un terziario 
francescano? Ci dà come sicuro che porta il cor- 
done e che non va al teatro. 

Basta? 



* * 



Fatto sta che è proprietario di tre case e che 
una, la sola probabilmente che abbia 

« des poùires et des chevrons » 

è in Assisi; la comperò tempo indietro per sette- 
cento cinquanta lire. 



128 « l' amitié d' un grand homme » 

Quanto alla (( Torre Cavandone » sul lago 
Maggiore, è una rovina eminentemente romantica 
e walterscottiana, ma anche assai scomoda, a 
quel che risulta. 

Che dire, poi del « trullo » d'Alberobello, in 
Puglia? 

E' la terza proprietà del Comandante, che vuole 
assolutamente persuaderci degli squisiti godimenti 
procurati dalla dimora in una tomba fenicia. 






Ha scritto la « Contemplazione della Morte », 
libro letto troppo poco. Pensa mai alla morte? 

Ne parla spessissimo. 

(( Non ho paura della morte perché son sicuro 
« che quando sarò morto avrò delle sorprese 
« straordinarie, più che dagli Alleati ». 

Una volta cavalcava lungo la spiaggia, in pros- 
simità del Forte dei Marmi. A un tratto il cavallo 
prese a galoppare fra gli innumerevoli blocchi 
aguzzi anmiassati dai marmorari delle cave vicine. 

Sotto il sole di luglio accecante, sulla costa 
di marmo, davanti al mare incendiato e inmiobile, 
la sensazione della morte, nettissima, dominò nella 
sua anima: né egli cercò di resisterle. Poi, il 



«l'amitié d'un grand homme..... » 129 

cavallo s'acquietò: d'Annunzio capì che la morte 
s'allontanava da lui. 

Si è detto abbastanza delle sue superstizioni? 
Crede alla iettatura, ai giorni fausti, al numero 
undici, alla cartomanzia, alla chiromanzia; l'ho 
visto partecipare con serietà assoluta a sedute spi- 
ritiche rudimentali ed estremamente semplifi- 
cate. Ci garantisce che va soggetto a fenomeni di 
levitazione: di botto, una volta, è stato sollevato 
lino al soffitto; è evidente che esagera un poco. 
Allora noi cantiamo in coro, sull'aria del (( Fra 
Diavolo )) : 

« Queir uom dal fiero aspetto 
Non dica, non dica fr...acce... ». 






Non di rado mi domando : (( che barriera c'è 
tra lui e me? ». Egli mi parla con benevolenza, 
con gentilezza, con generosità: con simpatia, 
sempre; anche con afietto, talora. Io gli rispondo 
costantemente col tono della deferenza rispettosa, 
dell'ammirazione, della devozione; gli fo onore 
e di ciò fo bene. Egli m'apprezza; ne sono per- 
suaso. " 

Kochnitzky 9 



130 « l' amitié d' un grand homme » 

Tuttavia che barriera tra lui e me? Che sorta 
di diffidenza sussiste? Perché un dialogo con lui è 
sempre una battaglia per me? Quale forza, dunque, 
m' induce a chiudermi nell' armatura, quale ma- 
nopola m' appesantisce la mano? Lui stesso, si 
direbbe, non si trova talora a suo agio. 

Trent*anni ci separano. 

Trent'anni. 

^EX'4 fjXiya TkpK^i: mi sento più fraterno, più 
inclinato all'effusione, più aperto alla confidenza 
con un manovale o un falegname mio coetaneo, 
che non con Gabriele d'Annunzio. 



Si riconosce in lui — a certi tratti — l'uomo 
dell'ottocento: della seconda metà dell'ottocento. 

Gli venne offerto in dono, un giorno, un orologio 
a polvere. (( Li prediligo » disse, ringraziando, 
<( ne posseggo due mensole coperte ». 

Ha lo «spirito di collezione». 

L'idea d'ammassare in una casa dove si abita 
oggetti sostanzialmente identici col fine d'un godi- 
mento egoista non potrebbe presentarsi agli occhi 
nostri se non come bizzarra e inadeguata alla 
nostra natura. Presi a uno a uno questi oggetti 



« l' AMITIÉ d' un grand HOMME )) 131 

possono essere, sono belli: ognuno è forse per 
noi a jov for eoer: un orologio a polvere, 
un'edizione antica, un avorio bizantino. Ma io mi 
rifiuto d'ammettere che cinquantaquattro orologi 
a polvere, diciotto crocifissi d'avorio o ventitre 
«dizioni d'uno stesso libro possano procurarmi un 
piacere qualsiasi. Chi fra noi s'adatterebbe mai a 
stabilirsi nella villa di Dorian Gray o al (( buon 
ritiro )) d'Andrea Sperelli? 

Per le nostre case ci vuole luce, spazio, grandi 
pareti intonacate di bianco, finestre che diano su 
giardini senza statue, guanciali a colori vivi e pa- 
vimenti lucidati. Le anticaglie ci incutono timore. 
Il secolo passato fu un secolo di collezionisti — è 
stato detto — ; non ebbe uno stile suo. L'età 
nostra non vuole abbellirsi con gli ornamenti presi 
in prestito dai morti. Avrà la sua bellezza, in 
:grazia della quale noi seguiteremo a vivere. 



* 



La giovinezza di Gabriele d'Annunzio ci ac- 
compagna in questo secolo ferreo. 

Poeta, romanziere, autore drammatico, soldato, 
aviatore, oratore o uomo di stato : sempre la stessa 
energia vitale che prodiga sé stessa: forza senza 



132 (( l' AMITIÉ D* UN GRAND HOMME. 



sosta rinascente che s'accresce, più spontanea,, 
più feconda a ciascun rinnovamento ; sempre questa 
capacità di lavoro che sembra oltrepassare le 
possibilità degli uomini. 

(( La natura procede per eccessi, l'uomo pro-^ 
cede per eccessi », egli dice. Ai periodi d'intenso 
lavoro susseguono intervalli lunghi di riposo. Ter- 
minato r (( Innocente » si trattenne sette mesi a 
Napoli, aìVHótel du Vesuve, senza scrivere un 
rigo solo. La fatica, per altro, era stata aspra. La- 
vorava diciotto ore al giorno, in media; gli oc- 
corse anche di rimaner a tavolino per cinquantadue 
ore consecutive: si faceva servire marmellate e 
caffè concentrato. In tali condizioni aveva 
scritto, a venticinque anni, il suo primo romanzo. 
Lo spirito erotico del « Piacere » è dovuto, stando 
alle sue parole, all'isolamento di Pescara, dove il 
libro nacque. Sempre la solitudine fu propizia alle 
immaginazioni venuste. 

Si comprende facilmente come questo lavora- 
tore provi verso Flaubert un'ammirazione senza 
limiti; lo cita, vi fa appello frequentemente. Mi 
sembrava , a volte di ricevere per il tramite della 
sua bocca la parola stessa di Gustavo Flaubert. 
Con che sagacia seppe rimproverare un giorno alla 
mia prosa due aggettivi rimati ! E l'orrore del dop- 



« l' amitié d' un grand homme » 133 

pio genitivo ; il giorno che ebbi Tidea malaugurata 
d'evocare (( il suono della grande campana del 
Kremlino » : « Voi che siete uno stilista, voi do- 
rreste tuttavia sapere... ». 



% 

^ i 



E' vero che tempo addietro discusse una tesi 
sulla collezione di strumenti musicali posseduta da 
Mattia Corvino, Re d'Ungheria? Lo assicurò a 
un giovane letterato di Budapest, a quello stesso 
che volle conoscere la sua opinione relativamente 
a Romain Rolland : « Romain Rolland è stato mio 
amico ed io ammiro l'opera sua. Ho passato con 
lui varie settimane in una casa amica, a Zurigo: 
or son parecchi anni. Assai differenti, certo, sono 
le strade che abbiamo preso durante la guerra, 
né io approvo le sue idee ». 

Ascoltavo d'Annunzio: con moderazione, cor- 
tesemente, parlava d'uno scrittore che apprezzava, 
quantunque un abisso s' aprisse tra gli oggetti 
della loro fede. Certo Romain Rolland gli 
appariva un eguale, se non per i valori artistici 
creati, per la grandezza morale, almeno, del- 
l'opera compiuta. Gabriele d'Annunzio in ciò non 



1 34 « l' amitié d' un grand homme. 



prendeva abbaglio. Quale insegnamento, il suo; 
e che lezione per i denigratori! 






Si è parlato del suo smisurato orgoglio; se ne 
citano saggi bizzarri. 

Pròva un piacere infantile nel farsi giuoco di 
chi gli è vicino con frasi inconsuete e impreviste^ 
di sapore talvolta imperiale. In realtà sotto queste 
apparenze orgogliose si nasconde una probità d'ar- 
tista senza eguali. 

Oh! Che cosa non darei perché tanti fra i 
miei coetanei che s'impuntano a scrivere sentissero 
parlare, per un momento solo, 1' autore delle 
(( Laudi )) ? Guarirebbero subito della loro pre- 
sunzione scema! 

Quello che più nella sua parola è straordinaria 
è — se l'espressione m'è permessa — la (( prezio- 
sità naturale » . Idee, immagini, raggruppamenti 
verbali che nella conversazione di qualsiasi altro 
apparirebbero ricercati e artefatti, pullulano così 
semplici, così ingenui nella sua, che uno spirito 
equo mai potrà cadere in errore : la stessa essenza 
del suo fortunato genio consente al poeta di espri- 



« l' amitié d' un grand homme » 135 

mersi in tale forma: e non è posa, e non è atteg- 
giamento, e non è estetismo. 

Si è detto, non senza cattiveria, che egli posse- 
deva il succo di tutte le « opere di consultazione » 
esistenti; ma la nozione dei luoghi vince in lui 
quella dei fatti: sapere geografico, configurazione 
del terreno, clima e sue ripercussioni sull'atmosfera, 
la flora, gli uomini : tutto concorre a far sì che egli 
(( collochi )) con ineguagliabile esattezza qualsiasi 
fatto. 

Unico fra tutti i poeti della terra — dopo Esiodo 
e qualche altro Ellenico che il pubblico della 
gloriosa età nostra ha smesso di leggere — Dante 
ha posseduto tal dono di commuovere mediante 
immagini topografiche, geografiche, cosmologiche 
che ci s'incidono nella memoria finché dura la 
vita: Dante unico ha in tal modo saputo animare 
col suo afflato inesauribile la terra, il mare, le 
montagne e il cielo tutto quanto, che sono il pa- 
trimonio affidato all'uomo. 

Apparenze orgogliose... Assai spesso ho provato 
l'impressione che nell'animo del Comandante si 
agitasse una sorta d'inquietudine per la fortuna 
dell'opera compiuta. Mirabile scrupolo del crea- 
tore che rimane esitante, né osa giudicare la sua 
creazione. Disperazione di Michelangiolo quanda 



136 « l' amitié d' un grand homme » 

r affresco fu terminato. Ma Y affresco d* annun- 
ziano continua; la pagina sua più bella, forse, 
(( Notturno )), tuttora è incompiuta. Uno spirito 
della sua altezza non s'arresta dietro intimazione 
del generale Caviglia. 

Il versetto del Salmista conviene alla nuova 
riscossa : 

RENOVABITVR • I V VENTVS . T VA • VT . AQVIL/E 

Si è fieri di viver sulla terra al tempo di que- 
st'uomo. 



VI. 
SOTTO IL SEGNO DEL LEONE 



I Legionari, saldamente stabiliti nella città, dopa 
aver traversato prove terribili, aprono gli occhi sul 
mondo; e quello sdegno che è il loro stesso spirita 
animatore, lo gridano in faccia all'universo intero. 

Hanno il diritto di denunciare l'arbitrio e la 
violenza; Fiume è stato un gesto consacrato dalla 
sanzione del successo. CAPO • HA • COSA • FATTA. 
Tutti i ribelli della terra guardano a Fiume dove 
lo stendardo della nuova crociata sventola. 

Già da tempo il Comandante stesso aveva trac- 
ciato, a tratti calcati e violenti, le linee maestre 
del programma di politica estera. Ecco quanta 
diceva nel suo discorso (( Italia e vita » il 24 ot- 
tobre 1919: 

(( Noi potremo tutti perire sotto le rovine di 
(( Fiume; ma dalle rovine lo Spirito balzerà vi- 
<( gilè e operante. 

(( Dall'indomito Sinn-Fein irlandese alla ban- 



1 40 SOTTO IL SEGNO DEL LEONE 

(( diera rossa che in Egitto unisce la Mezzaluna 

(( e la Croce, tutte le insurrezioni dello spirito 

(( contro i divoratori di carne cruda e contro gli 

(( smungitori di popoli inermi si riaccenderanno alle 

(( nostre faville che volano lontano. 

(( L'impero vorace che s'è impadronito della 
(( Persia, della Mesopotamia, della nuova Arabia, 
(( di gran parte dell'Africa, e non è mai sazio, 
<( può mandare su noi quegli stessi carnefici aerei 
(( che in Egitto non si vergognano di far strage 
(( d'insorti non armati se non di rami d'albero. 
(( L'impero ingordo che guata Costantinopoli, che 
(( dissimula il possesso di almeno un terzo della 
(( vastità cinese, che acquista tutte le isole del 
(( Pacifico sotto l'Equatore con le enormi ric- 
(( chezze, e non è mai sazio, può adoperare contro 
(( di noi gli stessi mezzi di esecuzione adoperati 
(( contro il popolo smunto del Pendjab e denun- 
ce ziati dal poeta Rabindranath Tagore tali da non 
(( aver paragone in tutta la storia dei governi 
(( dvili. Noi saremo pur sempre vittoriosi. 

(( Tutti gli insorti di tutte le stirpi si raccoglie- 

(( ranno sotto il nostro segno. E gli inermi saranno 

•(( armati. 

(( E la forza sarà opposta alla forza. 

(( E la crociata di tutte le nazioni povere e im- 



SOTTO IL SEGNO DEL LEONE \4ì 

(( poverite, la nuova crociata di tutti gli uomini 
« poveri e liberi, contro le nazioni usurpatrici e 
(( accumulatrici d'ogni ricchezza, contro le razze 
(( da preda e contro la casta degli usurai che sfrut- 
(( tarono ieri la guerra per sfruttare oggi la pace, 
(( la crociata novissima ristabilirà quella giustizia 
(( vera da un maniaco gelido crocifissa con quat- 
(( tordici chiodi spuntati e con un martello preso 
(( in prestito al cancelliere tedesco del pezzo di 
(( carta. 

(( Fiumani, Italiani il 18 maggio 1919 quando 
(( gridaste in faccia al Consiglio Supremo che la 
(( storia scritta col più generoso sangue italiano 
(( non poteva fermarsi a Parigi e che voi atten- 
(( devate di pie fermo la violenza da qualunque 
« parte essa venisse, voi annunziaste il crollo del 
(( vecchio mondo. 

(( Per ciò la vostra causa è la più grc^nde e la 
(( più bella che sia oggi opposta alla demenza e 
<( alla viltà di quel mondo. 

(( Essa si inarca dall'Irlanda all'Egitto, dalla 
(( Russia agli Stati Uniti, dalla Romania al-^ 
(( r India. Essa raccoglie le stirpi bianche e le 
(( stirpi di colore ; concilia il Vangelo e il Co- 
(( rano, il Cristianesimo e l'Islam; *salda in una 
<( sola volontà di rivolta quanti uomini pos- 



142 SOTTO IL SEGNO DEL LEONE 

<( seggono nelle ossa e nelle arterie sale e ferro 
<( bastevoli ad alimentare la loro azione plastica. 

(( Ogni insurrezione è uno sforzo d'espressione, 
« uno sforzo di creazione. Non importa che sia 
(( interrotta nel sangue, purché i superstiti tra- 
<( smettano all'avvenire, con lo spirito di libertà 
<( e di novità, l'istinto profondo dei rapporti indi- 
<( struttibili che li collegano alla loro origine e 
<( al loro suolo. 

(( Oppugnare in me, oppugnare in voi la spe- 
<( ranza nel giorno prossimo è tentativo stupido 
<i e vano. 

(( Per tutti i combattenti, portatori di croce che 
<( hanno salito il loro calvario di quattr'anni, è 
<( tempo di precipitarsi sopra l'avvenire ». 



* 



Tale programma, ormai, stava per diventare 
azione. La Quinta Stagione cominciava. Vogliamo 
con questo significare che il Comandante di Fiume 
promettesse ai suoi Legionari il (( crollo del vecchio 
mondo » ? Che incenerita la Società delle Nazioni, 
la Jugoslavia, Nitti e Zanella, intendesse offrirci 
come bouquet dei suoi apocalittici fuochi d'artifizio 
il cataclisma annientatore dell' (( Impero vorace )) ? 



SOTTO IL SEGNO DEL LEONE 143 

No; ma rappello non si smarriva nel baccano dei 
conciliaboli imbecilli. Per un momento si videro 
gli ipocriti titubare; si sforzarono di sorridere, di 
trovare « assai buffo, tutto questo ». Erano sicuri 
della forza loro : sta di fatto che 1' « impresa » fu 
strozzata nel sangue, e che « l'ordine tornò a re- 
gnare )) . Lord Curzon parlò d'un avventuriero 
irresponsabile, e il signor Lloyd George presentò le 
sue felicitazioni all' Italia che aveva ridotto alla 
ragione « colui che ne costituiva la vergogna ». 
Ma si strangola lo spirito « vigile e operante », 
la fiamma che sempre risuscita? Chil tenera le- 
gato ? 

Quattro mesi dopo le giornate del decem- 
bre 1 920 il presidente degli Stati Uniti rinnovava, 
a condannar la Società delle Nazioni, le precise 
espressioni usate da Gabriele d'Annunzio il 4 feb- 
braio dell'anno precedente. 

Nel mondo l'eco del grido fiumano non ancora 
s'è persa. Per lungo tempo il coraggioso Shanty 
O' Ceallaigh si ricorderà dei cuori fraterni che bat- 
tevano concordi col suo in riva al Carnaro. Per 
lungo tempo l'anima nobile di Saad Zagloul 
evocherà la libera città d'Occidente dove la ban- 
diera dell'Egitto libero sventolò per la prima volta. 
Apparterrà un giorno alla Repubblica Irlandese, 



144 SOTTO IL SEGNO DEL LEONE 

alla Turchia affrancata, all'Egitto senza giogo 
non lasciar cadere in dimenticanza chi per loro 
lottò, e al mondo sperso nella tenebra gridò la 
fede sua in un futuro più bello. Questo momento 
dell' (( Impresa » — vorrei chiamarlo profetico — 
non rimarrà nella memoria degli uomini come il 
solo trapasso d'un sogno generoso e irragionevole, 
magnifico e impossibile : quando i tempi si saranno 
compiti; sarà questo il ricordo che fa fremere del 
sacrificio primo, della fede più presto albeggiata, 
dei protomartiri: l'impronta segnata dallo spirito 
che rinasce sempre, di secolo in secolo, di epoca 
in epoca. 

Come Filippo Buonarroti, Lord Byron, Ar- 
mand Carrel e Santorre di Santarosa lottarono 
contro la Santa Alleanza (la sedicente Santa Al- 
leanza diceva l'amante della Guiccioli nel suo 
Italiano impacciato e scorretto, la quale aggiunge 
r ippocrisia (sic) al despoiismo); così . Gabriele 
d'Annunzio ha lottato contro la Società delle 
nazioni, la pseudo Società delle Nazioni: stru" 
mento di cui V impero Britannico e gli altri Siati 
Capitalisti pretendono servirsi ad assicurar più 
pienamente Vegemonia loro sul mondo. 

Artigiano oscuro e obbediente, sono lieto d'es- 



SOTTO IL SEGNO DEL LEONE 145 

sermi trovato con Byron e con lui dalla stessa 
parte della barricata. 

* 

In Fiume bloccata le sorprese furono per sei 
mesi quotidiane. 

Dal principio di gennaio qualcosa al Comando 
cominciò a cambiare: Gabriele d'Annunzio s*era 
scelto come capo di gabinetto Alceste de Ambris. 

Colui che succedeva al nobile e integro maggiore 
Giuriati non era un uomo banale. Organizzatore 
sindacalista di primo ordine, oratore violento e 
persuasivo, autodidatta formatosi nell'America del 
Sud alla scuola rude del pioniere, spirito versatile 
e capace d'entusiasmo, Alceste de Ambris era 
stato uno tra i rivoluzionari dell 'ante-guerra più 
convinti e più autentici. Non sta a me ricordare la 
parte che ebbe nei fatti d'Oltre Torrente, a Parma. 
Interventista, combattente, decorato, come mai nel 
1917 lo incontriamo predicatore del verbo guer- 
riero agli Stati Uniti, in concorrenza coi Gompers 
e i Destrée? Quelli che non erano arrivati a capire 
la sua opera di combattente disinteressato e valo- 
roso non esitarono a giudicare assai severamente 
tale attività di propagandista. Difficile stabilire 
che avessero torto. 

Koclinitzky 10 



146 SOTTO IL SEGNO DEL LEONE 

Il Comandante provò d'esser un politico abile 
col chiamare de Ambris alla testa del gabinetto? 
Si può asserire che la sua confidenza fu ben collo- 
cata. De Ambris non lasciò mai di servire la causa 
di Fiume con una devozione di tutti i minuti; la 
sua maestria dialettica e l'estesissima conoscenza 
dei problemi sociali non erano acquisto di poco 
conto per i Legionari; bisogna, ciò nondimeno, ri- 
petere qui la verità dolorosa: i partiti estremi ita- 
liani — più particolarmente il partito socialista 
qual'era nel 1920 — non erano animati da senti- 
menti ostili verso Gabriele d'Annunzio : nonostante 
le apparenze, le chiacchiere di qualche onorevole, 
le articolesse dell' (( Avanti ! » o del « Lavora- 
tore )). Senonché la presenza d'Alceste de Ambris 
al Comando di Fiume bastava, sola, a distruggere 
le simpatie nascenti, a scorare le volontà ben di- 
sposte : fra lui e i socialisti sussistendo una recipro- 
cità di odio che rendeva qualsiasi accordo im- 
possibile. 

Il 12 gennaio 1920 si costituiva l'Ufficio delb 
Relazioni Esteriori; io e Ludovico Toeplitz de 
Grand Ry ne assumevamo la direzione. Verso il 
25 gennaio Toeplitz tornò in Italia, e io rimasi 
solo a capo del Foreign Office. 

(( Relazioni Esteriori? » Non era italiano, lo 



SOTTO IL SEGNO DEL LEONE 147 

sapevamo. Ma « esterne » ci era parso farmaceu- 
tico ; (( estere » sapeva di Consulta. E' probabile 
che gli ispiratori della frase pensassero alla Co- 
mune e a quel Paschal Grousset che non aveva 
« esteriore » ed era privo di (( relazioni » ! 

La prima freccia che scoccammo varcò allegra- 
mente le Alpi e andò a conficcarsi nel cuore di 
Parigi; di Parigi alleviata d'un incubo intermina- 
bile la sera del 1 7 gennaio. Un velivolo fiumano 
pilotato da Cesare Carmignani gettava sulla 
piazza dell'Opera, nell'ora stessa in cui i risultati 
dell'elezione presidenziale erano proclamati, la 
<( parola di Fiume », il messaggio scritto la vigilia 
da Gabriele d'Annunzio. Il viaggio era durato 
«ette ore e venti minuti. 

Uépée de la révolte est bien fourbie.., Saint à 
la quairìème Répubblique et au jour prochain! 
diceva il Comandante. 

Non è mai troppo tardi per andare più oltre 
aveva detto con lui Alceste de Ambris. In verità 
l'Ufficio Relazioni Esteriori andava « più oltre » ! 
In una lettera che il Comandante volle scrivessimo 
a Henri Barbusse, presidente del gruppo 
<( Clarté )), noi dicevamo: 

(( Il Comandante d'Annunzio e i suoi Legionari 
<( non vogliono imporre né ai loro paese né al 



148 SOTTO IL SEGNO DEL LEONE 

(( mondo una nuova forma di nazionalismo inte- 
« graie. Nessun secondo fine militarista anima 
(( coloro che son convenuti sul Carnaro, sospinti 
(( dalla sola fiamma del sacrificio... La città di 
(( Fiume, il suo capo, i difensori, sono fermamente 
(( decisi a resistere fino al trionfo dell'ideale di 
(( fratellanza umana che li tiene stretti. Il diritto 
(( dei popoli a disporre di sé stessi, proclamato 
(( così frequentemente, cacciato sempre sotto i 
(( piedi, deve essere, alla fine, consacrato. La 
(( Repubblica dei Soviet ha difeso questo diritto 
(( quando ha vittoriosamente affrontato le 
(( bande mercenarie di Koltchak e di Denikine, 
(( assoldate dalla finanza internazionale, aizzate 
(( dalla ringhiosa e impotente Conferenza di Ver- 
(( sailles )). 

Enorme la risonanza dei messaggi in Italia. Non 
d'altro ormai si parlò all'infuori della politica. 
(( Italo-Orientale » seguita dal Comando di Fiume. 
Il (( Corriere della Sera » ruggiva d'orrore, vedeva 
giganteggiare lo spettro del bolscevismo. 

In codesto periodo l'Ufficio Relazioni Esteriori 
pubblicò la sua (( dichiarazione )) alla (( pseudo 
Società delle Nazioni ». 

Il documento non è indegno d'essere riprodotto 
integralmente ; 



SOTTO IL SEGNO DEL LEONE 149 

U Ufficio Relazioni Esteriori del Comando di, 
Fiume ha fatto rimettere la dichiarazione seguente 
a Sir Eric Drummond, segretario generale della 
pseudo-Società delle Nazioni. 

Nel momento in cui davanti al tribunale della 
Conferenza è in giuoco il destino di Fiume; 

nel momento in cui Vassemhlea dei Governi 
alleati pretende imporre V intromissione della 
pseudo-Società delle Nazioni, sia per alienare la 
sovranità della città, sia per amministrarne il porto 
e le ferrovie; 

il Comando di Fiume, constatato: 

che la p scudo -Società dellk Nazioni in realtà 
<dtro non è fuorché uno strumento del quale V Im- 
pero Britannico e gli altri stati capitalisti preten- 
dono valersi ad assicurar più pienamente Vege- 
monia loro sul mondo; che la pseudo-Società delle 
Nazioni rappresenta virtualmente un conglomerato, 
^enza forza propria, d'interessi strategici, bancari 
o coloniali: e ciò per le ragioni qui esposte: 

I. perché, negli stessi stati aderenti al Patto, 
maggioranze fortissime sono apertamente ostili alla 
Società delle Nazioni quale costituita attualmente; 

II. perché parecchi stati neutrali, e in modo 
particolare la Confederazione Svizzera, la Svezia, 
la Norvegia e VOlanda, invitati ad aderire alla 



150 SOTTO IL SEGNO DEL LEONE 

Società delle Nazlonu hanno cominciato col dare^ 
sotto cortesi colori, una risposta evasiva, non ac- 
cettando, infine, Vinvito se non dopo forti pressioni 
per parte delle potenze capitaliste; 

III. ptrché, finalmente, popoli, ai quali una ira- 
dizione di coltura e di sviluppaiissima vita sociale 
assegna un posto eminente fra le nazioni civili,, 
vengono a trovarsi, come la Germania e la Russia^ 
esclusi ad arbitrio dalla pseudo-Società delle Na- 
zioni: e questo perché la loro posizione geografica 
o la forma di governo non s'accorda con gli inte- 
ressi strategici bancari o coloniali delle potenze: 
dominatrici; 

che, d'altra parte, non è possibile concedere alcun: 
credito morale a un istituzione la quale, mentre 
prende a fondamento il principio di libera deci- 
sione dei popoli, non lascia di cacciarsi sotto i piedi: 
tale principio in ogni occasione; che V Impero bri- 
tannico col far pesare sulV Irlanda, sulV Egitto,, 
neir India il più crudele e il pia iniquo fra i gioghi, 
s'è reso, assai più di qualsiasi altro stato incolpata 
di delitti militaristi, indegno della stima e confi- 
denza dei popoli civili; 

s'associa alla dichiarazione analoga della Re- 
pubblica Irlandese, 

esprime la sua fede niella coscienza universale 



SOTTO IL SEGNO DEL LEONE 151 

che obbligherà tutti i popoli a denunciare Vimpo- 
siura e a rinnegar la pseudo-Società delle Na- 
zioni, 

e formhlmente annuncia la sua decisione incrol- 
labile di resistere con la forza a qualsiasi atto della 
pseudo-Società delle Nazioni contro la città, il 
porto la minima fra le località del territorio 
fiumano. 

Il Capo dell' Ufficio Relazioni Esteriori 

LEON KOCHNiTZKY 
EDOARDO SUSMEL 

^liCembro del Consiglio tACazionale 
addetto all' Ufficio Relazioni Esteriori 
Visto dal Capo di Gahineilo 

ALCESTE DE AMBRIS 

// Consiglio N azionale, presa conoscenza di 
tale documento, ne approva il contenuto e dichiara 
che esso corrisponde all'unanime sentimento della 
cittadinanza fiumana. 

Il Presidente 

Dott. ANTONIO GROSSICH 
Fiume d' Italia 2 febbraio 1 920. 

Superfluo soggiungere che Sir Eric Drummond 
non rispose. Al Segretariato della Società delle 
Nazioni si saranno sbellicati dalle risate, mi figuro, 
quando avranno ricevuto questa missiva. Anche, 
sono disposto a riconoscere che la nostra prosa 



152 SOTTO IL SEGNO DEL LEONE 

potesse apparire infinitamente bizzarra. Tuttavia 
a quali spalle si riderà fra cent'anni? 

I fiumani non tenevano troppo, sembra, a che 

« 

la loro verità assumesse un significato universale: 
quasi la verità, come la fede, non fosse per sua 
natura « infinitamente comunicabile ». Gli storio- 
grafi di Fiume, nei quali l'accuratezza sconfina in 
pedanteria allorché si tratta del più inutile fra i 
discorsi varati al Consiglio Nazionale, preferiscono 
occultare con un velo pudibondo le manifestazioni 
di vitalità del temibile URE (Ufficio Relazioni 
Esteriori). Bisogna crederlo in tutte le maniere, 
giacché quest'ufficio satanico non è neanche no- 
minato nel recente volume di Edoardo Susm.el. 
L'eminente storiografo avrebbe potuto attinger di- 
rettamente alle fonti; egli ha fatto parte dell'URE 
— era sua incombenza particolare mantenere il 
collegamento col Consiglio Nazionale — ; e s'è 
visto or ora la firma sua « in calce » a un atto 
d'una portata assai chiara. 

La verità somiglia una macchia d'olio sul mare : 
ma una macchia d'olio che pur dilatandosi in su- 
perficie s'approfondisca tuttavia. 

Presto il Fiumanesimo, la dottrina nuova, si 
incarnava nelle tre forme d'espressione più ade- 
guatamente rispondenti alla sua essenza: la Lega 



SOTTO IL SEGNO DEL LEONE 153 

di Fiume, la Costituzione fiumana e la (( Fiamma 
intelligente », il nuovo ordinamento ideato da 
d'Annunzio per la Reggenza del Carnaro. 

La Lega di Fiume? Si poteva pigliarlo sul 
serio questo tentativo di far di tutte le forze ostili 
alla Società delle Nazioni un fascio solo? Posi- 
zione geografica e situazione politica facevano sì 
che in Fiume, prossima in certo modo al centro 
di gravità dell'Europa, si adunassero le condizioni 
necessarie. Città occidentale e latina sulla soglia 
dell'Oriente slavo e maomettano, doveva la sua 
libera vita a un atto di ribellione; era naturale 
che gli oppressi levassero gli occhi verso il Car- 
naro. 

Non era poi tanto buffa, dunque, l'idea d'una 
« Lega di Fiume » da opporre alla Lega delle 
Nazioni. In America lo capirono fin dal principio 
e r opinione pubblica s' appassionò per 1' Anti- 
Lkague. 

Presto la divisa della Lega fu di dominio gene- 
rale; si trovò subito chi si prestò per far stampare 
<(Lega di Fiume» su carta da lettera extra. Sareb- 
bero, poi, affluiti a Fiume gli Irlandesi, gli Egi- 
ziani, i Turchi, gli Albanesi, i Montenegrini, i Ca- 
talani, gli Indiani, i Persiani? Il Governo di Mosca 
avrebbe dato alla Lega il suo appoggio? A Pa- 



154 SOTTO IL SEGNO DEL LEONE 

lazzo se ne parlò molto, in marzo e in aprile. 
Adesioni importanti pervennero. Per un attimo 
fu lecito credere che sul Carnaro avremmo assi- 
stito allo spettacolo straordinario; l'inaugurazione 
del Salon des refusés dei popoli rifiutati dai 
popoli pompieri, accademici e léonbourgeois. 
La creazione dei valori storici, tuttavia, dipende 
soprattutto dalla rapidità d' esecuzione. Questa 
virtù napoleonica fece costantemente difetto in 
Gabriele d'Annunzio. Per settimane e settimane 
si aspettò senza risultato il messaggio contro il 
terrore bianco ungherese, che egli doveva scri- 
vere e i velivoli lasciar cadere su Budapest. Tale 
messaggio doveva precedere la partenza per 
Vienna d'una missione non certo senza importanti 
conseguenze : nulla fu fatto. A poco a poco l'oriz- 
zonte si serrò, i grandiosi disegni vennero ridotti 
a dimensioni modeste. La navicella della (( Lega 
fiumana )) fu travolta in una tromba marina d'in- 
trighi balcanici, dove Montenegrini e Albanesi 
avevano le prime parti. 

A questo proposito è interessante osservare come 
il Comando di Fiume, nonostante gli errori e i 
tentennii, abbia costantemente avuta la visione 
schietta d'una (( politica estera italiana », più an- 



SOTTO IL SEGNO DEL LEONE 155 

Cora nei Balcani e in Oriente che non nell'alto e 
medio Adriatico. 

Il 1 4 marzo 1 920 consegnai al Comandante un 
rapporto redatto da Gustavo Traglia, di ritorno 
dall'Albania, dove, quale corrispondente di vari 
giornali italiani, aveva lungamente soggiornato. 
Traglia non mascherava la situazione inquietante 
in cui le truppe italiane erano venute a trovarsi, 
dopo che il governo di Nitti aveva sacrificato a un 
problematico accordo con Grecia e Serbia l'inte- 
grità territoriale dell'Albania, formalmente e so- 
lennemente garantita dall'Italia nel 1917, con la 
proclamazione d'Argirocastro. Ovunque la guer- 
riglia contro gli Italiani avvampava. Il 1 ° marzo 
1920 le bande irregolari, fino a quel momento 
al servizio dell'Italia, furono sciolte, e si ritirarono 
sulle montagne portando con sé le armi. La calata 
su Vallona non era ormai più evitabile, mentre un 
appello che gli Albanesi lanciavano al popolo ita- 
liano veniva censurato e sequestrato. 

Veramente le parole di Traglia erano profe- 
tiche: una volta ancora un giornalista giovane e 
sagace aveva visto più chiaro di tutti gli Stati 
Maggiori. Se certo il Comando di Fiume avesse 
potuto allora assumere la difesa degli Albanesi, 



1 56 SOTTO IL SEGNO DEL LEONE 

in nome dell'Italia, contro Nitti, molti episodi tra- 
gici non si sarebbero mai avverati. 

Si constata non senza curiosità come oggi la 
Consulta, un pò tardi purtroppo, si sia sotto molti 
aspetti — Albania e Montenegro specialmente — 
accostata alla politica fiumana del 1920: a co- 
desta politica che combatteva in quei mesi senza 
nessun scrupolo sulla qualità delle armi. Gli Al- 
banesi ricevettero belle parole, e sul piano di 
Kossovo si innalzò un monumento a Gabriele 
d'Annunzio. 

Fu tutto. 



Gli scarsi successi della politica estera indus- 
sero presto il Comandante a volger gli sguardi ad 
altre mete. 

Capo assoluto d'uno stato piccolo, per cui l'an- 
nessione all'Italia appariva tuttora lontana, poteva 
farne un ineguagliabile campo sperimentale d'as- 
sestamenti sociali. 

Città industriale e marinara per il porto. Fiume 
era agricola nei sobborghi. Rappresentanza d'ogni 
ceto sociale, vivace contrasto degli interessi, nodo 
gordiano delle questioni di razza e di lingua... al 



SOTTO IL SEGNO DEL LEONE 157 

quadro nulla mancava; e Gabriele d'Annunzio 
si consacrò a redigere una Costituzione. 

Alceste de Ambris fu il collaboratore instanca- 
bile. 

Il testo definitivo fu pubblicato nell'agosto 
del 1920. 

E' fuori di discussione che quei sessantaquattro 
articoli formano una perfetta opera d'arte, in cui 
ogni parola è permeata dal pensiero del maestro. 
Certissimamente la repubblica d'Annunziana — o 
d' annunzievole, secondo ì' aggettivo di un to- 
scano — sarebbe piaciuta quanto una lieta pompa, 
con i suoi magistrati a nomi sonori, le corporazioni 
e i loro canti armoniosi, le radunate di popolo e 
i concerti civici. Superbo trionfo, una sfilata uffi- 
ciale in quei costumi pittoreschi, ispirati a prefe- 
renza dal Carpaccio — si capisce — - piuttosto 
che da Ambrogio Lorenzetti. Ecco il Consiglio 
degli <( Ottimi » e il Consiglio dei (( provvisori » ; 
ecco i (( buoni uomini », i (( giudici del lavoro », 
i (( giudici togati » — tutti vestiti di panno rosso, 
naturalmente, come Dante nelle films del secen- 
tenarió — e i « giudici del maleficio » : con abbon- 
danza di littori e meyerbeeriani uomini d'arme 
precursori e seguaci, non c'è dubbio. Che cosa. 
sono questi clamori? Tali voci alternate d'arti- 



158 i SOTTO IL SEGNO DEL LEONE 

giani e confratelli? Guardate le falangi d'appren- 
disti adolescenti recanti le insegne dei mestieri 
diversi ! Non è il ter z' atto dei (( Maestri Cantori )) : 
anzi, sono le nove corporazioni di Fiume; ed 
ecco, sola, una vergine : chiome sparse, così bionda, 
così fragile nella clamide bianca...: ha velato il 
volto e cammina lentamente, tenendo nella destra 
la lampada a fiamma duplice; è la decima cor- 
porazione: 

non ha arte né novero né vocabolo... £' quasi 
una figura votiva consacrata al genio ignoto. 

Dietro, ecco lo scarlatto gonfalone della Reg- 
genza: un serpente d*oro si torce chiudendo nel- 
l'anello le sette stelle dell'Orsa. E poi le turbe 
festanti che squassano fronde... 

Estetismo, estetismo, inguaribile malattia della 
decadenza occidentale, malattia del secolo pas- 
sato...: cortei, fiaccolate, letteratura, colore locale, 
ricostruzione storica, adorazione della vuota foiuia, 
dell'apparenza vana; accademismo, cervelli infar- 
citi di tesori ingannevoli, sfarzo di parole, anime or- 
fane di vita interiore, cuori poveri di carità... La Co- 
stituzione di Fiume è l'invenzione suprema di due 
generazioni di esteti, di parnassiani, simbolisti, 
ruskiniani, wildiani; è il naturale sbocco di ses- 
sant'anni di biblioteca, collezioni, musei, è il ba- 



SOTTO IL SEGNO DEL LEONE 159 

lecco deirerudizione mondana, facile, a base di 
nomi propri. 

E', tuttavia, il sogno d'un*anima generosa. 

Qualcosa finisce, con la Costituzione: corredo 
da sera che si ripone, e, se lo tiriamo fuori dopo 
qualche mese, si trova tutto sgualcito, passato di 
moda, colla polvere alta. 

Con la Costituzione qualche cosa comincia. 

Se un nuovo Savonarola facesse pensiero di 
dar alle fiamme la Carta fiumana, subito vedrebbe 
consumarsi e vanire in un fumo pesante il compli- 
cato e pomposo grottesco delle espressioni incon- 
suete: la ((lampada votiva», i ((giudici del 
maleficio », la (( corte della Ragione » ; ma quando 
la cenere lieve fosse anch'essa volata lontano, rin- 
verrebbe allora con meraviglia un diamante stu- 
pendo, d'un'acqua magica che la vampa più vorace 
non può intaccare. Il diamante generato dal rogo 
in cui i diamanti terrestri sono annientati è il pen- 
siero profondo di Gabriele d'Annunzio, il nucleo 
immortale dell'opera sua, la particola eterna del 
suo cuore. Egli vuole : ricondurre ì giorni e le opere 
verso quel senso di virtuosa gioia chfz deve rinno" 
vare dal profondo il popolo finalmente affrancato 
da un regime uniforme di soggezione e di men- 
:zogne. 



160 SOTTO IL SEGNO DEL LEONE 

La * vita e bella, e degna che severamente e 
magnificamente la vìva Vuomo rifatto intero dalla 
libertà; 

Vuomo intiero è colui che sa ogni giorno inven- 
tare la sua propria virtù per ogni giorno offrire ai 
suoi fratelli un nuovo dono; 

il lavoro, anche il più umile, anche il più oscuro, 
se sia ben eseguito tende alla bellezza e orna il 
mondo. 

Alla base stessa della vita morale, sulla soglia 
di qualsivoglia edificio sociale, il LAVORO: ecco 
quello che Gabriele d'Annunzio ha voluto. Ed 
egli asserisce il dovere sacro che ciascun uomo het 
di (( offrire il suo lavoro ai suoi simili ». 

A buon diritto, in passato, ha potuto lanciare 
il grido: io ho quel ch'ho donato. 

Questo donatore di gioia, questo lavoratore mai 
stanco può farsi render testimonianza da una vita 
intera di fatica dura. Ha potuto tempo addietro 
— per spirito dilettantesco — descrivere i fannul- 
loni e le loro occupazioni imbecilli: le vertenze 
cavalleresche, gli erotici furori, le cacce alla volpe. 
Ma lui stesso fu tutt'al più tollerato da simili 
(( anime sciocche », né mai la loro vita fu la sua. 

E* consolante constatare come dopo esperienze 
innumerevoli, il « re della vita », Testeta degli 



SOTTO IL SEGNO DEL LEONE 161 

esteti, il letterato per eccellenza e antonomasia, il 
bardo e Teroe, il valoroso di cento battaglie, 
Tanimatore di popoli, quegli che amò l'amore e 
la morte, la voluttà e il pericolo e seppe domarli 
e disprezzarli; abbia riconosciuto il valore del 
lavoro umano, senza il quale la vita non ha senso. 

Quegli è sulla strada della luce. 

Quegli è sulla strada della carità. 

Quegli è degno d'indicar agli altri il cammino 
e d'insegnare loro la saggezza, come loro ha inse- 
gnato la scienza del Bene e del Male e il Sacrificio. 

Quegli dev'essere onorato fra gli uomini. 

Dio non l'abbandonerà. 

Riconoscere il valore del lavoro : di deduzione 
in deduzione non si conclude col bolscevismo? Se 
non col bolscevismo, certo con qualcosa che gli 
s'accosta. Assai spesso d'Annunzio l'ha detto : egli 
crede fermamente nella scomparsa prossima del 
regime parlamentare impiantato sugli (( immortali 
principi dell'ottantanove )). All'entità falsa del 
CITTADINO sottentrerà la personalità del LAVO- 
RATORE. Tale concetto importa radicali muta- 
menti nella nozione di proprietà. 

Lo siato non riconosce la proprietà come il do- 

Kochnitzky 1 ] 



162 SOTTO IL SEGNO DEL LEONE 

minio assoluto della persona sopra la cosa, ma la 
considera come la pia utile delle funzioni sociali. 
Nessuna proprietà può essere riservata alla persona 
quasi fosse una sua parte; né può esser lecito che 
tal proprietario infingardo la lasci inerte o ne di- 
sponga malamente, ad esclusione di ogni altro. 

Unico titolo legittimo di dominio su qualsiasi 
mezzo di produzione e di scambio è il lavoro. 

Solo il lavoro è padrone della sostanza resa 
massimamente profittevole alVeconomia generale. 

La semplice lettura attenta di queste proposi- 
zioni basta a far comprendere quanto siffatta ma- 
niera di (( conservare » la proprietà influisca su 
tutto il diritto commerciale, sulla compra-vendita, 
sui diritti reali e loro limiti, sul diritto successorio. 

D'Annunzio bolscevico? I borghesi fiumani 
erano costernati, il Consiglio Nazionale in preda 
allo smarrimento. Senza ancora conoscere il testo 
fatale, abili farisei elaborarono un'altra costituzione 
che, sia come spirito sia come lèttera, non andava 
molto più in là della Carta di Maria Teresa. 
Un posto bellissimo, per altro, era riserbato al 
Comandante, promosso a (( Principe del Car- 
naro )) e onorato dell'appellativo di « Magnifico ». 
Inutile aggiungere che la lusinga innocente fece 
sorridere Gabriele d'Annunzio. Allora una sorda 



SOTTO IL SEGNO DEL LEONE 163 

opposizione si determinò nelle file dei borghesi. 
Le simpatie per gli ufficiali che tenevan fede alle 
istituzioni statutarie italiane non furono masche- 
rate; aggrappati con disperata tenacia a tutto ciò 
che potesse salvare i loro privilegi, ogni pretesto fu 
buono a cercar di allontanare dal comandante 
. quanti passassero per « sovversivi ». 

Scoppiò uno scandalo quando Nicola Sisa, un- 
gherese, ex-commissario del popolo per l'igiene 
con Bela Kun, arrivò a Fiume. D'Annunzio tut- 
tavia tenne duro. Sisa si trattenne vari giorni; gli 
^i fece esaminare il disegno generale della Costi- 
tuzione, ed egli riconobbe che conteneva (( ammire- 
voli elementi » , Strano ! Un grande industriale 
milanese che pochi giorni dopo prese conoscenza 
della Carta fiumana si professò anche lui soddisfat- 
tissimo, e non fu parco di espressioni entusiastiche 
all'indirizzo di d'Annunzio. 

Sta di fatto che, col rimettere la somma del 
potere ai rappresentanti delle Corporazioni, il Co- 
mandante eliminava il vizio del Parlamentarismo : 
la camera elettiva, designata mediante il suffragio 
universale, non essendo mantenuta se non a fun- 
gere, in certo modo, da senato. Per contro, stril- 
lassero pure al bolscevismo i borghesi impennati: 
d'Annunzio era, rimane un dichiarato avversario 



164 SOTTO IL SEGNO DEL LEONE 

della ((dittatura proletaria». Tutte le categorìe 
di lavoratori debbono, secondo la sua concezione, 
raggrupparsi in corporazioni ordinate sul modello 
delle ((arti)), quali vigoreggiarono nei comuni 
medioevali Italiani. Il pensiero politico d'Annun- 
ziano, dunque, assai più che comunista — sebbene 
spesso egli parlasse d'un bolscevismo latinizzato — 
era essenzialmente antiborghese; non voleva in- 
staurare in Fiume l'impero del proletariato: anzi 
un'armoniosa sovranità del lavoro. E' tuttavia vero 
che mentre egli non si distaccava dalla concezione 
russa se non per la soluzione proposta ai problemi 
di metodo e d'ordinamento, la sua ((Città del 
Sole )) era teoricamente e per la stesso suo prin- 
cipio inspiratore, l'antitesi d'ogni tipo conosciuto 
di borghesìa (( democratica ». 

Irriducibile fu, in conseguenza, l'opposizione 
di taluni ceti fiumani. Al Comandante fu possibile, 
la sera del 12 settembre 1920, proclamare costi- 
tuita con solennità la (( Reggenza Italiana del 
Cariiaro » ; anche potè distribuire cariche di (( Ret- 
tore ». Mai la Costituzione fu attuata nel suo 
spirito. Forse le cannonate di Natale, più che 
contro il condottiero garibaldino e ribelle, più che 
contro la città turbolenta e appassionata, furono 
sparate contro il tempio di giustizia e di eterna. 



SOTTO IL SEGNO DEL LEONE 105 

bellezza di cui le prime pietre già erano state 
posale sul suolo eletto di Fiume. 

I trafficanti del Carnaro, alla fine, sono soddi- 
sfatti. Loro legge non è la Carta d' Annunziana : 
Zanella, jam jam redivivus, li corregge. 

Dev'essere proprio vero che i popoli hanno sem-. 
pre il governo che si meritano. 



4^ 



Nella Costituzione Fiumana d'Annunzio s'è 
diffuso sulla musica. Si è scordato di parlarci dei 
bagni. Un capitolo, tuttavia, che aveva la sua 
importanza. I romani dedicarono altrettante cure 
all'ordinamento delle terme quante all'abbellimento 
dei palazzi o alla decorazione dei templi. Si fa bene 
quando si obbliga il popolo a leggere e scrivere e 
a cantare. Ma si fa benissimo quando lo si obbliga 
a lavarsi. 



* * 



Nell'ottobre del 1920 il Comandante compilò 
un nuovo codice militare : (( La fiamma intelli- 
gente )). Non ho pratica d'eserciti, non saprei dar 
un giudizio su tale tentativo. Ma qui anche una 
volontà di rinnovamento si esprimeva, moderna- 



166 SOTTO IL SEGNO DEL LEONE 

mente audace ; la (( fiamma » consumava per intero 
il vecchio castello militarista. 

Le mansioni superiori al grado di capitano erano 
abolite. I soldati si riunivano in autentici « con- 
sigli )) che esercitavano anche un tal quale con- 
trollo sui capi : a questi poi apparteneva l'elezione 
del Comandante supremo. 

Scandalo anche questa volta. La maggior parte 
degli ufficiali superiori non poteva rassegnarsi ad 
accettare, sia pure in linea di principio, un'orga- 
nizzazione cosiffatta. Le proteste rumorose, le as- 
semblee che si risolvono in un urlìo unanime tor- 
narono a infuriare: mi è stato raccontato, giacché 
da tre mesi avevo lasciato Fiume, 

Molti ufficiali se ne andarono, fra essi il gene- 
rale Ceccherini: partenza che sorprese dolorosa- 
mente quanti ne ammiravano il valore e l'entu- 
siasmo. 

Ciò nondimeno, il Codice militare non ebbe se 
non un'attuazione embrionale, come la « Lega 
di Fiume », come la « Costituzione » : « bel 
sogno )) che si ricorda con qualche rimpianto e 
un pò di curiosità. 

C'era tuttavia quest'angolo del mondo dove 
d'Annunzio avrebbe potuto vedere le creature dei 
suo spirito animarsi, vivergli sotto gli occhi. 



SOTTO IL SEGNO DEL LEONE 167 

E' verità quello che taluni dicono, che i fiumani 
non siano stati (( all'altezza )) ? Non vorrei ripe- 
terlo qui. Dopo tutto sono scusabili. Si capisce che 
rimanessero disorientati, sentendo parlare di cose 
che non conoscevano, che tenevano per fu- 
neste, abbominevoli, esecrabili; sentendole esal- 
tare ed auspicare per bocca del loro stesso reden- 
tore! In fin dei conti una città, per quanto 
contestata, non è un porcellino d'India. Bisogna 
vedere se si ha il diritto di farne, a sua maggior 
gloria e gaudio ma contro il suo desiderio, un 
campo sperimentale per colture sociologiche e 
morali. Non pretendo di risolvere il dubbio; solo 
osservo che il (( campo » era scelto male. 

Feudo imperiale per secoli. Fiume ha una tradi- 
zione lunga di vita borghese. E' tuttora diffidente 
verso i proletari, che per tanti anni sono stati 
ospitati fra le sue mura come genti allogene. 

E se i fiumani si raffigurano il (( buon governo » 
non quale lo rappresentano gli affreschi del Pa- 
lazzo di Siena, ma piuttosto come una sorta di ma- 
trimonio mistico fra Maria Teresa e l'onorevole 
Zanella, peggio per loro! 

Gabriele d'Annunzio non ha avuto tempo... 
Ha dovuto lottare contro difficoltà senza numero. 
Ha del miracoloso il semplice fatto che abbia 



168 SOTTO IL SEGNO DEL LEONE 

saputo assurgere a concezioni universali, che le 
abbia fermate in linee armoniose, quando la sua 
vita era una febbre senza requie di lavoro e 
d'azione. 

Le circostanze temporali e spaziali gli furono 
avverse. Ma un'altra dimensione entra nelle azioni 
degli uomini : la volontà, la volontà fiammeggiante 
e tenace che è la stessa sostanza del pensiero di 
Napoleone, di Goethe, di Cavour, di Bismarck. 
Troppe volte d'Annunzio apparve titubante, mal 
certo ; troppe volte scese agli accomodamenti, cede 
agli scrupoli, tornò sui suoi passi. 

Le sue concezioni fiumane per la bellezza, la 
nobiltà del sentimento che le penetra, esistono 
sub specie aeternitatis. Ma se guardiamo alla con- 
clusione, quegli che doveva far rilucere .tre stelle 
nuove nel cielo degli uomini, non altro avrà fatto 
se non aggiungere tre lastre al loro inferno. 

E' un peccato. ' 



VII. 
LE MEDAGLIE DI FIUME 

(ALLA MANIERA DELLO SPERAxNDEI) 



A Fiume non c'è soltanto d'Annunzio... fra la 
moltitudine dei Legionari, individualità si deli- 
neano; anime in cui l'originaria fisionomia non è 
smarrita, volti che una luce propria rischiara... 

Vorrei parlare di tutti, vorrei fermare nella mia 
memoria quegli sguardi di giovani in cui una 
fiamma inestinguibile ardeva. E primi, quelli che 
mi erano più prossimi: Luigi Guardini, anima e 
faccia che una parola sola qualifica: lealtà. 

Iginio Schiavetti, il genovese atletico, il cor- 
riere non eguagliato nell'arte di far perdere la 
pista alle questure, quegli che navigava sul mar 
di Sargasso dell'Italia nittiana come un giovane 
Cristoforo Colombo avventuroso e risoluto. 

E il giovane poeta fiumano Antonio Widmar 
elegiaco e sentimentale, disprientato dall'arrivo ÌVL 
massa di tanti Argonauti nella città natale. 

Quelli, poi, tormentati da un'ansia intellettuale : 



172 LE MEDAGLIE DI FIUME 

Giovanni Bonmartini, intelligenza superiore, acuto 
nello scrutar le anime, come l'avo suo Augusto 
_Murri nell'indagar i corpi sofferenti. 

Giovanin Comisso, l'anima più lirica che fosse 
a Fiume, pellegrino appassionato, ebbro di poesia. 

Mario Carli, ardito fra gli arditi, che con l'im- 
petuoso Cesare Cerati fondò la Testa di ferro, me- 
gafono dell'uRE: il foglio che era per noi quel che 
il Giornale d'Italia per la Consulta ai tempi del 
barone Sonnino... 

E quel Luigi Colacicchi, compositore di talento 
piacevolissimo, che allietava la Quinta Stagione 
d'una ghirlanda di rag-time e di valtzer. 

E questi amici della causa accorsi di lontano: 
Philippe d' Estailleur de Chanteraine, parigino 
gradevole, spirito spregiudicato; e il nobile poeta 
ungherese Szandor Garvay, due volte perseguitato 
e condannato: dai comunisti di Bela Kun e dalla 
dittatura di Horthy. 

Coloro, infine, che sembravano apportare una 
presenza patetica: Gigino Battisti e quello stu- 
dente — occhi grigi e sognatori, accento napole- 
tano — che un giorno venne a trovarmi e mi disse 
il suo nome: Luigi Bakounine, nipote di Mikhail. 

E tanti altri, tanti altri ancora... Vorrei parlare 



LE MEDAGLIE DI FIUME 173 

di tutti. Quanta giovinezza meravigliosa intorno a 
noi! 

I bagliori del rogo illumineranno Finterà vita 
nostra. 

Con mano tremante e malsicura, ho modellato 
nove medaglie; medaglie d'argilla 

sèche et fragile. 

Ho scelto questi volti non perché a preferenza: 
di altri meritevoli di mirto o di lauro; solamente 
perché spesso mi sono apparsi lo specchio del mio 
pensiero, ho visto balenarvi un riflesso della mia 
angoscia. 

Guido Keller 

Di Keller non si può dire che abbia un profilo 
d'aquila... Piuttosto l'aquila si sforza vanamente 
d'imitare il profilo di Keller. 

L'immensa capigliatura nera, quasi azzurra, la 
barba scura e folta, lo sguardo caldo, le ciglia 
lunghissime accentuano i tratti indimenticabili di 
quest'uomo straordinario. 

Si veste in una maniera spesso incompleta, e 
talora insolita. Anche gli succede di passeggiare 
nudo sull'arena a mare o per le petraie del Carso ;. 



174 LE MEDAGLIE DI FIUME 

ma non già per ricerca di singolarità, che abbron- 
zare al sòie il corpo agile e ben modellato è per 
lo scultore la cosa più naturale del mondo : Guido 
Keller essendo — infatti — scultore. 

Avrebbe potuto essere un satiro, un palicaro o 
un convenzionale; un monaco in Umbria, un bri- 
gante in Calabria, un corsaro ad Algeri. Invece 
era scultore, e a Firenze. La guerra ne ha fatto 
un aviatore; e che aviatore! (1) 

La notte di Ronchi il suo intervento ebbe un 
valore decisivo. Altri me l'ha detto. Mai lui si 
lascierebbe andare a dichiarazioni simili. A Keller 
non piace il riconoscersi un'importanza : raramente 
in un giovane ho visto un disprezzo eguale per i 
gradi, gli onori, le ricompense. 

Col passo dondolante e un'aria trascurata, as- 
soluta negazione dell' (( aspetto militare », ecco 
si avanza, portando con sé in gestazione un'idea 
stramba o geniale. 

Svolge in poche frasi di sapore ermetico ina- 
spettate teorie metafisico-politiche. Attenti a non 
cascare in equivoci: non sta per farvi l'esposizione 
d'un mito platonico ovvero d'un passo di Giam- 



(1) Guido Keller, tuttavia, non aspettò la guerra per volare; fu 
uno tra i primi italiani che conseguissero il brevetto di pilota. 



LE MEDAGLIE DI FIUME 175 

blico o Plotino; si tratta semplicemente di persua- 
dere il Consiglio Nazionale a un «colpo di mano» . 

Il bene e il male, l'elevazione traverso la caduta, 
il riscatto mediante la colpa, un ramo d'alloro sui 
cadaveri, un stella che spunta sui roseti: imma- 
gini, simboli, aforismi si susseguono ; ci si domanda 
dove andrà a finire... si passa qualche momento 
d'inquietudine... rassicuratevi! Nulla è più lucido, 
più preciso del pensiero di Guido ; nulla più armo- 
nioso delle forme in cui sa costringerlo. Una lettera 
sua è una ghirlanda d'immagini smaglianti. 

Sa eguagliare, tuttavia, gli atti alle parole. 

Ha il gesto imperioso. 

I primi giorni dell' « Impresa » stupì i più spe- 
rimentati col suo talento d'organizzatore, l'arte con 
la quale sapeva tener compatti gli elementi più 
disformi. Durante le (( cinque giornate » il suo 
tranquillo coraggio, la libera audacia furono me- 
ravigliose agli occhi dei più arditi. 

Moltissimi sono coloro ai quali Gabriele d'An- 
nunzio dà del tu. Ma Guido Keller, solo fra i 
suoi coetanei, dà del tu a Gabriele d'Annunzio. 
Né si perita, quando sia necessario, a parlargli 
con leale e maschia franchezza. 

Cuore incendiato dall'amore per l'umanità, 
sempre trova deboli da difendere, afflitti da conso- 



176 LE MEDAGLIE DI FIUME 

lare, oppressi da proteggere. Ha compreso, questo 
giusto, che sulla terra le più grandi ingiustizie sono 
commesse nel nome della giustizia. Ha caro con- 
tornarsi di reietti della società, non ha a disdegno le 
donne perdute, e sopporta anche i ladri: la sua 
anima francescana ha salvato molte anime. 

Nel secolo XIII avrebbero finito col beatificarlo; 
ai tempi nostri possono capitargli mille incidenti 
sgradevoli. Gli Scribi e i Farisei lo odiano, questo 
personaggio incomodo che di tutto s'immischia, 
che, nello smascherare le ipocrisie piccine non è 
trattenuto da maggiore ritegno di quando accusi 
le grandi viltà. 

Si lavora per farlo passare da matto... 

Ha portato un asino in aereoplano. 

Dal sommo dei cieli ha gettato una rosa bianca 
sul Vaticano, un orinale sopra Montecitorio. 

Ha preso in affitto, in montagna, il romitaggio, 
di Cosale ; con Furst, Comisso e pochi altri vi tra- 
scorriamo nottate intere; improvvisando i decame- 
roni più inconsueti, mangiando pane e miele, be- 
vendo latte. Keller ci alleva un'aquila che ha 
battezzato Guido come lui. 

Si lavora per farlo passare da matto. 

Ha difeso Carlo Reina. Reina non era né un 
traditore né un intrigante, ma era necessario un 



LE MEDAGLIE DI FIUME 177 

coraggio schietto a sfidare il cieco rancore degli 
ostinati, Taccanimento feroce dei malvagi contro 
colui che era stato il primo soldato di Ronchi. 

Talora Keller spariva per varie settimane. 

Nelle congiunture gravi lo si vede aggirarsi 
simile cigli uccelli degli uragani; egli (( sa le tem- 
peste )). Più d'una volta ha saputo pronunciar la 
parola che ci voleva, ha fatto il gesto necessario: 
colla semplice presenza ha reintegrato uno stato di 
fatto compromésso. 

I Legionari l'adorano, gli ufficiali del Palazzo 
lo temono. Il Comandante gli vuol bene e lo con- 
sulta volentieri. I bambini piccini credono che sia 
il Diavolo. 

Guido Keller : il cuore di S. Martino, la barba 
di Raspoutine, lo sguardo di Machiavelli. 

Ludovico Toeplitz de Grand Ry 

Non temo il fuoco...;. il suo motto, allora. 

Traverso quanti bracieri non è passato prima 
di comparire qui? Di dove gli viene quest'accento 
disperato, riconoscibile dietro il riso scettico? Di 
dove l'arroganza fredda, il disprezzo dei potenti 
e delle potenze? 

Quindici anni fa, un bambino si baloccava sulla 
spiaggia di Westende... Ondate di sabbia secca gli 

Kochnitzky ] 2 



178 LE MEDAGLIE DI FIUME 

sferzavano le gambe nude... nelle ore di bassa 
marea il char-à-voile filava, filava... Nella matti- 
nata d'agosto la mamma chiamava Loutecke, Lou- 
teche.... 

Westende non è ormai fuorché un ammasso di 
mattoni sotto un sudario di sabbia ; la mamma ha 
finito per sempre di chiamarlo. 

Ludovico ha conosciuto la guerra, la guerra 
tutt'intera. Ha traversato la tormenta, dove infu- 
riava più violenta: con pacatezza, con grazia, 
silenziosamente; affrontando la morte senza decla- 
mazioni e senza spavalderie, come conviene alle 
persone educate. 

Non temo il fuoco. 

Ludovico ha scritto versi, versi assai belli. 

I Pellegrini di San Brandano contengono pa- 
gine intensamente liriche. 

Per i poeti che fanno corona a Gabriele d'An- 
nunzio è di rigore occultare la loro « qualità » 
all'autore delle Laudi, non foss'altro per schivare 
l'epiteto di squisito del quale il Comandante è 
largo a tutti i rimatori. Ludovico non teme vera- 
mente il fuoco: ha presentato le sue liriche a 
d'Annunzio, e d'Annunzio le ha avute care. Una 
sera, dilV Ornitorinco, a cena finita, Ludovico si 
accomodò in terra, a gambe incrociate, ai piedi 



LE MEDAGLIE DI FIUME 179 

del Comandante ; questi aprì i Pellegrini e ci lesse 
la storia disperata del figliuolo di Giuditta: 

sentiva^ vagamente, con Vintuito 

acuto 

del bastardo di buone razze 

sentiva intorno a se, 

fluire 

Mn ondata di diffidenza e di dispregio; 

e ira i suoi compagni 

dalle chiome intonse 

^ dalla glabra mobile faccia, 

M sentiva estraneo, 

sapeva, vagamente, di essere 

T Intruso, 

Sopra le strofe lavorate a cesello il Comandante 
posava la « coronata fiamma » della sua voce 
come un diadema. 

Da colui che non temeva il fuoco presto si rivol- 
sero gli sguardi del Signore. Ancora in lutto per la 
morte della mamma adorata, a pochi mesi di di- 
:stanza dalla scomparsa dell'epico Fulcieri Pau- 
lucci di Calboli (il suo amico più caro), gli mo- 
riva di parto, insieme col bambino, la giovine sposa 
Gabriella Porro. 

Altri avrebbe chiusi per sempre gli occhi bru- 



Ì80 LE MEDAGLIE DI FIUME 

ciati sul mondo, avrebbe ricominciato, cieco, una 
vita tutta interiore. Ludovico seguitò ad abbrac- 
ciare l'incendio vorace della vita con uno sguardo 
ingenuo e doloroso, velato un poco dal prisma 
delle lacrime. 

Le cinque giornate le abbiamo vissute nella 
casa spaziosa dei (( Tolentini ». Da ultimo Ludo- 
vico, preso di mira dalla questura, dovette scappare 
per una porticina segreta, e su d'un motoscafo 
mettersi in salvo a Fiume. 

Quando tornò portava con sé una pietra che le 
cannonate delY Andrea Doria avevano divelta dal 
Palazzo; la fece collocare in giardino, come un 
trofeo; e sulla base del monumento incise questa 
inscrizione : 

LA CANNONATA DELLA R. N. ANDREA DORIA 

CHE IN FIVME STRAPPÒ QVESTA PIETRA 

DAL PALAZZO DELLA CORTE BIZANTINA 

TESTIMONIA LO STOLTO FVRORE DEL GOVERNO REGIO 

LA FINE DEL NEFASTO NOSTRO POTERE TEMPORALE 

LA DISPERSIONE DEL ROGO 

SEGNA L'AVVENTO DELL'ORDINE NVOVO 

FIVME - DEL - CARNARO 

XXVI . DICEMBRE . MCMXX 

NON TEMO IL FUOCO. Ludovico ha ripreso la 
sua strada; per la gioia degli occhi ha ricondotto^ 



LE MEDAGLIE DI FIUME 181 

fra di noi la Commedia delVArte, ricomponendo 
conj)azienza gli scenari antichi del museo Correr... 
A Venezia non poteva se non apparire il più 
scaltrito fra i veneziani, come poco prima era stato 
il più fantastico fra i danzatori del Bai des Ar- 
dents. 

Da Venezia a Roma la Commedia dell'Arte 
ha fatto un volo solo. A Roma, sotto la bacchetta 
d'un mago musicale che sa gli incanti più maliosi, 
« fra le mani d'una maga esperta in deliziosi esor- 
cismi, sembra sul punto di trasformarsi profonda- 
mente. Arlekinsky e Colombinovna! ! Ludovico, 
imperturbabile, segue il movimento: ma nella 
chiesa co' santi,.. Dappertutto è al suo posto, dap- 
pertutto si sente in casa sua : con le gens du monde e 
coi banchieri, coi poeti e colle danzatrici, fra i 
clericali ultramontani e in mezzo agli anarchici. 

NON TEMO IL FUOCO. 

Salamandra o camaleonte? 

E' un uomo geniale. Questo è quello che 
conta (I). 



(1) In queste ultime settimane, Ira circostanze difficili, ha ideato e 
portato a compimento una non breve collana di liriche, certamente 
degna di essere accolta sempre con interesse, e talora con ammira- 
zione, dagli intenditori di lettere. 



182 LE MEDAGLIE DI FIUME 

* * 

Ludovico può lasciare la casa dei « Tolentiifi )) t 
non. è di quelli che provano il bisogno di metter 
radici, d'invecchiare sotto un tetto. Sopra le fronti 
smarrite Dio ha disteso il firmamento come una 
tenda... LA NOTTE HA LA SVA VIA... Qualche 
cosa di noi rimane attaccato ai luoghi dove siamo 
passati una volta. Come sarà bello fra ottani' anni 
il giardino dei « Tolentini » ! Avrà cambiato pa- 
recchie volte di padrone ma sarà sempre quello i 
a Venezia non cambia mai nulla. Gli alberi sa- 
ranno cresciuti. Lungo il vecchio muro verrà a 
passeggiare qualche giovane, tutto contento d'aver 
trovato le rime al primo sonetto — si scriveranno 
ancora sonetti, a quel tempo — ; andrà a decifrare 
l'iscrizione, nascosta a metà dal muschio: La 
cannonata della R. N, Andrea Doria che in 
Fiume strappò.... sorrisi.... intenerimento.... come 
erano romantici nel 1920... quanto doveva esser 
bello esser un giovane poeta al seguito di Gabriele 
d'Annunzio...; già l'axlolescente immagina strofe 
di sapore arcaico, alla maniera di Guido Gozzano.... 

* 

Je serai sous la terre et fantóme sans- os 

^ar les ombres myrteux je prendrai mon repos^ 



LE MEDAGLIE DI FIUME 183 

L'età alla quale apparteniamo è la nostra 
patria nel tempo. Coloro che dalla qualità della 
nascita non sono costretti in un angolo della terra, 
devono, a preferenza degli altri, amare l'età loro : 
le mode, le usanze, lo stile del pensiero, della sof- 
ferenza, del sogno; amare quelli in cui è raffigu- 
rata più compiutamente : i grandi maestri, le anime 
più ricche, i volti più appassionati. 

Ludovico Toeplitz de Grand Ry è un uomo del 
suo tempo. 

Il Generale Tamaio 

« Ahi, fiera compagnia ! » direbbe un altro ge- 
nerale purchessia, trovando il proprio nome in 
mezzo a quelli dei miei compagni fiumani. 

Non lo dirà, invece, il generale Corrado Ta- 
maio; egli non è d'una tempra che si lasci scon- 
certare dall'elemento di novità essenziale alla vita 
legionaria, egli che tale vita intensa, bruciante, im- 
petuosa ha saputo vivere fino all'ultimo giorno. 

Non gli sarà di meraviglia il vedersi qui, sola 
(( persona seria » insieme con Castelbarco, fra una 
masnada di ragazzi turbolenti, neppure tanto lon* 
tano dall'effigie stessa di Ciccio, la volpe fiumana. 
Anche mi perdonerà l'aver messo io da parte le 
precedenze, e se parlo di lui dopo aver discorso 



]84 LE MEDAGLIE DI FIUME 

di due amici più giovani, avvicinati a me dall'età 
e dal comune patrimonio di ricordi. 

Perché io non posso pronunciare il nome del 
generale Tamaio se non con un sentimento di de- 
ferenza profonda e d'ammirazione rispettosa; cui 
forse non va disgiunto ui^ tardivo rimpianto. 

Corso a Fiume fra i primi, mai lasciò di lavo- 
rare per la causa, instancabilmente, nonostante le 
disillusioni, l'ingratitudine, gli attacchi ingiusti. 

« Gli attacchi ingiusti? » Perché per mesi e 
mesi, si cercò di far apparire il generale quale il 
simbolo dello spirito militarista ? Le sue stesse man- 
sioni creavano a lui, talvolta, l'obbligo di esser 
rigido. Era necessario vegliare allo spirito dei Le- 
gionari: Fiume era un' poco l'avventura bella che 
seduce e non lascia più veder dagli occhi... e gli 
undesirables urgeva allontanarli al più presto, nel- 
l'interesse supremo dell' « impresa ». Gli ordini 
del giorno erano firmati da Tamaio, e non di rado 
contenevano severi moniti. Da quel gentiluomo e 
galantuomo che è, il generale rammentava ai Le- 
gionari il dovere loro di comportarsi civilmente 
nei ritrovi pubblici, di non scordarsi, in nessuna cir- 
costanza e per nessuna ragione, che erano i difen- 
sori d' una città bloccata e minacciata ; non i 
dondoloni gallonati d'una « piccola guarnigione )). 



LE MEDAGLIE DI FIUME 185 

Più d'una volta i suoi apprezzamenti, i prov- 
vedimenti a cui ricorse, sembrarono ingiusti ai più 
giovani, che avrebbero voluto veder perdonato tutto 
alla sincerità e all'entusiasmo. Il generale operava 
costantemente a ragion veduta, e se accade che fa- 
cesse partir da Fiume certo giovanissimo ufficiale, 
. ardente e generoso, ciò veramente dipese dal fatto 
che l'ingenuità e inesperienza di costui potevano 
riuscir di danno alla causa. E' umano che ìl gene- 
rale abbia provato qualche risentimento contro 
quelli che s'adoperavano a frustrar le decisioni 
sue, talora ricorrendo perfino a Gabriele d'An- 
nunzio. 

Una grande bontà, tuttavia, alloggia nel suo 
cuore, giacché sempre si trattenne dal manifestare 
questo risentimento, e mai mosse pedma per vendi- 
carsi di chi — tanto male a proposito — gli susci- 
tava ostacoli al libero adempimento dei suoi doveri. 

Quando, in seguito, la « fiamma intelligente » 
ebbe consumato il primitivo edificio militare, il ge- 
nerale Tamaio rassegnò una parte cospicua dei 
suoi poteri; e chiuso in un silenzio signorile, inte- 
ramente si consacrò alle incombenze riservategli. 

Le (( cinque giornate » lo trovarono al suo 
posto. Fu meraviglioso: continuamente presente 
nei punti più battuti, rincuorava e consigliava i 



186 LE MEDAGLIE DI FIUME 

combattenti con Tamorevolezza d*un fratello mag- 
giore. 

Oratore efficace, uomo di conversazione grade- 
volissima, cavalleggero elegante, il generale ha un 
gusto estetico raffinato e sicuro, e una conoscenza 
dei musei italiani tutt' altro che frequente ki un 
uomo di guerra. 

(( Senza macchia e senza paura ». 

Tamaio è degno del motto che d'Annunzio 
tolse a Baiardo per fargliene dono. Mi piace 
inciderlo ancora una volta sul rovescio di questa 
medaglia. 

Questo generale è un grande legionario. 

Pier Filippo di Castelbarco 

E* bello discendere dai Crociati...; saper risa- 
lire a loro più bello ancora. Profilo fiero, sguardo 
fermo e nobile, fronte altiera; riquadratura salda, 
andatura pacata, quasi grave; si direbbe il gran 
maestro di un ordine militare. 

Aristocratico, monacale, guerriero. 

In altri tempi aveva occupato varie annate ad 
adunare e ordinare, in un castello tridentino^ 
l'archivio della sua famiglia gloriosa. 

Venne la guerra. Gli Italiani si avanzarono in 
Vai Lagarina. Il capitano Castelbarco si trovò 



LE MEDAGLIE DI FIUME 187 

rimpetto a casa sua, colla batteria. Lui stesso puntò 
i pezzi sul castello che poteva trasformarsi in punta 
d'appoggio per gli Austriaci: appartamenti, ar- 
chivio, tutto fu annientato. 



Quando lo vidi per la prima volta, misurava a 
passi cadenzati l'atrio del Palazzo di Fiume; un 
pugnale cesellato, incrociandogli la cintura, gli 
creava un'apparenza da corsaro, un poco inquie- 
tante. 

Castelbarco fu il legionario di tutte le ore. Non 
s'occupò mai di politica, disprezzò gli intrighi di 
Palazzo ; visse in mezzo ai suoi soldati, fino all'ul- 
timo. Il Bai des Ardents si disperse. I Legionari se 
n'andarono. Svanivano i sogni fiumani. 

Un giorno si lesse che quaranta arditi occu- 
pavano Porto Baros, né volevano abbandonare il 
delta dove poco prima era accantonata la Com- 
pagnia d'Annunzio. Castelbarco era alla loro testa. 

Il trattato di Rapallo era stato ratificato. Fiume 
era in balìa di Zanella, Gabriele d'Annunzio noa 
lasciaTa più Cargnacco. 

Forse la Causa era morta. 

II capitano Pier Filippo di Castelbarco, come uà 



188 LE MEDAGLIE DI FIUME 

altro Vilìiers de Y Isle Adam ancora lottava per 
essa. 

Novello Papafava 

Un cappello da alpino sulla testa di Tiberio 
giovine. Corpo solido, slanciato come un abete del 
Cadore : sguardo incisivo. Parola nervosa e rapida, 
striata, qua e là, da espressioni dialettali: quae- 
dam paiavìnìtas! E qualche momento pensoso, 
quasi d'indecisione: allorché il suo pensiero in ef- 
fervescenza s'arresta, si raccoglie, per slanciarsi, 
poi, più impetuoso ancora. 

La fronte ventenne porta con grazia il peso 
di due annate di guerra. Quanti gli anni di medi- 
tazione serena? Novello è corso a Fiume perché 
Fiume vuol essere italiana e perché un patto segreto 
la dà nelle mani agli stranieri: l'assurdo trattato 
di Londra dev'essere stracciato! Novello è corso, 
vibrante di fede : crede nella Giustizia dei Popoli, 
crede nel Trionfo del Diritto. Credo perfino che 
creda nella Società delle Nazioni! 

Questa volontà di confidenza, questa disperata 
asserzione d'un ideale di carità umana e divina in 
un adolescente colto, pensoso e puro, ha in sé 
qualche cosa che è commovente e patetico. 

Basta, perché gli convergano addosso l'irrisione 



LE MEDAGLIE DI FIUME 189 

degli imbecilli, l'antipatia di coloro ai quali egli 
intralcia i maneggi. 

S'adoperano anche a (( silurarlo » presso il Co- 
mandante; ci riescono. Rinunciatario, cagoiano(!), 
traditore (il)... gli epiteti grandinano. Novello 
resta impassibile sotto la tempesta. Al suo posto, 
a fianco di Reina. Rinunciatario? No, giacché 
egli non ammette che un centimetro solo di terra 
italiana sia abbandonato. Ma sa, tuttavia, che il 
problema così complesso della Dalmazia, su cui 
tante scempiaggini si ripetono e stampano, non 
è di natura da essere risolto con una passeggiata 
floreale sull'Adriatico, foss'anche la più solenne. 
E lo dichiara. 

Le conseguenze sono immaginabili. La sua 
posizione diviene insostenibile: da tutte le parti 
lo si assale. Alla fine di decembre se ne va a 
fronte alta... Non appena oltrepassato lo sbarra- 
mento, i regolari lo arrestano. 

(( Sapete la notizia, Comandante? Novello è 
stato arrestato ; 1' hanno chiuso nel Castello di 
Trento ». 

Annuncio questo a tavola, all' « Ornitorinco ». 
Grido di trionfo : « E' il dito di Dio ! C'è una 
giustizia, dunque » . La destra s'agita, Findice è 
teso. D'Annunzio è trasformato. Durante i lunghi 



Ì90 LE MEDAGLIE DI FIUME 

mesi del mio soggiorno a Fiume, più d'uno ha 
abbandonato, rinnegato o tradito il Comandante; 
su quel volto non altro ho letto fuorché il disprezzo, 
il disgusto, la compassione. Quella sera, per un 
attimo brevissimo, ho visto passare nei suoi occhi 
la collera. 

Voi non l'avete rinnegato, voi non l'avete tra- 
dito^ Novello. La vostra giovinezza ardente non 
ha temuto d'opporre le vostre idee alle sue idee, 
il vostro coraggio al suo coraggio : la purezza 
dell'anima vostra alla grandezza del suo genio. 
Un giorno, chissà, quando molti anni saranno pas- 
sati, il ricordo del gesto di collera, che i vostri 
yent'anni strapparono al più grand'uomo dell'età 
nostra, vi sarà di qualche dolcezza. 

Si ce jeune homme vit, il ne peut manquer 
d'ètre homme de grand sens et de grande valeur. 

Lasciate che io tolga dal Livre des Diversités et 
Merveilles questa frase e l'inscriva sul rovescio 
della vostra medaglia. 

Come i fuorusciti fiumani si contenessero è no- 
torio: articoli ((a sensazione», interviste, rivela- 
zioni... per render odiosa o ridicola 1' (( impresa » 
tutto serviva. Voi che sapevate tante cose, Novello, 
voi che eravate stato al corrente di quanto a Pa- 
lazzo si fosse fatto o disfatto: voi vi siete serrato 



LE MEDAGLIE DI FIUME 191 

in un silenzio altiero; all'Università di Padova 
vostra, siete stato solamente uno studente laborioso, 
amico del sapere, occupato da sogni metafìsici... 

Non vi sia sgradito, dunque, se vi ripeto con 
La Bruyère: 

Il n y a guère qu une naissance honnète ou 
qu une bonne éducation qui rendent les hommes 
capables de secret. 

Henry Furst 

D'Annunzio era a Fiume da pochi giorni 
quando un americano gli scrisse offrendogli la sua 
opera e professandosi disposto a disimpegnare 
qualsiasi mansione modesta. Il Comandante gli 
rispose (chissà poi perché? Lui che non risponde 
mai a nessuno!), gli disse: « Venite ». Ed Henry 
Furst arrivò. Gli diedero un tavolino, e si mise 
al lavoro. Nessuno aveva pensato ancora alla 
propaganda fiumana all'estero; Furst, per primo; 
si diede a coordinarla, vincendo maestrevolmente 
ogni difficoltà. Poeta negli scritti e nello stile della 
vita, uomo audace nel parlare e nell'agire; la 
qualità del suo lavoro, soprattutto, gli fa meritare 
la collaborazione con l'autore delle Laudi. 

Spirito in perpetua effervescenza, venti diversi 
sentimenti si accoppiano in lui con quaranta idee 



] 92 LE MEDAGLIE DI FIUME 



a ciascuna ora del giorno. Da principio si rimane 
un poco disorientati; è una « simultaneità pitto- 
rica )) in cui volumi e piani siano animati... E poi 
Furst si occupa di tutto, fa osservazioni su tutto, 
non venera nessuna gerarchia, nessun principio 
d'autorità. L'affluire della sua parola sommerge 
gli innominati, l'accento americano fa propendere 
all'indulgenza verso i suoi non incensurabili scherzi. 
Molti lo esecrano : perché è un forestiero ( (( non 
si sa mai... » cos'è venuto a fare, questo matto... 
chi ce l'ha mandato?...), perchè è intelligente e 
scrive senza sbagli in inglese, in francese, in te- 
desco e in molte altre lingue; perché gli accade, 
conversando, di uscire in citazioni greche, consue- 
tudine offensiva per chi non vuol far vedere che 
non ha capito ; perché gli è toccato il dono di una 
eccezionale rapidità di esecuzione e si libera como- 
damente in due ore di quello che ingombra appros- 
simativamente quattro giornate a tre altre persone 
sommate insieme; perché il Comandante lo tratta 
sempre con amicizia e apprezza la sua devozione. 
Perché è insopportabile; perché è piacevolissimo. 
In novembre ricevette VEncomio solenne e fu 
creato sottotenente nella legione dalmata. Si as- 
sistè allora a uno spettacolo straordinario: Furst 
inventore e introduttore di un' uniforme « alta. 



LE MEDAGLIE DI FIUME 193 

fantasia » : immenso mantello azzurro, cappello 
da alpino, penna d'aquila interminabile, giacca 
da ardito... Indisciplinato quanto è possibile, un 
giorno fu messo agli arresti (( per aver cavalcato 
un mulo )). 

Le passeggiate a dorso di un mulo erano una 
inesauribile sorgente di spassi. La compagnia 
d'Annunzio prestava le cavalcature a Keller; si 
andava per il Carso, verso la Val Scurigne, vil- 
leggiatura primaverile di Guido; in estate, fino a 
Cosala. I contadini che ci conoscevano ci chiama- 
vano (( gli inglesi )) : e se, vinti dalla bellezza delle 
cose, ci fermavamo di fronte alla corolla armo- 
niosa del Carnaro ; essi, che non « vedevano )) 
tanta meraviglia, restavano a guardarci, stupefatti. 
Non altrimenti, sulla sponda silenziosa della la- 
guna, i pescatori di cent'anni fa guardavano due 
altri (( inglesi » che passavano : Byron e Shelley. 



Un bel giorno il Governo del Presidente Wilson 
non sopportò più, neppure lui, l'irrequieto e inco- 
modo cittadino. Le autorità consolari ricevettero 
l'ordine di ritirare il passaporto a Henry Furst, e 
gii fu ingiunto di tornare immediatamente agli 
Stati Uniti. 

Kochnitzky 1 3 



194 LE MEDAGLIE DI FIUME 

Soave terra di libertà.... 

Furst seguitò a lavorare, e poche settimane dopo 
vedeva la luce quel Libro violetto in cui una pa- 
gina, non tra le meno importanti, recava la sua 
firma. 

La sua devozione per il Comandante assurge 
a gradi inverosimili. Durante le giornate pazze del 
decembre 1919, quando sembrava che anche i 
partigiani più sicuri, Giuriati, Rizzo, lasciassero 
solo d'Annunzio, una volta, all'alba, lo trovarono 
addormentato su d'una seggiola, contro la porta 
del maestro. Mi è stato raccontato, perché anch'io 
ero venuto via da Fiume, in quei giorni... 

Ora Furst scrive anche lui il suo libro su Fiume. 
Chi si è divertito alla Quinta Stagione lo leggerà 
volentieri. 

Les agréments de la méme sarabande.... 

Veniero 

Un giorno si vide arrivare un altro americano : 
viso tondo e gioviale, sguardo sereno, passo agile, 
nonostante la tendenza a diventare o prima o poi 
(( un signore obeso » ( 1 ). 

Parla il francese come un parigino, l'italiano 



(1) Per ora questa profezia fiumana non si avvera. 



LE MEDAGLIE DI FIUME 193 

come un romano che sia stato a scuola, l'inglese 
come un americano...: l'ultima inflessione rivela 
il transatlantico. Quanto al resto, può astenersi 
finché vuole dal masticare chewing gum e dal 
portar lenti cerchiate di tartaruga: dice yire per 
yes: gli succede a tutti i momenti di dondolarsi 
fischiettando un frammento di rag-time: e dopo 
aver minuziosamente girato ed esaminato Fiume, 
dichiarerà che Y (( impresa » non ha ancora rag- 
giunta its full efficiency. Chi mai è dunque questi 
che ardisce esprimersi in tale linguaggio? Chi è? 
Semplicissimo: è Veniero! Veniero? Ma sì; Ve- 
niero d'Annunzio. 

II Comandante ha tre figli: Mario, Gabriellmo 
e Veniero, il più giovane, che fabbrica aereoplani 
in America. 

E' lui : debitamente americanizzato, viene a 
salutare il babbo divenuto capo di stato. 

« Egli possiede quella cellula di senso pratico 
che è sempre stata assente nel cervello di suo pa- 
dre )) : d'Annunzio l'ha detto. Possiede, inoltre, 
un cuore d'oro. Prima di venire a Fiume è stato a 
riabbracciare la mamma a cui vuol molto bene 
e che non dimentica mai. 

Osservo più attentamente questo giovane : ri- 



196 LE MEDAGLIE DI FIUME 

conosco il naso sensuale, le "narici larghe, le lab- 
bra espressive, le palpebre un poco gravi, la forma 
di quella testa (( pesante come il .bronzo ». In lui 
ritrovo tal gesto, tale andatura, che non appartiene 
se non a suo padre. 

Ma al posto degli occhi glauchi di d'Annunzio, 
misteriosi e terribili come gli sguardi di smalto 
delle statue antiche, ravviso gli occhi chiari, 
fluidi, trasparenti; gli occhi di Donna Maria. 

Veniero non è perpetuamente in contemplazione 
estatica della gloria di papà. Ci racconta una sto- 
riella. Un giorno in un Pull-man una vecchia si- 
gnora leggeva il giornale: By the tpay who's Ga- 
briele d* Annunzio? E il marito, facendo il meravi- 
gliato : Youve never heard him ? Such a beautiful 
voice! 

Nel crogiuolo in cui diciassette razze han get- 
tato i materiali più disformi perché il bronzo del- 
l'America futura sia colato, Veniero, figliuolo di 
Gabriele d'Annunzio e d'una principessa romana, 
è una preziosa pagliuzza. 

OSCARRE BaCICHI 

Ho un amico fiumano ; ha salito tutti i gironi 
della sua città disgraziata; l'intelligenza e l'onestà 



LE MEDAGLIE DI FIUME 197 

l'hanno additato ai concittadini: e stato membro 
del primo Consiglio Nazionale, quello del 30 ot- 
tobre. Ma la franchezza maschia e lo spirito d'in- 
dipendenza l'hanno escluso dal secondo. 

Marinaio, figliuolo di marinaio, questo giovane 
alto, biondo, apparenza un po' fredda, sguardo cor- 
diale, palesa nella finezza del tratto l'educazione 
accurata che si impartisce nelle scuole di marina. 

La sua amicizia ha un gran prezzo per me. 
Nelle giornate difficili saprà, meglio di tutti, farmi 
"veder chiaro nel pensiero verace dell'Olocausta; 
mi insegnerà a misurare la grandezza e il dolore 
xiì Fiume. Sarà quello che conforterà la mia fer- 
mezza allorché taluni consiglieri, disturbati dai 
comunicati dell' URE, verranno dal Comandante 
a sollecitare l'allontanamento del forestiero che li 
inquieta. 

Dispersione del rogo. 

B acicchi non resta nella Fiume di Zanella. 
Naviga; sotto la bandiera neonata della marina 
mercantile fiumana. 

Ma nella sera scarlatta dell'equatore, il cielo 
al di sopra del suo capo è un immenso stendardo 
jrosso sul quale sette stelle d'oro rilucono. 



]98 ' LE MEDAGLIE DI FIUME 



Ciccio . 



Un giorno Ludovico Toeplitz comperò una 
volpe: una bella volpe di muso aguzzo, pela 
fulvo, coda lunga e spessa. 

Si decise di presentarla al Comandante ac- 
ciocché le imponesse un nome. D'Annunzio de- 
cretò che la bestiola si chiamerebbe Furina. E si 
diede a chiamarla: Furina, Furina. La volpe, 
intimidita senza dubbio dalla presenza illustre,, 
non si mosse; d'Annunzio ripete ancora Furina, 
Furina, e la sua voce si ammorbidì, si fece dolce 
e carezzevole come se parlasse a una principessa 
russa. Ma il compare, rannicchiato contro una pol- 
trona, faceva le viste di non aver sentito nulla; 
l'allettamento stesso d'uri pezzetto di zucchera 
non lo commosse né scosse più che la lusinga del- 
l'appellativo umanistico. 

Allora il marinaio addetto al suo servizio, un 
omaccione che aveva parecchi peccati sulla co- 
scienza, la interpellò: Ciccio, àccio, 

E Ciccio, docile, s'accostò al marinaio. 

Per questa « risposta » intelligente, voglio bat- 
tere una medaglia in onore di Ciccio, la volpe 
scaltra. 

Sul rovescio di questa medaglia c'è un'altra 



LE MEDAGLIE DI FIUME 199 

volpe, la mia volpe: Iskra. Le ho fatto fabbricare 
una bella gabbia di legno; sta in pensione a Co- 
sala, da Keller, ben pasciuta, coccolata da tutti. 
Ma Iskra somiglia il padrone: una bella notte 
rompe ogni cosa e scappa. 

Due giorni dopo, di prima mattina, la ritrovano 
accucciata in fondo alla gabbia, con una zampa 
ferita; tremava come un bambino con la febbre. 

Se le volpi sapessero piangere, si sarebbe detto 
che piangeva, tanto il suo sguardo era triste. 

L-A Decima Medaglia 

La decima medaglia è di bronzo. 

La decima medaglia non porta nome, non motto, 
non profilo: nessuna figura animata o insensibile: 
è l'offerta votiva, il cerchio divino e lucido, l'ef- 
figie d'un astro, il disco di metallo che percosse la 
tempia violetta del giovine Giacinto. 



vili. 

LA FIACCOLA SOTTO LA PIOGGIA. 



Un giorno in città si cominciò ad aver fame. 

Le casse del Comando erano vuote. 

Il numero dei disoccupati cresceva. 

La lira italiana era stata messa in circolazione 
un po' alla leggera, forse: ed i salari seguitavano» 
ad esser calcolati in corone quando il pane biso- 
gnava pagarlo in lire. 

Quaranta corone, su per giù cinque lire! Ecca 
il salario quotidiano di non pochi operai, a Fiume ! 

Al proletariato senza tutela la protesta era im- 
possibile. Le Sedi riunite, camera del lavoro socia- 
lista, venivano assoggettate a infinite vessazioni: le 
perquisizioni, le espulsioni erano avvenimenti gior- 
nalieri. Nelle vene dei borghesi di Fiume, al sem- 
plice aggettivo di (( socialista )) corrispondeva un 
fremito: non sapevano, questi bravi signori, che 
Bonomi e Mussolini avevano cominciato coll'es- 
sere redattori dell' (( Avanti ! » , che il nostro 



204 LA FIACCOLA SOTTO LA PIOGGIA... 

grande e caro Vandervelde era un ministro de! re 
dei Belgi, che in terra d'occidente, ormai, gli 
pseudo-socialisti erano le massicce e inamovibili ca- 
riatidi del regime borghese. 

Le Sedi riunite cercavano timidamente di resi- 
stere agli arbitrii. Bisognava perciò con qualunque 
mezzo comprimere il grido d'angoscia, impedire 
a ogni costo che arrivasse al dittatore. Don Ba- 
silio vegliava. Si decise che tutti i socialisti fiu- 
mani e quanti non si fossero contentati di trenta 
corone al giorno erano nefasti agenti iugoslavi, 
emissari pericolosi al soldo di Belgrado. E si fece 
loro intender ben chiaro. La Questura, che non 
era poi se non l'antica polizia ungherese, sfuggendo 
interamente all'autorità del Comando d'annun- 
ziano, si trovava alle dipendenze esclusive del Con- 
siglio Nazionale, e non finì mai d'essere uno stru- 
mento malefico in mano a coloro che passione par- 
tigiana o rancore personale acciecavano; ordinata 
all'austriaca, c'erano, tra i suoi funzionari, autentici 
aguzzini che s'accanivano sui carcerati con sevizie 
atroci. 

Un giorno d'Annunzio s'indusse a visitare le 
carceri. Fu la « visione più triste della sua vita » ; 
lo ha detto; i detenuti giacevano ammassati alla 
rinfusa in celle luride, senza luce e senz'aria. Gli 



LA FIACCOLA SOTTO LA PIOGGIA... 205 

chiesero come grazia d'ottenere per loro un po' di 
paglia fresca, tanta che bastasse a sdraiarsi. E 
molti tra loro erano condannati politici, altri, im- 
putati in attesa di giudizio, o anche semplici indi- 
ziati. 

Quando, parecchi giorni dopo, chiesi a uno degli 
impiegati carcerari se avessero portato la paglia 
nelle celle, quell'uomo mi rispose testualmente: 
<( In città non c'è paglia : se ci fosse possibile pro- 
curarcene si dovrebbe prima di tutto darla ai ca- 
valli che ne hanno bisogno. Perché i cavalli sono 
utili alla società, mentre i carcerati sono tante ca- 
naglie che campano alle spalle dello Stato e non 
si meritano d'esser trattati bene ». La risposta be- 
stiale fu risaputa dal Comandante che se ne in- 
dignò profondamente: decise, allora, di riformare 
il sistema penitenziario, sopprimere la Questura, 
render più sollecita la procedura delle cause poli-^ 
tiche, far rimettere in libertà i detenuti a carico dei 
quali non pesasse nessuna accusa di diritto comune. 
Fece quello che potè. 

Ma che cosa può fare la volontà d'un eroe^ 
anche quando sia capo assoluto, contro l'ipocrisia 
millenaria degli uomini? Si cedeva al suo furore, 
gii si dava ragione, ci si adoperava a quietarlo 
con promesse generiche e subito dopo i mali 



206 LA FIACCOLA SOTTO LA PIOGGIA... 

trattamenti e le persecuzioni ricominciavano. Vit- 
time prescelte della questura erano i socialisti 
fiumani. 

Agenti iugoslavi? Accusa comoda. Senza dubbio 
era possibile che gente senza qualifica s'insinuasse 
tra le file operaie e anche vi perseguisse un'opera 
ostile al Comandante e al nome italiano. Ma 
l'ammirevole proletariato di Fiume si era mostrato 
mai altro che italiano; magnificamente, umana- 
mente italiano. 

Erano socialisti quelli che avevano offerto al 
governatore ungherese certa scatola da sigari, d'ar- 
gento massiccio? Le firme dei donatori erano mo- 
dellate a rilievo sulla scatola; anche un cieco 
sarebbe stato capace di leggerle ! E il dono perpe- 
tuava la memoria del giorno fausto in cui la prima 
nave ungherese era scesa nelle acque fiumane. 

Era un socialista il signore che aveva speso 
ventimila corone (nel 1915 erano un piccolo ca- 
pitale) per l'addobbamento a festoni e là decora- 
zione floreale del teatro massimo, quella sera che 
con uno « spettacolo patriottico » si festeggiò 
la caduta d'un dirigibile italiano nelle vicinanze 
della città? 

Erano socialisti coloro che sui giornali inqua- 
drati di nero avevano celebrato in italiano le virtii 



LA FIACCOLA SOTTO LA PIOGGIA... 207 

di Francesco Giuseppe? Socialista quel poeta (?) 
che, quando l'impiccatore finì di vivere, intonò un 
lugubre treno: 

« Sprigionasi l'alma beata.... ». 



* 



Allorché, durante la guerra, qualche monar- 
chico zelante propose di cambiar il nome di Piazza 
Dante in quello di Piazza Francesco Giuseppe 
una voce sola ardì levarsi in Consiglio Comunale 
ad accusare l'adulazione grottesca, la bassezza 
imbecille: quella di Samuele Maylànder, capo 
dei socialisti fiumani. 



Sottomesse come in passato alle leggi e ai si- 
stemi absburgici, le organizzazioni operaie non 
avevano speciali motivi di riconoscenza verso il 
comando d'annunziano fino al marzo del 1920. 
Mai tuttavia si mostrarono minimamente ostili 
al Comandante ; e per tener desta la campagna ba- 
lorda contro la città, i quotidiani socialisti dove- 
vano, in mancanza di meglio, attaccarsi alle testi- 
monianze di uomini marci, senza che in nessuna 



208 LA FIACCOLA SOTTO LA PIOGGIA... 

occasione i dirigenti del partito fiumano si associas- 
sero alle idiote diatribe. 



* 
* ^ 



In città si cominciò ad aver fame. Si proclamò 
lo sciopero generale. Le circostanze designavano 
il Comandante ad arbitro naturale del conflitto; 
e i rappresentanti operai e padronali vennero con- 
vocati a Palazzo. Si assiste allora a uno spettacolo 
singolare: si vide l'autore delle Laudi farsi perti- 
nace difensore delle ragioni operaie. Strappò ai 
(( datori di lavoro » un salario minimo di tre- 
dici lire. 

(( Datori di lavoro ! )) . Come se il lavoro fosse 
un dono che Tuomo fa all'uomo ; come se il la- 
voro potesse venire dato; come se il lavoro non 
fosse naturale patrimonio dell'uomo al titolo stesso 
dell'aria, la luce, il sole, la pioggia. 

Scena di carattere epico: d'Annunzio stesso 
l'ha maestrevolmente fermata in una corta scrit- 
tura intitolata Questo basta e non basta, fra 
tutte le sue pagine una delle più belle. 

Frattanto i socialisti avevano presentato al Co- 
mandante un memoriale, ed egli aveva fatto rispon- 
dere punto per punto, concedendo soddisfazione 



LA FIACCOLA SOTTO LA PIOGGIA... 209 

alla maggior parte delle loro richieste. Presto si 
vollero estendere le relazioni allacciate in tal modo ; 
il Comandante mi inviò a Trieste acciocché mi 
accordassi coi socialisti locali relativamente alla 
distribuzione dei giornali del partito in Fiume: 
anche un eventuale soggiorno di corrispondenti so- 
cialisti, e perfino di rappresentanti di classe, 
poteva formar oggetto di discussione. 



* 



Piccolezza delle anime! Povertà dei cuori! 

e tutto rimpiccioliscono gli uomini mentre 

tutto ingrandiscono i fati 

La terribile frase d'annunziana mi tornò a mente, 
dopo le conversazioni di Trieste! La redazione 
del Lavoratore era il regno della diffidenza, della 
cattiveria, dell'ironia meschina. La malafede ne 
era il dogma. 

La campagna antidannunziana e antilegionaria 
a base di calunnie cretine stava per ricominciare 
con rinnovata lena. 

Mentre tornavo a Fiume, una visione nettissima 
dominava nel mio spirito: lo scacco delY impresa, 
totale, inevitabile, prossimo. I capi del Partito 
Socialista Italiano, acciecati dalle bizze di bot- 

Kochnitzky 1 4 



210 LA FIACCOLA SOTTO LA PIOGGIA... 

tega, briachi di gloriola e di apoteosi personali, 
impantanati nei responsi frettolosi e nella cocciu- 
tagine settaria, e soprattutto condannati all'impo- 
tenza dalle proporzioni esilissime della loro col- 
tura; si rifiutavano di riconoscere nel Comandante 
di Fiume un amico dei lavoratori, uno che com- 
batteva per i loro ideali, un animatore della stessa 
fede. 

Ormai ai socialisti fiumani era forza compri- 
mere le simpatie segrete; l'opposizione sistematica 
a tutto l'operato del Comandante era di rigore. 

E il Comandante, a sua volta, non poteva più 
impedire al Consiglio Nazionale di accanirsi contro 
di loro. Le conseguenze immediate erano visibili! 
anche troppo visibili! Gabriele d'Annunzio era 
sul punto di trovarsi preso in mezzo fra le 
proprie idee e i propri partigiani. ì propri 
partigiani ! Sarebbe loro bastato l' animo a 
seguirlo nelle concezioni generose e audaci ? 
Quei nazionalisti italiani, in cui l' idea di 
patria generava un'esaltazione sublime, avrebbero 
capito la Carta del Carnaro ? E la borghesia intel- 
lettuale che guardava con ammirazione all'impresa 
si sarebbe piegata a sacrificare i privilegi, avrebbe 
saputo agitare per Italia tutta la fiaccola accesa al 
braciere adriatico? No, no, cento volte no! A 



LA FIACCOLA SOTTO LA PIOGGIA... 211 

fianco ai puri, agli integri, a Giuriati, a Tamaio, a 
Castruccio Castracani il marinaio meraviglioso, 
eguale alla grandezza del suo nome; a fianco 
ai giovani pensosi, plasmati ed elevati dalFabi- 
tudine della meditazione continua, pronti al su- 
premo sacrificio, a imitazione del nobilissimo 
Antonio Masperi; c'erano gli innominabili: quelli 
che circondavano Gabriele d'Annunzio colla sola 
mira della sorveglianza, dello spionaggio, della 
comodità a piantargli il pugnale nelle reni con più 
certezza, quando lui, le sue dottrine, i Legionari 
stessero per farsi troppo pericolosi. Quelli stavano 
in vedetta; quanti altri, tra i fiumani medesimi, si 
preparavano a lasciarlo solo! 

E coloro che avrebbero dovuto capire, coloro 
per i quali accostarglisi e difenderlo era il jlovere : 
questi si allontanavano gracidando villanie. 






Gli entusiasmi, le fedi ardenti, le volontà di 
sacrificio che s'adunavano fra le mura dell'Olo- 
causta, che erano lo stesso soffio animatore del po- 
polo e dei difensori... tutto questo per i capi socia- 
listi contava zero. 

Quella fiamma, tuttavia, sfuggendo dalle mani 



212 LA FIACCOLA SOTTO LA PIOGGIA... 

di Gabriele d'Annunzio, doveva comunicarsi acf 
altri uomini e ad altri raggruppamenti e convertirsi 
in un fuoco greco che avrebbe gettato il terrore 
nel proletariato social-comunista; una responsa- 
bilità tremenda, va riaffermato, sovrasta sui diri- 
genti del Partito Socialista: la tardiva testimo-^ 
nianza d* un deputato comunista ne è la conferma. 

Fors'anche (perché non confessarlo?) quel gio- 
vane e il suo accento esotico non erano quel che ci 
voleva per misurarsi colle volpi del giornalismo^ 
Triestino... 

Rientrando, quella sera d'aprile, nella città di 
vita, scorgevo l'inevitabile: eravamo incamminati 
verso un fallimento in grande stile. 

Il mio viaggio a Zara approfondì e rafforzò^ 
l'impressione. 

Il Comandante volle inviarmici a stabilire un 
collegamento con l'ufficio di propaganda institui- 
tovi sotto l'egida dell'ammiraglio Millo e fornito di 
mezzi perfettissimi, tra i quali una stazione radiote- 
legrafica : lusso che mai^ a Fiume, eravamo arrivati 
a regalarci. 

Il Kriiriy piroscafo non troppo grande, fa il 
servizio con Zara due volte alla settimana. 



XA FIACCOLA SOTTO LA PIOGGIA... 213 






Partenza incantevole, prima che albeggi. 
Le printemps dort encor dans Ics bras de la mer. 

Cordami, sirene; ci si muove. Fiume si corica 
sull'orizzonte, e il sole si leva portando con sé 
le montagne. Atto primo del Tristano : vento nelle 
vele (il velo azzurro d*una giovinetta). 

Il piccolo steamer in altri tempi — quando? — 
faceva il crossing quotidiano, aveva un nome 
inglese, era serrato, oppresso, sbattuto dalle ondate 
gigantesche dello stretto: per i suoi fianchi il 
whisky e il gin colavano. Oggi il flutto trans- 
lucido lo carezza, così dolcemente, senza schiu- 
meggiare, senza rumore, quasi : si direbbe un bacio 
che non finisca più. Il mare bagna stamattina gli 
sguardi in un indaco irreale: blu carico, blu dal- 
mata, blu cartolina, blu d'Annunzio, Adria-hlau.,. 
dov'è Fiume? Lontanissima, laggiù, spersa in 
fondo al golfo; costeggiamo, ora, le isole meravi- 
gliose, le spiaggie orlate di laureti e di pinete. Una 
casa bianca sull'acqua: è un convento; il suono 
delle campane ci arriva con l'odore resinoso dei 
pini. Un'altra isola : il Knin s'insinua in un canale 
angusto ; una rada minuscola : apparizione magica. 



214 LA FIACCOLA SOTTO LA PIOGGIA... 

Fata Morgana. Là sulla scogliera c'è una città^. 
bianca come un gabbiano, bella come una galea^ 
con tre campanili che ne somiglictno gli alberi. 
Sosta. Per visitare Arbe abbiamo mezz'ora. 

Viuzze veneziane, tutti parlano V italiano. 
Arbe è una riipotina della Serenissima, ma unai 
nipotina cresciuta in campagna, robusta, ben la- 
vata. Piante rampicanti inghirlandano la trifora 
dei palazzi antichi, le pinete circondano la città ; 
in fondo all'insenatura, fra i tronchi e le rame, si 
vede un convento di cappuccini... pace france- 
scana... quanta calma... Era una volta il rifugio^ 
delle galere veneziane sorprese dagli Uscocchi o 
dai Turchi; ora la « grande », la campana del 
Duomo, sfiora il sonno dei patrizi addormentati- 
sotto le lastre scolpite. 

Due volte alla settimana il Knin ci si fermai 
trenta minuti; e poi ancora l'isoletta rientra nei 
silenzio. 

L'Italia se ne dimentica... E il trattato di Ra- 
pallo assegna Arbe alla Iugoslavia. 

Io non mi sono mai associato agli anatemi del 
Comandante d'Annunzio contro i « porcari » 



LA FIACCOLA SOTTO LA PIOGGIA... 215 

serbi. E' naturalissimo che durante il mercato igno- 
bile, in cui popoli e provìncie erano aggiudicati a 
chi più pagava come si fa coi montoni per le fiere, 
i Serbi si siano sforzati anche loro d'agguantare 
quanto più potevano, in ispregio d'ogni buon di- 
ritto, adducendo vaghi pretesti di « sicurezza mili- 
tare")) o di (( esigenze economiche )). Sono stato 
male (come d'Annunzio è stato male: ne sono 
certo) quel giorno in cui un imbecille ebbe la sfac- 
ciataggine trista di metter in ridicolo e dar da man- 
giare alla folla la gloria pura d'Ivan Mestrovich. 

Può darsi che l'isola di Arbe non abbia nessun 
valore per l'Italia. 

' Dio l'ha fatta italiana; coloro che l'hanno ab- 
bandonata sono immensamente colpevoli: davanti 
a Dio che li giudica, davanti alla civiltà che li 
disprezza. 

I negoziatori di Rapallo sono eguali al giovane 
clubman rimasto a tasche vuote, che pur di ripi- 
gliare le carte in mano si lascia portar via i gioielli 
di famiglia. 

* 

Zara, pelale hlanc de la rose latine.... 

Zara la santa, Zara l'incantatrice, rare volte 
credo, nello spazio e nel tempo, chiese, palazzi. 



216 LA FIACCOLA SOTTO LA PIOGGIA... 

giardini sono stati per la gioia degli occhi più 
genialmente raggruppati o in un luogo di più dolce 
aspetto. UOrtigia siracusana, un poco; un'Ortigia 
adriatica meno incendiata e più armoniosa. 

Nei giardini, il Leone di San Marco sogna, 
presso un pozzo: dove i legionari romani si disse- 
tarono. Che piacere andar passeggiando tra la 
Porta di terraferma e la Riva soleggiata ! 

L'uomo non legato da tradizioni a un'unica e 
determinata terra, colui che spinto dal destino va 
errando per il mondo, ha il dovere di ricercare, 
d'accostarsi a quelli che con più saldi vincoli si 
congiungono alle patrie da lui solamente traversate. 

Il mio compagno di viaggio, il biondo Nino 
Cerlienko, è fra i Legionari fiumani il più dalmata. 
Ha lo sguardo dorato e limpido come il lago di 
Sebenico, in fondo al quale s'intravedono ruderi 
romani. Nella parola a volte inceppata si rivela la 
smania di sapere, la schiettezza leale, l'ingenuità 
sorridente di coloro per i quali l'universo immenso 
è un miracolo sempre nuovo. 

E' anche una gioia ritrovarsi in mezzo ai Legio- 
nari, alla mensa del battaglione Carnaro. La cor- 
diale accoglienza del comandante, il valoroso ca- 
pitano Corrado, lo spirito di fratellanza dei ber- 
sas'lieri ci commuovono. 



LA FIACCOLA SOTTO LA PIOGGIA... 217 

Cambiamento di scena. Dobbiamo recarci al 
palazzo del Governatore, dall'ammiraglio Millo. 

E' ragionevole supporre che V ammiraglio si 
penta del giuramento in forza del quale è legato al 
Comandante; non sempre cordiale è lo stile dell'ac- 
coglienza a coloro che vengono a visitarlo in noine 
di Gabriele d'Annunzio. 

Senza neanche offrirci una seggiola, il go- 
vernatore della Dalmazia comincia col fare 
un (( cicchetto )) a Cerlienko; procede poi 
a un interrogatorio sulle mie dottrine poli- 
tiche: che cosa sono, io: un socialista, un 
comunista, un patriotta? Quindi, critica della po- 
litica fiumana. Ecco, in sunto, le sue parole: 
Ciascuno deve badare alle cose sue. Che cosa 
e entra, andar a immischiarsi negli affari del- 
r Egitto, dell'Irlanda o delV India! D'Annunzio... 
già.... è più che altro un uomo che sa trascinar 
le folle, qualche cosa di simile al profeta che 
percorreva il Grossetano, Davide Lazzaretti. 

L'ammiraglio lo sa per pratica: come regola, 
il (( forestiero )) non conosce dell'Italia che il 
Vesuvio, il Vaticano, le gondole, qualche museo, 
qualche albergo e qualche casa d'appuntamenti. 
Una volta tanto Sua Eccellenza ha sbagliato. 



218 LA FIACCOLA SOTTO LA PIOGGIA... 

Quel Davide Lazzaretti, tirato in ballo tutt'a un 
tratto, lo so benissimo chi sia stato. 

E nella memoria, improvvisamente, gli zoccoli 
d'un cavallo nero scalpicciano... Da Saturnia de- 
solata a Santa Fiora la ghibellina c'è un lungo 
tratto... Sulla bianchezza dello stradale l'ombra 
dei castagni è una trina viva. Il mio amico Alberto 
Luchini discorre del Santo e delle sue vicissitudini 
strane. A una svolta il Monte Labbro compare. 
La maceria della torre dove il Profeta dell' Amiata 
riuniva i discepoli, si staglia sul cielo mattutino.... 

L'istituzione di un parallelo fra l'autore delle 
Laudi e il barrocciaio di Arcidosso si risolse per 
me in una fonte d'umorismo così imprevista, che 
dovetti padroneggiarmi per non ridere. 

Morale della favola: poeti grandi e piccoli, 
cantate le gesta dei marinai finché l'ispirazione vi 
soccorra, ma evitate di dedicare i vostri versi agli 
ammiragli. 



Avevamo il diritto d'aspettarci un ricevimento 
diverso, da Millo? Non gli avevano detto che io 
ero emissario attivissimo — ma di chi o di quale 
potenza?... — un bolscevico pericoloso; che mi 
accingevo, in Zara, a tentar fantastici colpi di 



, LA FIACCOLA SOTTO LA PIOGGIA... 219 

mano, che avrei scatenato tumulti, preparato l'in- 
surrezione ? 

Nell'accomiatarci, ci diede licenza di soggior- 
nare.... fino al primo mezzo di partenza! 

Negli ambienti legionari si è assai duri coiram- 
miraglio Millo. Giacché le nostre relazioni noa 
sono state tali da lasciarmi obblighi verso di lui, 
mi sia permesso prenderne qui le difese. 

L'eroe dei Dardanelli ha propugnato davvero in 
Dalmazia la causa italiana con un sacrificio di ogni 
minuto. Terribile calvario ; il mio carissimo e fede- 
lissimo amico Orlandini, che ne fu testimone, me 
lo ha raccontato. Tutto quello che tradizione,, 
educazione, passato glorioso rendessero lecito 
osare, il generoso uomo di mare osò. Si poteva 
legittimamente pretendere di più, da lui? 

E d'altronde, dovevamo proprio far i meravi- 
gliati se qualche volta non fece buon viso a certi 
Legionari domiciliati nelle nuvole, che venivano da 
Fiume apposta per concionarlo su di un tono mes- 
sianico, in uniforme di generale boliviano? 

Va da sé che io non mi presentai così. Ma gli 
avevano tanto detto male di me! La colpa, se- 
colpa c'era, era tutta di Gabriele d'Annunzio, 



220 LA FIACCOLA SOTTO LA PIOGGIA... 

Rientrato a Fiume, (( col primo mezzo », non 
^bbi ritegno a dirlo io stesso al Comandante: 

Voi ripetete continuamente che Timpresa è ma- 
rina, che Fiume è marina. Voi avete scritto 

Arma la prora e salpa verso il mondo. 

/ padroni del mare debbono essere con voi. Chi 
sono i padroni del mare? Non coloro che voi avete 
scelio, non coloro che trascinano sui flutti carene 
sterili, generatrici di morte; sono invece i lavora- 
tori del mare, gli umili, i silenziosi, quelli che fati- 
cano e soffrono perché le navi apportino nei 
fianchi capaci il pane, la vita, la ricchezza al- 
l' Italia; i pescatori che a notte tirano in secco le 
reti, ^e i piloti destri nello schivar gli scogli e i 
gorghi; i macchinisti sprofondati nella bolgia sof- 
focante che non vedono mai il sole; e i mozzi dalla 
camminata molleggiante che guardano sempre le 
stelle. Questi sono i padroni del mare. Verso 
questi conviene andare; questi verranno a voi; la 
loro forza sarà la forza vostra; la loro potenza 
sarà la vostra potenza... 

.... parole..,. 

AI Comando di Fiume il « periodo degli errori » 
cominciava. Un giorno, in un discorso, il Coman- 
dante annunciava la sua intenzione di portare la 



LA FIACCOLA SOTTO LA PIOGGIA... 221 

frontiera italiana a Cattare, ed enumerava tutte 
le città di cui stava per proclamare Tannessione. 
Un altro giorno, un uomo d'affari si presentò al 
Comando e propose la cessione d'una grossa par- 
tita di materiale bellico al Governo Ungherese. 
Proprio quando d'Annunzio aveva promesso di 
scrivere un messaggio contro il terrore bianco! 
Fortunatamente, scoppiò un unisono di proteste 
furibonde, e delVaffare non se ne parlò più. 

La posizione di Alceste de Ambris cominciava 
a farsi precaria. Coselschi era stato silurato. Furst 
era partito. Tuttavia intorno al Comandante 
qualche spirito chiaroveggente rimaneva: Giu- 
seppe Piffer, capitano degli arditi, di Trento, 
taciturno e fervente; e Giovanni Bonmartini, al 
quale a preferenza d'ogni altro d'Annunzio confi- 
dava gli incarichi che esigevano maggior pru- 
denza, avendone conosciuto la finezza penetrante 
e il discernimento senza eguali, in Fiume. Ma 
che cosa potevano costoro contro l'inevitabile? 

L'arroganza della Questura cresceva di giorno 
in giorno. Si arrestava a destra e a sinistra: un bei 
giorno alle cantonate fu attaccato un manifesto che 
istituiva le corti marziali. (1) 



(1) Queste corti non fucilarono mai nessuno, mi affretto a dklo. 



222 LA FIACCOLA SOTTO LA PIOGGIA... 

Non era più possibile mantenersi solidali col 
comando. Feci sollecitare la stampa del Libro 
violetto, contenente gli atti e comunicati più espres- 
sivi dell'Ufficio Relazioni Esteriori; il 2 luglio la 
pubblicazione era pronta. Mi sentivo spossato, 
finito : dieci mesi di Bah des Ardentsl C'era di che 
logorare i nervi temprati più saldamente ! Indirizzai 
a Gabriele d'Annunzio le lettera seguente: 

Fiume d'Italia, 2 Juilìet 1920. 

Commandant, 

fai Vhonneur de vous présenter ci-contre le 
premier exemplaire frangais du a Livre violet » 
publié par votre Bureau des Relations Extérieures. 

Cette puhlication mei fin à iouie une période 
d^aciivité poliiique du Commandement de Fiume. 
Il importait en effet, de faire connaìtre au monde 
le signification du gesie impérissable de Ronchi; 
il importait d'établir les rapports spirituels qui exi- 
stent entre cet acte de sublime rebellion et les 
principaux problèmes de la paix européenne: in- 
gérence des puissances anglo-saxonnes dans les 
affaires continentales, pseudo-Societé des Nations, 
écrasement des petits peuples, problèmes russe et 
islamique, tendances à Vexpansion vers V Adria- 



LA FIACCOLA SOTTO LA PIOGGIA... 223 

iique des gouvernements réactionnaires de Bel- 
grade et de Buda-Pest. 

Aujourd'huu e est par d^autres moyens quii 
corrcìent de propager la fiamme fiumaine. 

Alors quElle se dressait contre la violence uni- 
verselle, alors quElle affrontait la haine stupide 
de Wilsoriy la colere hritannique et Vignohle rage 
de Cagoia, Fiume, ville ardente, semblait la terre 
élue ou serait scellé le Pacte de Révolte contre 
iouies les iniquités, contre toutes les hypocrisies 
d^un àge abominable. 

Mais tout se stabilise peu à peu. 

Déjà le bon droit de Fiume nest plus conteste 
que par un adversaire déloyal ou par un ennemi 

haìneux. 

« LABE.THN-NIKHN ». 

La prophétie que vous avez lue sur une coupé 
de verre antique, un matin de Novembre, dans 
Zara la sainte, saccomplit! 

Commandant, il me plaisait d*agiter un brandon, 
la nuit, sur le rivage, dans la tempète. 

Il ne me plait pas de devenir le gardien du sé- 
maphore. 

Cette mince brochure résumé le travail de dix 
mois. 

Le long de ces pages conventionnelles et parfois 



224 LA FIACCOLA SOTTO LA PIOGGIA... 

méme protocolaires, le long de ces phrases saiu 
images, désolées comme la rive stèrile de CHerso^ 
un soufflé d'idéal et de fraternità humaine palpite, 

Dans cette mince brochure un grand rève est 
enclos. 

Un jour sans doute, ce sera una rareté que les 
bibliophiles se disputeront. 

En vous présentant ce travail, fai Vhonneur de 
vous prier, Commandanty de bien vouloir ac- 
cueillir ma démission des fonciions dont vous 
mavez chargé au Commandement de Fiume. 

Ma sante est très ébranlée; une longue cure de 
repos m'est indispensable; ma maladle, hélas, na 
rien de diplomatique! 

Par ailleurs, si pendant un certain temps, la 
présence d'un étr anger à la tète de votre Bureau 
des Relations Extérieures a pu ne pas ètre inutile 
à la cause, il semble que désormais, il nen est plus 
ainsi. 

La propagande fiumaine doit ètre modifiée pour 
pouvoir mieux défendre des intéréts essentielle- 
ment nationaux. 

Je ne crois pas que mes idées politiques, tant 
de fois affìrmées à Fiume et ailleurs, me désignent 
pour cette tàche. 



LA FIACCOLA SOTTO LA PIOGGIA... 225 

/e demeure plus que jamais convaincu de la 
grandeur de votre cause. 

Fiume, en faisant prévaloir contre toutes les 
violences, contre toutes les arrogances, cantre 
toutes les làchetés du monde sa libre décision, sa 
volontà inébranlable d'ette italienne, aura rendu 
un inestimable service à la cause de la vraie ju- 
stice, de cette justice d' essence à la fois hu- 
maine et divine qui rendf^ ses arrèts au dessus 
des codes, des gouvernements et des aréopages. 
Vous aurez été, Commandant, Vexpression pathé- 
tique de son courroux, Vincarnation de sa résis- 
tance, Vartisan de sa gioire. 

Je serai fier toute ma vie d'avoir pu, pendant 
neuf mois, travailler sous vos ordres pour la plus 
noble des causes. 

Ce nest pas sans un regret très sincère que je 
me separerai de chefs éminents comme M. Ai- 
ceste De Ambris et le colonel Sani. 

Je conserverai le plus cher souvenir de mes col- 
laborateurs Sacco, Guardini, Furst, Comisso, des 
sergents Cannella et Schiavetti et de ce Ludovico 
Toeplitz de Grand Ry qui fut, je tiens à le rap" 
peler, le premier à occuper le poste que j'aurai 
quitte bientót. 

Mais en abandonnant le Bureau des Relations 

Kochnitzky , 15 



226 LA FIACCOLA SOTTO LA PIOGGIA... 

Extérieures, je nentends pas le moins du monde 
me retirer de la latte pour la cause fiumaine. 

Et je vous supplie, Commandant, si je ri ai pas 
démérité de votre confiance, je vous supplie de me 
considérer toujours comme le plus humble mais 
non le moins fervent de vos admirateurs. 

Leon Kochnitzky 
Il Comandante rispose: 

Mio caro Leone Kochnitzky, 

tanto puro fervore per la Causa e tanta alta 
comprensione dell Idea fiumana non possono con- 
cludersi con un commiato. 

Questo, dunque, non è un commiato. 

E non è neppure un ringraziamento. 

La vostra opera — che fu per tanti mesi così 
vivace, così sagace, così pertinace — non può 
non continuare. 

Anche partendo, voi ci lasciate qui la vostra pre- 
senza spirituale, e Vefficacia sempre operante del 
vostro impulso. 

Voi resterete il più convinto e il più eloquente 
confessore della nostra fede, tra i primissimi nel 
credere alla UNIVERSALITÀ della nostra azione. 

Tornate presto, con rinnovato vigore. Ritro- 



LA FIACCOLA SOTTO LA PIOGGIA... 227 

verde qui ì vostri compagni di fatica e di lotta^ che 
vi amano e vi aspetteranno. 

Vorremo celebrare insieme il primo anniversario 
^ì Ronchi, con un aumento di luce nel mondo. 

Fiume, decimo mese : 

lì luglio 1929. Il vostro 

Gabriele d'Annunzio 

Le mie dimissioni furono commentate passa- 
bilmente. Non c'era bisogno che m'affrettassi: 
andarsene da Fiume ringraziando il proprio 
ospite era vista nuova e inusitata! Gioia del 
Consiglio Nazionale : l' eliminazione automa- 
tica dello spaventevole URE era il corollario delle 
mie dimissioni, avendo d'Annunzio fatto sapere 
che (( non voleva darmi successori » . La vigilia 
della partenza feci colazione dal Comandante; 
la sera riunii i miei sette compagni più fedeli al- 
rOrnitorinco, e pregai d'Annunzio perché venisse 
alla fine del desinare: da molti mesi aveva lasciato 
di frequentare l'antico Cervo d'Oro. (( Potrò al 
massimo mandarvi Ariel ». Mandò alcune bot- 
tiglie di sciampagna e una lettera: 

Mio caro amico, 

non verrò stasera alV Ornitorinco. 
Il tono del mio spirito stasera non mi consente 
di esser nono nel cenacolo. 



228 LA FIACCOLA SOTTO LA PIOGGIA.., 

Mando il nepente. 

Saluto i commensali. 

E vi abbraccio di gran cuore, 

« Sufficit dici miliiia ». 

Gabriele d'Annunzio 

25-VIU1920. 

Dopo che fui partito una mano amica fece 
pervenire al Comandante la mia risposta: 

Commandant, 

Ariel nest pas denu. Est ce Caliban qui le re- 
tenait? Le Pommery fut apprècié et honoré comme 
il cortoenait. Merci. 

Je quitte Fiume demain, loin du (( Bai des 
Ardents ». Je vais chercher dans une maison amicr 
sur une adorable colline italienne, la solitude, la 
iranquillité, le tepos. 

Je vais relire Bocce... Je vais écrire.., 

(( Sufficit militiae dtes ». . 

Pendant dix mois fai été un objei inanime, urt 
outil sans vie, une sorte de truchement insensible. 

Je vais essayer d'ètre à nouveau moi-meme. 

lei cela nest pas possible. 

Il ny a pas assez de lumière pour moi dans votre 
ombre. 



LA FIACCOLA SOTTO LA PIOGGIA... 229 

/e vous admire infiniment. 
Je sais que vous étes le Maitre. J*AI CON- 
FIANCE. 

J'aiiends la nouvelle aurore. 

Et je vous balse les mains; avec déférence 

avec affection 
LEON KoCHNITZkY 



EPILOGO 



Passa qualche mese. 

Sul principio, il trovarsi tutt'a un tratto fuori 
del Bai des Ardents si traduce in un disorienta- 
mento totale. 

Finché si fa parte della teoria che s'agita, ridda, 
turbina, impossibile accorgersene. Per provar la 
vertigine bisogna uscire dal movimento. Sensazione 
che tutto giri, si confonda. Arcobaleni in delirio; 
rom joyeuse; anelli di Saturno. A ritrovar sé 
stessi occorrono parecchie settimane. 

Risveglio; graduale fissarsi dei punti di riferi- 
mento : a poco a poco la prospettiva si ricompone... 
si può leggere un libro, rispondere a una lettera, 
comprarsi un cappello, mettere insieme un sonetto. 
La Toscana amiatina è carezzevole, Fiume spersa 
in una lontananza; in Italia pensano a mille cose 
diverse, e sui giornali, la « città di vita )) è relegata 
in quarta colonna, talora in seconda pagina. Le 



234 EPILOGO 

notizie che arrivano di laggiù paiono strane, in- 
spiegabili. Chi sono questi che parlano un lin- 
guaggio così patetico? Perché si ostinano ad an- 
nunciare non si sa che Buona Novella all'Universo 
sordo? Non so più capirlo. 

A volte, un lungo rimpianto mi percorre. 

La piazza Dante imbandierata, le acclamazioni 
delia folla... Gli arditi dalle voci di bronzo sono 
belli. La parola del Comandante traversa Taria 
luminosa. 

Siiena, sirena, ti seguirò fino agli estremi confini 
della terra; io non sono partito mai, io non t*ho 
mai lasciata... Incantatore di uomini, meraviglia 
delle meraviglie, io voglio seguirti e morire per te; 
qualunque siano le tue idee, esse saranno le mie; 
qualunque sia la natura degli uomini che ti cir- 
condano, io voglio esser fra loro: e ascoltarti € 
obbedirti e perdonarti. 

Illusione ; e la realtà mi riafferra. A Fiume non 
CI sono più, le Bai des Ardents e finito, e per 
sempre. Non altro è oramai fuorché iin mormorio 
nella memoria, una fiamma che arde tuttora in 
fondo al cuore. Il biondo autunno italiano scende 
lentamente dal settentrione come un giovane Lord 
Byron magnifico e appassionato... 

Laggiù hanno celebrato feste, sono sfilati cortei. 



EPILOGO 235 

il 1 2 settembre la Reggenza Italiana del Carnara 
è stata proclamata costituita; sulla città il nuovo 
vessillo sventola. Ancora intrighi, brighe. Coselschi 
è tornato in grazia, altri se ne sono andati rumo- 
rosamente. Tutta una gravitazione di visi nuovi,. 
intorno al Palazzo. 

Qui ogni cosa s'acquieta, ogni cosa s'addor-^ 
menta : si ha bisogno di pace, di denaro ; c'è in 
aria una diffusa stanchezza. L'opinione pubblica 
è stornata. Perfino Cagoia sta zitto. Ma Giolitti, 
volpe vecchia, lavora sott'acqua. Vuole farla finita, 
liquidare 1' « impresa » ; il burocrate ottantenne ne 
ha abbastanza di questa pratica voluminosa; fiuta 
la faccenda brutta per il suo regime, i metodi suol 
di governo. D'altra parte gli emissari hanno fatto 
il loro dovere : a Fiume le opposizioni si sono atte-- 
nuate, in Dalmazia quasi raccoglie simpatie. Le 
incertezze della politica d'annunziana gli danno 
buon giuoco ; gli basta aspettare il suo momento. 
Natale colorato in rosso ! Ci s'appigliò a un pretesto 

purchessia... il 25 e il 26 i giornali non uscivano...- 

* 

e il funebre Cavaliere si riprometteva, per il 27 
mattina di far sapere all'Italia e al mondo che 
(( l'affare era stato passato agli atti ». Una volta- 
tanto la giocata gli andò male. 

Non appartiene a me raccontare quello che fu-- 



:23Ó EPÌLOGO 

Tono le (( cinque giornate di Fiume » ; coloro soli 
<:he le hanno vissute, quelle ore terribili, possono 
farlo. Tra loro uno soprattutto deve dire ciò che 
ha visto: colui che fu il più vicino a Gabriele 
d'Annunzio, colui che fu sfiorato dal medesimo 
^soffio di morte: Eugenio Coselschi. Il suo libro 
continuerà la Quinta Stagione, né v'ha dubbio che 
i lettori vi rinverranno quello spirito eroico del 
quale le pagine nostre sono orfane. 

■vf 

Come seppi quel che succedeva a Fiume, senza 
indugio mi misi in viaggio. 26 dicembre! Arrivai 
a Venezia con un'alba rigida. La casa di Ludovico 
Toeplitz — fungeva da console della Reggenza 
in Venezia — era una sorta di Palazzo fiumano in 
scala più piccola. Legionari vanamente smaniosi 
di tornare al loro posto affluivano da tutte le parti. 
Volti noti : Bonmartini, Piffer, Allegri, Orlandini, 
Cais, riuniti intorno a Ludovico e ad Alessandra 
Porro, da tre mesi sua moglie. 

Impossibile comunicare colla Reggenza: non 
lasciano passare nessuno; "oltrepassare Trieste, 
impossibile. Si pensa di procurarsi un idroplano, 
ma a Venezia l'autorità ha requisito tutta la ben- 
zina disponibile. Allora... 



EPILOGO 237 

I personaggi più imprevisti sfilano. Siamo ridotti 
alle macchinazioni, alle congiure. Notizie false, 
arie misteriose, conciliaboli e dialoghi sottovoce; 
la sera, telefonate improvvise, voci patetiche: il 
Comandante è morto, è caduto a Cantrida alla 
testa dei Legionari. 

Ma poi non è vero. 

La notte, nel bel giardino dei (( Tolentini ))^ 
solitaire et glacé ( !) passano ombre. Non sono 
le maschere della (( Commedia dell'arte » cara al 
poeta di Giuditta : anzi è lui in persona, Ludovico, 
con me e due altri personaggi che portano una va- 
ligia: piena di bombe, a quanto sembra. Niente 
paura! Qui non si ammazza nessuno; tutto va a 
finire come al secondo atto del Barbiere: 

« Fa un inferno di rumore 
« Parla sempre d'ammazzare, 
« Si Signore, sì Signore, 
« Parla sempre d'ammazzar ». 

Ma laggiù, intanto, il sangue scorre: una volta: 
ancora il generoso sangue italiano fa vermigli i 
sasseti del Carso... 

D'Annunzio non è morto... Ma i cannonieri del^ 
V Andrea Dor'ia hanno mirato diritto... il super- 
dreadnought ha gloriosamente inaugurato i 305 



238 EPILOGO 

che non erano stati adoperati mai; il bersaglio è 
stato colpito. 

Dove mi porti dove mi porti? Fra i rottami 
di calcina, i mobili schiantati, le schegge di vetro, 
in mezzo a una nuvola di fumo acre, Gabriele 
d'Annunzio, insanguinato, interroga Coselschi: 
questi lo trascina via senza risponder nulla. Erano 
tutti e due nella stanza centrale del secondo piano : 
la granata la prese in pieno. Dove mi porti? 
11 Comandante, ferito alla testa, abbandonava per 
sempre il Palazzo di Fiume. 



Dove mi porti ? Veramente Y autore delle 
Laudi sì rivolgeva a Coselschi? O non piuttosto al 
destino? al destino che credeva d'aver soggiogato 
e domato, come soggiogati e domati aveva gli 
uomini, le donne, le idee, le parole ? Dove mi 
porti? Forse l'idea d'un Dio giusto abita que- 
st'anima: nel momento tremendo un pensiero 
d'umiltà cristiana la signoreggia. 

REX . REGVM • ET • DOMIN VS • DOMINANTI VM 

In quest'età in cui gli imperatori e i re non altro 
sono fuorché fantocci compassionevoli fra le mani 



epìlogo 239 

degli uomini, il genio più possente è una semplice 
pagliuzza nella destra di Dio. 

Spesso, a Fiume, pensavo al suo domani pros- 
simo. Immaginavo una bella villa in riva a usa 
laguna o a un lago, qualcosa che somigliava al 
<( Diodati )) di Byron, sul lago di Ginevra. Ma 
la (( casa Diodati » era la vigilia di Ravenna, 
l'antivigilia di Missolungi. 

Il domani di Fiume è Cargnacco. 

E il domani l'altro? 

E l'ultimo giorno? 

La rinuncia di Gabriele d'Annunzio ai suoi po- 
teri ci fu subito nota. Era la fine. 

Il mio passaporto aveva il « visto » per l'estero. 
Il 31 decembre alle sei di mattina, lasciavo Ve- 
nezia. 

Alla stazione trovai un gruppo di giovani stanchi 
t male, in arnese, che non riuscivano a nascondere 
avanzi di uniformi sotto gli abiti occasionali. 

Erano legionari zaratini: condotti prigionieri in 
Ancona avevano trovato il modo di fuggire. Mi 
raccontano della resistenza di Zara; hanno parole 



240 EPILOGO 

dure per rammiraglio Millo. Liquori, strette di 
mano, commiati. 

UOrient Express traversa l'Italia, ma l'Italia 
non traversa VOrlent Express. 

Eccomi installato. Ancora sotto la tettoia della 
stazione di Venezia, mi sento già a trecento leghe 
dall'Adriatico. 

Acquano viaggiante. Caffè e latte nel wagon 
restaurant. Un generale greco discorre del da- 
daismo, un serbo dice male dei rumeni, un russo 
descrive (( atrocità bolsceviche » . Un piccolo si- 
gnore francese — bottone rosso all'occhiello e 
pizzo — chiacchiera, chiacchiera. Rientro nel mio 
ccmipartimento. Nel corridoio, l'immancabile si- 
gnora inglese brandisce un giornale e interpella 
il marito: Hello, it seems Denenziau has surrend 
ered. 

Ai termini d' Italia ci sono tunnels lunghi, 
iunnels lunghissimi che si diramano dappertutta 
e durano sempre. Domodossola. Ho voglia an- 
ch'io di gridare: dove mi porti? 






Nel tunnel interminabile apro il varco allo sciame 
dei pensieri. Penso a lui, alla sua angoscia 
immensa, ai compagni morti, ai mutilati, a quel- 



EPILOGO 241 

rammirevole Antonio Masperi, che ha preso una 
brutta pallottola in un ginocchio, e che, quando 
lo rivedrò, mi dirà con accento semplice : (( Mi 
rincresce di non aver potuto dar di più ». Penso 
a Fiume, salvata nella carne e perduta nell'anima, 
penso all'Italia... quanti anni dovranno passare 
prima che il buon veltro ritorni? 

La prova è terribile... e perché, poi, perché? 



L'Istria è salva, gli Alleati non s'insedieranno 
nell'Adriatico; ma Fiume?... 



Lungo i viali che portano alle ville patrizie o 
alle comode e capaci fattorie, intorno alle pievi, 
sull'entrata dei villaggi, sulle aie delle più povere 
casupole; perfino, qualche volta, in proda alle 
strade vicinali o ai termini dei campi dissodati con 
tanta sofferenza; veneti e ciociari, liguri e toscani, 
piantano cipressi. 

In tutta l'Europa mediterranea crescono cipressi. 
In Italia solamente si piantano. L'albero non dà 
ombra, non fa frutto, dalla corteccia non si ricava 
nulla; e quasi un secolo deve scorrere prima che 

Kochnitzky 1 6 



242 EPILOGO 

il tronco possa servire a qualche cosa. La terra che 
non produce il grano sufficiente a sfamare i suoi 
figli, il paese che durante la guerra fu costretto ad 
abbattere gli oliveti e farne legna da ardere perché 
i treni seguitassero ad andare e i forni non si spen- 
gessero... questo paese ha cari i cipressi inutili e 
li fa crescere. Sono così belli! 

E a sera, su ogni cipresso d'Italia, come nello 
stemma di Papa Pecci, una stella s'accende. 

LVMEN-IN-COELO... è 1' (( umile Italia )), colei 
che non ciba terra né peltro, il paese del sacrificio 
e del disinteresse, l'angolo della terra dove le ric- 
chezze lasciano indifferenti, e si passa accanto alle 
glorie mondane, insensibili. 

Al Signore piacque, per salvare la razza degli 
uomini, scegliersi una carne più nervosa, più pene- 
trabile dal dolore, più lirica, forse, ma più chiusa 
anche, allo splendore del mondo visibile; quando 
ha voluto innalzare la maestà del suo tempio. Dio 
ha creato l'Italia e l'ha eletta fra le nazioni. 

Mettano l'animo in pace certi nazionalisti ita- 
liani: inutile, ad accrescer la riputazione della 
patria, che vengano a vantarci l'efficienza della 
marina da guerra o il prosperare dell'industria me- 
tallurgica. Tutto questo può essere motivo di com- 
piacimento, oggetto di lode...: cede, nondimeno, 



EPILOGO . 243 

e scompare di fronte airincommensurabile gran- 
dezza del passato. 

Quello che non cede, quello che è eterno, quello 
che mantiene e assicura — non ho esitazione a 
dirlo — l'egemonia spirituale della stirpe è 

« .... sapienza e amore e vlrtute » : 

r umile virtù eroica, sublime, non premiata; il 
disinteresse, il sacrificio. 

Sul suolo medesimo dei martiri e di S. Fran- 
cesco, Randaccio soccombente alle ferite non mo- 
riva in altro modo da Eurialo e Niso. 

Sotto qualunque altro cielo, un uomo che asser- 
visca là vigorosa intelligenza e la coltura vasta 
alla smania di salire e alla cupidigia cieca è mo- 
neta spicciola. In Italia l'onorevole Nitti passa per 
(( la meno imperfetta incarnazione del Diavolo ». 

In piazza, sotto le mie finestre, la guerriglia è 
accesa. Un'eguale buona fede, un pari disinteresse 
sorregge le fazioni opposte. 

In Italia non si fa nulla d'inutile. Il sacrificio 
non è mai inutile. 

Coloro che hanno seguito a Fiume Gabriele 
d'Annunzio sono lontani dal pentirsene. Dopo 
quattro anni di guerra tremenda, hanno ritrovato 
la tradizione più schietta del loro sangue, hanno 

16 * 



244 EPILOGO 

asserito nello stile più nobile Tamore per un'idea 
e la fede. 

Qu èst e qu il a été falre à Fiume ? A tutti 
i momenti, in terra d'occidente, sento fischiarmi 
negli orecchi questa frase; dappertutto mi attri- 
buiscono secondi fini, interessi reconditi, maneggi 
poco chiari. 

Lasciamoli dire. Non arriveranno a capirlo mai. 



* 5fC- 



Rimango cinque mesi nel tunnel. 

Sul principiare del sesto, rientro in Italia, corro 
a Riviera Gardone. 

Hall di Casino, larga veranda a vetrate; sopra, 
sept, rouge, impair et manque, le voci in falsetto 
dei croupier s sono una riaffermazione dell'univer- 
salità francese ; gli echi di Dreimàdlerhaus tacciano 
rispettosamente; sullo sfondo, un'enorme cartolina 
illustrata stile Bòcklin: il lago, le rocce, un'isola. 

Una (( stradicciuola sassosa », stando al Bae- 
deker, porta in venti minuti a Gardone di sopra, 
a mezza costa della collina più prossima. Sull'en- 
trata del paese, una piazzettina: un crocevia di 
sentieri vicinali, piuttosto ; ecco la casa del sindaco. 



EPILOGO 245 

un castagno, due pini, i! lavatoio; poi un'altra 
casa : la facciata è imbellettata di rose, c'è un bal- 
concino, due finestre terrene, una di qua una di là 
dalla porta: è la canonica... no, non è: sulla soglia 
due aggraziate sirenette di bronzo si toccano. 
Aprono... è la casa delle sorprese... freschezza del- 
l'atrio ; un salottino verde e poi una sala spaziosa ; 
libri, libri, libri. Sul caminetto, sulla tavola, dap- 
pertutto; ecco i canti carnascialeschi di Lorenzo 
il Magnifico, aperti ai piedi d'un dio giapponese, 
ed ecco, nella gola d'un delfino marmoreo, un Pe- 
trarca microscopico — marocchino rosso, ferri del 
cinquecento, una squisitezza — : ecco, su d'un 
leggìo, lo spartito dei Maestri Cantori II grande 
Stemnmy è coperto d'una gualdrappa verde-pal- 
lido, lungo una parete due maschere egiziane so- 
gnano. 

Osservo l'interno ampio, assai più sitiing room, 
W ohnzimmer che non salotto all' italiana : così 
suoi divani comodi e senza stile, il lusso alquanto 
massiccio. Guardo un bellissimo ritratto di Liszt 
giovane, firmato e datato; le mani sottili, la ca- 
pellatura liscia, il profilo grave. Incontro ina- 
spettato, imprevisto riavvicinamento. I due en- 
fants gàtés del genio, della fortuna, dell'amore 
si sono ritrovati qui. 



246 • EPILOGO 

Lo imparerò fra poco: la casa era proprietà 
d'un erudito tedesco, in rapporti con Wagner e 
imparentato col prodigioso amico di Daniele 
Sterne. Le vicissitudini dei sequestri hanno per- 
messo all'autore delle Laudi di prendere in affitto 
la villa Cargnacco. 

Una tenda si solleva: Krissa, il levriero predi- 
letto, mi raggiunge con un balzo. Un profumo 
d'incenso si mescola all'odor di rose che vien dal 
giardino... quel passo svelto che riconoscerei fra 
cento mila....: Comandante 

Non è mutato da quand'era a Fiume : parrebbe 
quasi ringiovanito. Lo sguardo acuto, il colorito 
un po' abbronzato, il volto riposato, la persona 
isnellita negli abiti borghesi.., niente monocolo; 
nessun nastrino sul risvolto della giacca grigia. 
Cincinnato? No. 

L' insorpassato artefice è tornato al mestiere, a 
quello che è il compito suo sopra la terra, alla 
virtù sua, direbbe Aristotele. 

Penetrare nella lavoreria segreta è nostro di- 
ritto? 

Sulla porta era scritto. 

CLAVSVRA-SILENTIVM 



EPILOGO 247 

Troppo già è stato, forse, sollevare la portiera 
Terde. 

Il dono che da quarant'anni rinnovella ogni 
giorno: d'ogni suo vigore, d'ogni sua grandezza, 
del suo genio; diventa cosa nostra. 

Sceverare i frutti del verziere mirabile, distin- 
guerne le qualità e i sapori: questo ci è concesso. 
Il lavoro appartiene a lui solo. 

Troppi gli anni durante i quali una curiosità 
sguaiata e meschina ha insinuato sguardi indi- 
screti, e talvolta indecenti, traverso le fessure delle 
5ue imposte, i più sottili interstizi dei suoi can- 
celli. 

Il recesso della sua pace deve essere rispettato. 

Sulla solitudine di Gabriele d'Annunzio, dia- 
dema è il silenzio. 



* 5 



La finestra della biblioteca è aperta sul giar- 
dino... classico giardino italiano... rose, a migliaia, 
fioriscono, s'appassiscono, muoiono senza che nes- 
suno le tocchi: desiderio di d'Annunzio. La fiori- 
tura dei glicini è finita, ma gli oleandri stanno per 
accendere le faci chiare, e, sotto i cipressi, gelso- 
mini e caprifogli rendono l'anima odorosa. Ecco 



248 EPILOGO 

l'antica « limonaia » ; il sentore acuto dei limoni 
in fiore esaltò Goethe giovane. 

La finestra della biblioteca è aperta. 

Un tenue rumore, regolare e dolce; una lima, 
d'orefice: bulino, punteruolo, stiletto... 

Sopra la solitudine di Gabriele d'Annunzio il 
Silenzio scende come una colomba bianca. 






La sera, qualche compagno si ritrova in riva al 
Garda scuro, sotto le stelle. 

Non si direbbe il Carnaro tempestoso ? Evo- 
cazione; fantasmi; canzoni. Una voce s'alza, ro-- 
mana de Roma: 

« Fiume. Fiume, chi se pò scorda de te? » 

Il sogno della nostra giovinezza galleggia sul 
lago come un gabbiano morto. 



CADENZA 



Guido Keller, Ludovico Toeplitz de Grand Ry, una 
volta ancora vengo a cercarvi. 

Tradotto in una lingua che non è la mia, e che mi è 
cara, questo libro è offerto a voi. 

La frase duttile e colorata del mio carissimo Alberto 
Luchini sa attagliarsi alle asprezze della parola francese, 
e le seconda. 

E^ queste pagine che sono vostre, forse le terrete care. 

Convien tuttavia conf essarvelo : non sarete i primi 
che avranno ricevuto la Quinta Stagione. Un altro prima 
di voi avrà tenuto fra le mani il libro piccolo e saggiato la 
purezza delle mie intenzioni : se non al melodioso contorno 
del periodo italiano, alla semplicità, almeno, del mio 
sguardo, al gesto della mia deferenza. 

Ho portato a Gabriele d'Annunzio il libro che non 
ha voluto leggere. Non sono stato schivo dall' additargli 
i passi più liberi. 

Per certo, non i minimi particolari di sapore giocoso, 
non le singolarità talvolta senza studio avrebbero potenza 



252 CADENZA 

di sfiorare, soltanto, la gloria cosi schietta, così luminosa 
delFuomo, dello scrittore. 

Lo sa. 

E' generoso; è magnifico. 

Stasera, anche, ne ho avuto un segno. 

E domando a me stesso: quello che è ferito dalle 
piacevolezze innocenti, non sono io; solamente? 

Guido, voi che sapete consigliare con prudenza; e 
voi, Ludovico, preziosa amicizia fra le mie: rispondete 
a colui che ve lo domanda. 



* * 



Sul mio letto di bambino, tutto azzurro come un 
manto angelico del Quercino , la mamma aveva posato 
un capezzale imbottito d'aghi d'abete. Alla lana ca- 
rezzevole, alla tela fresca, alla calugine delicata d'Orem- 
burgo, perfino, la mia gota di otto anni preferiva questa 
seta cilestre e crepitante che mi profumava i sogni. 

Ho serbato le predilezioni d'allora. 

E credo che il duro capezzale odorato vinca il più 
molle guanciale. 

Non mi rimorde d'aver parlato come ho parlato. 

Non mi rimorde d'aver portato a Cargnacco invece 
del mazzo abitudinario di fiori recisi questa bracciata di 
ramoscelli flessibili e vivaci strappata alle pinete della 
Versilia. 

Io credo che non si disseccheranno. 



CADENZA 255 

Gabriele d'Annunzio è generoso; è magnifico. 

Ho detto che non aveva più amici; nel dirlo ho^ 
avuto torto. 

E' vero, tuttavia. Amicizia non c'è al di là della 
totale reciprocità, della dedizione perpetua. Quale uomo 
potrebbe sentirglisi eguale al segno di esigere tanto da, 
lui; quale uomo? 

Credo che dentro egli ne soffra. 

Ma l'amicizia che la giovinezza non gli aveva por**^ 
tato in dono, che la gloria, forse, gli aveva ricusato, ha 
saputo trovarla nella guerra. 

Finisco di rileggere Notturno. Le pagine consacrate 
a Giuseppe Miraglia e agli altri aviatori forse sono tra 
le più belle dettate mai dall'amicizia all'anima dell'uomo,, 
dopo Sant'Agostino, dopo Montaigne. 

* 

Nel medesimo fondo di laguna dov'era precipitato 
Giuseppe Miraglia, in un mattino placido dello scorso 
settembre anche Luigi Bologna si spezzò le ali e le ossa. 

Luigi Bologna era un eroe. 

In Gabriele d'Annunzio è stata giustizia celebrarne 
la memoria. 

A un tempo con Vaquila della battaglia un giovane 
ufficiale di marina moriva d'una morte fraterna. 

Francesco Calore era un amico mio. 

Francesco Calore non era un aviatore. 



;254 CADENZA 

La sete intellettuale che lo consumava l'aveva so- 
spinto là. Poiché tendeva l'orecchio e l'animo ai versi 
inglesi che gli leggevo, poiché tentava d'afferrare il se- 
greto tremendo del principe orientale; anche lui aveva 
voluto conoscere il folle volo. 

Triste, essere il passeggero. 

E morire. 

Per il pilota, la morte è il coronamento, l'ascensione 
verso la luce, il sacrificio senza fine fecondo, l'appello 
fatidico: le misteriose risonanze suscitano altri appelli: 
altri ancora risponderanno; è la LIBERA NECESSITÀ 
balenata alle meditazioni dell'israeHta pallido di Am- 
sterdam. 

Per il passeggero, è l'incontro favoloso, l'imprevisto, 
l'invisibile; la compagna di viaggio scordata: a un 
tratto, reclina sul volto fiducioso l'equivoca bauia, stringe 
il corpo giovane, si mescola con lui. 

Una cosa infinitamente inutile. 

Infinitamente triste. 

Come la vita. 



* 



Una sera di luglio, al Lido, ero ospite vostro, Ludo- 
vico: ve ne rammentate... La sabbia era sempre calda. 
Cino Calore, dal mare, mi vide; e con cenni d'allegrezza 
uscì dall'acqua per venire a salutarmi. Gocciole marine 
gli scivolavano lungo la spalla ambrata. 

Dove sono gli occhi ridenti, le labbra delicate: e quello 
spacco incisivo che, se rideva, lo faceva somigliare a un 
:^f auno ? 



CADENZA 255 



* 

* * 



Ci vedevamo poco, ma ci scrivevamo spesso. Quando 
passavo da Venezia, certe sere d'inverno, veniva a cer- 
carmi; per ore ed ore passeggiavamo insieme. Cono- 
sceva i minimi campielli della sua città e la loro storia. 
Mi trascinava in trattorie assurde : si penetrava in cucina, 
e là, egli sceglieva le più strane pietanze veneziane: con- 
chiglie che avevano la forma di un dito, teste di pollo 
arrostite: le teste; un piatto che mi faceva orrore; 
spasso, questo, per lui... 

Dove sono gli occhi ridenti? 

* 
* * 

Guido, Ludovico, ripenso a Francesco Calore, sta- 
sera, e all'eroico compagno suo di morte che non ho co- 
nosciuto e che fu il compagno di Gabriele d'Annunzio. 

Dal maestro all'eroe, dall'eroe all'amico, dall'amico 
a nie e da me a voi due; dai grandissimi all'umilissimo, 
dai vivi ai morti e dai morti ai vivi; invisibili ghirlande 
subitamente s'intrecciano: si piegano intorno alle fronti 
purissime, empiono di fiori le mani frementi.' 

Guido, Ludovico, quando ho detto che non aveva 
più amici ho avuto torto. Voi, Guido, forse non altro 
siete stato fuorché il fratello combattente col quale trat- 
tenersi a conversare dopo la battaglia riconforta. 

E noi, Ludovico, noi, che siamo stati se non i testi- 
moni di un'ora fuggevole, i passeggeri di un minuto? 

Ho riletto Notturno; e mi sono apparsi, gli occhi. 



:256 CADENZA 

velati c3a un rimprovero, i volti di quelli che furono gli 
amici suoi. 

Per noi, può essere o non esser più il Comandante. 

Che importa? 

Mentre scendo da Cargnacco sotto la luna trans- 
lucida di gennaio una voce torna a lui dal mio cuore 
profondo, e gli ripete la corta frase francese scritta nella 
mia ultima sera fiumana: 

]e sais que vous ètes le maitre. 

Riviera Gardone, ì ì gennaio 1 922. 



INDICE 



Nota Pag. vii 

Prologo » ì 

I. - Il pellegrino del Carnaro " 13 

il. - La città di vita » 29 

III. - Il Tiaso . » 55 

IV. - A Palazzo ^ 11 

V. - « L'amitié d'un grand homme.... ». . > 103 

VI. - Sotto il segno del Leone > 137 

VII. - Le medaglie di Fiume (alla maniera 

dello Sperandei) » 169 

VIIL - La fiaccola sotto la pioggia » 20 i 

Epilogo » 231 

Cadenza » 249 



Finito di stampare 

il giorno IO aprile 1922 

nella Cooperativa Tipografica Azzoguidi 

in Bologna 



BOLOGNA - NICOLA ZANICHELLI EDITORE 



F. CABURI - Francesco Giuseppe, la sua vita e i suoi tempi. Vo- 

lume I. La Giovinezza (1848-1866). In 16 L. 15 — 

G. CAPRIN - I Trattati segreti della Triplice Alleanza, per la prima 

volta pubblicati in Italia. In 16 L. 12,50 

I. Del LUNGO - Dalmazia italiana. In 16 » 2,50 

A. DALLOLIO - La spedizione dei Mille nelle memorie bolognesi. 

In 16 con 15 illustrazioni L. 5 — 

— La difesa di Venezia nel 1848 nei carteggi di Carlo tìerti 

Pichat e di Augusto Aglehert. In 8 L. 10 — 

— Cospirazioni e cospiratori ( 1 852- 1 656). In 1 6 ... . » 3 — 
L. C. FARINI - Epistolario per cura di Luigi Rava, con lettere 

inedile di uomini illustri al Farini e documenti : 

Volume I e II (1827-1848). In 8 L. 25 - 

Volume III (1849-1851). In 8 » 15 — 

G. F. Guerrazzi - Ricordi di irredentismo. I primordi della 

« Dante Allighieri » ( 1 88 1 - 1 894). In 1 6 con illustrazioni L. 1 8 — 

I. RAULICH - Storia del Risorgimento politico d' Italia. Volume I 

(1815-1830). In 8 L. 25 — 

N. Tommaseo e G. capponi - Carteggio inedito dal 1833 
al 1874, "per cura di I. Del Lungo e P. Prunas: 

Volume I. Firenze - Il primo esilio - Parigi (1833-1837). 

In 1 6 con due ritratti L. 12 — 

Volume II. Nantes - Bastia -Montpellier- Venezia {] 837- 

1 849). In 1 6 con due ritratti. L. 15 — 

Volume III. // secondo esilio - Corfh (1849-1854). In 16 

con due ritratti L. 1 8 — 

G. M. TREVELYAN - Garibaldi e la difesa della Repubblica Ro- 
mana. Traduzione di E. B. Debelli. In 8 con 16 illustrazioni 
e 7 carte L. 10 — 

— Garibaldi e / Mille. Traduzione di E. B. Dobelli. In 16 con 

1 6 illustrazioni e 2 carte L. 5 — 

— Garibaldi e la formazione dell' Italia. Traduzione di E. B. Do- 

belli. In 1 6 con 1 I illustrazioni e 2 carte L. 6 — 

A. Valori - La guerra italo-austriaca (1915-1918). Storia critica 
con carte e piani. In 8 L. 30 — 




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Connecticut 

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